MANGASCIENZA

Fabio Bartoli

MANGASCIENZA. Messaggi filosofici ed ecologici nell’animazione fantascientifica giapponese per ragazzi 

Tunué, 2011

di Giulia Giaccaglia

 

 

Oggi la maggior parte degli oggetti hi-tech ha origini giapponesi. Basterebbe guardarsi attorno per sostenere che il Giappone è un paese tecnologicamente avanzato, ma non è questo che una qualsiasi agenzia di viaggio venderebbe ai propri clienti. Sulle foto della vostra brochure turistica vedreste templi shintoisti, alberi di sakura (ciliegio) in fiore, ragazze in kimono ed esposizioni di katane. Davanti a queste due facce della stessa medaglia, è lecito domandarsi quale sia l’origine di questo apparente equilibrio tra tradizione e modernità. La risposta si potrebbe ritrovare nella breve storia del Giappone moderno.

 

Nel 1853 le navi del commodoro Perry giunsero sull’isola degli eredi della dea del Sole, Amaterastu. L’ondata di progresso, portata dagli stranieri americani, sfaldò il secolare tessuto della società feudale nipponica. La fine dell’epoca dei samurai fece nascere il desiderio di non disperdere la millenaria cultura del Giappone davanti alla necessità di diventare un paese moderno. Questa volontà fu espressa nel motto dei riformatori dell’epoca Meji (1868-1911): wakon yôsai, anima giapponese, tecnica occidentale.

 

Il Giappone ebbe una modernizzazione violenta e veloce, che prevedeva l’acquisizione dei risultati del progresso straniero come prodotto finito. Per tale motivo occorre volgere lo sguardo alla storia occidentale e ripartire dal mito greco di Prometeo. Come racconta Platone, il titano rubò l’intelligenza, la creatività ed il fuoco dall’officina di Atena ed Efesto per donarli all’uomo, una misera creatura cui la natura non aveva donato alcuna difesa. Questo atto di disobbedienza non fu perdonato a Prometeo da Zeus, il quale lo incatenò ad una rupe e fece in modo che un’aquila ne dilaniasse le viscere. Allontanandosi dallo stato belluino grazie ai doni prometeici, l’umanità si gettò in imprese che la porteranno verso la modernità: le invenzioni di Dedalo; la marcia di Alessandro verso e oltre i confini del suo mondo; l’espansione del dominio di Roma; il messaggio del Signore; le esplorazioni di Colombo; la diffusione del sapere permessa dalla stampa di Gutenberg; le nuove modalità di battaglia con armi da fuoco e l’osservazione del cielo di Galileo con il cannocchiale; fino al sogno di poter dare vita alla materia inanimata incarnato dal Dottor Frankenstein.

 

Progressivamente si venne a creare un distacco tra il prodotto dell’evoluzione biologica e quello dell’evoluzione culturale; si intenda come cultura la capacità dell’uomo di produrre sue estensioni materiali e spirituali. Il sociobiologo David P. Barash chiama questo fenomeno «iperestensione culturale», sottolineando come la produzione umana sia ormai fuori dal controllo dello stesso uomo. L’effetto deleterio di questa degenerazione tecnica si manifestò con le sembianze della bombaatomica. Nel fungo, apparso nei cieli di Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945, si dissolse non solo l’illusione di discendenza divina rimasta al Giappone, ma anche l’infanzia dell’intero genere umano. Davanti alla distruzione generata dalla tecnologia, l’uomo fu chiamato ad assumersi le sue responsabilità e ad impedire che si avviasse un processo di autodistruzione.

Il Giappone, unico paese ad aver sperimentato la distruzione atomica, «si configura microcosmo del mondo intero» (p.147). L’immaginario nipponico fu inevitabilmente colpito dalle radiazioni: i traumi, le psicosi, le paure riguardanti la scienza e la tecnica si tradussero in prodotti culturali che, dall’oriente, si diffusero nel mondo sottoforma di manga e anime – rispettivamente, il fumetto giapponese e l’animazione basata su di esso.

 

Mangascienza si concentra sull’analisi dell’animazione nipponica di genere fantascientifico, che più di tutti manifesta le tensioni tra uomo, tecnica e natura. Da Astroboy (Tetsuwan Atomu, 1963) a Last Exile (Rasuto Eguzairu, 2003), gli anime assumono il valore di antidoto al germe del progresso, con l’intento di educare il proprio pubblico ad avere un atteggiamento critico nei confronti del mito della modernità. Attraverso le immagini viene filtrata la contemporaneità nei suoi conflitti interni, dimostrando una maturità ancora oscurata dal pregiudizio occidentale.

Nello spazio di cinquanta serie animate si vengono a ridefinire i rapporti dell’uomo con la natura, la cultura, la tecnologia e l’ecologia. Esiste un filo tematico che abbraccia questi variegati quarant’anni di animazione. Si racconta di una Terra malata, presentata come prossima alla fine, provata da immani catastrofi o come un ricordo del passato. Per il ritorno ad una riconciliazione con la natura c’è chi combatte su robot, navi spaziali o anacronistiche macchine volanti, contro un nemico tecnologico. Gli eroi personificano i valori morali e i moniti del Giappone antico. Spesso si incontrano rônin che portano avanti solitarie battaglie contro la violenza e la cecità della tecnica, pronti ad immolarsi per la loro causa. Con le sole forze degli uomini, dopo lo scontro, potrà nascere un mondo migliore.

 

L’animazione fantascientifica diventa il medium per il rinnovamento del Giappone, in cui si vive quotidianamente la duplice natura di antico e di moderno. Più in generale, solo guidando lo sviluppo tecnologico con l’intelligenza e la memoria di Atena si potranno affrontare le future catastrofi, scientifiche e naturali. In un mondo in continua evoluzione, dove l’uomo non è mai stato in grado di accettare la propria posizione originaria, il testu (ferro) di Goldrake si deve piegare alla difesa degli effimeri e bei fiori di sakura, per la nascita di un’etica della responsabilità verso i propri simili e il mondo che ci circonda.

 

Fabio Bartoli, classe 1980, non è nuovo a parlare del Giappone e della sua cultura; in Mangascienza, con il supporto del pensiero di filosofi, sociologi e scienziati, sgretola intelligentemente il pregiudizio che, dalla prima messa in onda (4 aprile 1978), ha accompagnato

l’anime in Italia. Quelli, che per anni sono stati considerati cartoni animati fini a se stessi, vengono interpretati come risposta ad un problema culturale globale. Anche i non appassionati e i più scettici potrebbero ricredersi riguardo la validità dell’animazione nipponica, perché quel tempo passato a guardare anime, forse, non è stato (e non sarà) del tutto sprecato.