Breve introduzione al METODO di Edgar Morin

di Fabrizio Li Vigni

 

Il metodo di Edgar Morin è composto di sei tomi, scritti e pubblicati nell’arco di un trentennio:

1)    La natura della natura: sulla fisica e la chimica, pubblicato in Francia con la Seuil nel 1977, in Italia con Raffaello Cortina nel 2001.

2)    La vita della vita: sulla biologia e l’ecologia, Seuil 1980, Raffaello Cortina 2004.

3)    La conoscenza della conoscenza: sull’antropologia della conoscenza, Seuil 1986, Raffaello Cortina 2007.

4)    Le idee: habitat, vita, organizzazione, usi e costumi: sull’ecologia della conoscenza, Seuil 1991, Raffaello Cortina 2008.

5)    L’identità umana: sull’antropo-sociologia, Seuil 2001, Raffaello Cortina 2002.

6)    Etica: sull’etica complessa, Seuil 2004, Raffaello Cortina 2005.

 

In questa sede ci occuperemo dei primi due tomi – i più originali, ispirati e lunghi –, poiché il “pensiero complesso” vi viene definito interamente e in rapporto a ciò che interessa il Morin maturo, ovvero le scienze naturali per le quali il sociologo divenuto filosofo propone un nuovo paradigma.

 

L’opera di Morin muove dalla crisi delle conoscenze, dovuta alla spaccatura tra le cosiddette “due culture” (Charles Snow) e all’incomunicabilità fra le discipline, conseguenza della loro iperspecializzazione. Relazionata a questa crisi è la problematica dell’opposizione classica e dura a morire tra Natura e Cultura (Morin fu uno dei primi a trattare l’argomento, ne Il paradigma perduto [1973], prima ancora che Philippe Descola o Bruno Latour se ne occupassero con un taglio diverso). Il desiderio moriniano è favorire un riallacciamento produttivo tra le discipline e un reinserimento dell’uomo nella natura e della natura nell’uomo.

 

Tra le teorie che hanno fatto da bagaglio concettuale all’opera di Morin si annoverano la sistemica di Ludwig von Bertalanffy, la prima cibernetica di Norbert Wiener, Warren McCulloch e gli altri membri delle Conferenze Macy di New York (1946-1953), la teoria dell’informazione di Claude Shannon e Warren Weaver, la seconda cibernetica di Heinz von Foerster e Henri Atlan, la termodinamica dei sistemi dissipativi di Ilya Prigogine – meno influenza, e a ogni modo tardiva, hanno avuto Humberto Maturana e Francisco Varela con il loro concetto di autopoiesi, che Morin giudica chiuso in se stesso e scarsamente relazionato all’ambiente esterno.

 

Primo tomo. Concetti fondamentali: ordine, disordine, organizzazione, interazioni, sibernetica, causalità complessa, neghentropia e informazione. Nel paradigma della scienza classica, l’Ordine era il principio assoluto (Morin parla al passato). Si credeva che nell’universo regnasse l’ordine perfetto e che il caos fosse frutto d’una stortura nello sguardo dell’uomo. La complessità viceversa, non solo disvela l’onnipresenza del disordine, ma rivaluta anche il suo ruolo. Il caos non è più solo confusione e distruzione, ma anche fonte di creazione, principio genesico. Morin individua come predecessori della complessità il secondo principio della termodinamica, il principio di indeterminazione di Heisenberg, la scoperta di Hubble che l’universo è in espansione. L’universo è a pezzi, dice poeticamente, e la vita sembra una cosa più unica che rara. A ben vedere, il disordine è la regola e l’ordine l’eccezione, ma una volta costituitosi, quest’ultimo si trasforma in necessità (Jacques Monod), lottando per auto-conservarsi e auto-riprodursi. Tuttavia, il filosofo non vuole sostituire al principio dell’ordine quello del disordine: si sforza di unirli in un indissolubile circolo dialogico, che ha la forma d’un anello concettuale tetralogico composto anche dall’organizzazione, la forma più alta e compiuta di ordine, e dalle interazioni, che permettono al disordine di diventare ordine.

 

Come insegna anche una celebre storiella zen, l’ordine puro è indesiderabile. La complessità invita a tenere sempre presenti tutti gli elementi dell’anello e a non scegliere in favore di nessuno. Le interazioni fra gli oggetti vaganti dello spazio permettono il sorgere dei pianeti. Se abitabili, questi potranno ospitare la vita, frutto delle interazioni casuali nel brodo primordiale (o nell’argilla, come avanzato di recente). La vita è ciò che si organizza in sistema e si auto-riproduce. Alla morte, il disordine torna, ma altra vita lo sfrutta e lo incorpora: un cadavere diventa cibo per altri esseri viventi e viene rimesso nel circolo. Il rapporto fra i quattro elementi è uno, complementare, antagonista e concorrenziale.

 

L’organizzazione è «la sistemazione di relazioni fra componenti o individui che produce un’unità complessa o sistema, dotata di qualità ignote al livello delle componenti o individui» (La natura della natura; p. 117). All’inverso, un sistema è una «unità globale organizzata di interrelazioni fra elementi, azioni o individui» (Ibidem; p. 115). L’organizzazione è quel concetto cardine che unisce la totalità del sistema alle interrelazioni tra i suoi elementi. Il sistema è un’unitas multiplex – espressione cara a Morin, presente in tutti i suoi testi da un certo punto in poi – che indica l’imperativo di non dissolvere il molteplice nell’uno, né l’uno nel molteplice. Come il tutto non è riducibile alle sue parti, allo stesso modo non si possono cancellare le parti in favore del tutto. Rispetto alle parti prese singolarmente, il sistema possiede l’organizzazione, l’unità e le nuove proprietà che emergono dalle interrelazioni del livello microscopico: la liquidità, l’omeostasi, la coscienza. L’emergenza è irriducibile fenomenicamente e indeducibile logicamente: costituisce una novità. Osservando gli elementi isolatamente, non vi si può leggere ciò che una loro unione in sistema produrrà ex novo. Ma Morin si accorge che il sistema non è solo più della somma delle sue parti: è anche meno. Non bisogna infatti peccare di un eccesso di olismo[1], non dobbiamo dimenticare che uniti in sistema gli elementi rinunciano a certe caratteristiche specifiche; il sistema impone dei vincoli che implicano restrizioni, servitù, inibizioni. Si pensi alla cellula, che reca in sé l’informazione genetica di tutto l’organismo, pur esprimendone solo una parte.

 

La sibernetica è una complessificazione della cibernetica. Morin riconosce a quest’ultima dei meriti nodali: quello di trattare le comunicazioni secondo l’ottica del concetto di organizzazione e quello di unire le comunicazioni ai comandi informazionali. La si-cibernetica, o semplicemente sibernetica – laddove il prefisso “si-” viene dal greco syn, ossia “con” –, deve includere il disordine come fenomeno che concorre all’organizzazione, deve sviluppare l’idea di anello ricorsivo, deve considerare le macchine come organismi non centrici ma policentrici (non con un solo cervello che comanda, ma con molteplici centri di controllo, sebbene alcuni meno importanti di altri), e deve complessificare il rapporto tra comando e comunicazione. «L’idea di cibernetica – arte/scienza del governare – può integrarsi e trasformarsi in si-cibernetica, arte/scienza del pilotare insieme, in cui la comunicazione non è più uno strumento del comando ma una forma simbiotica complessa di organizzazione» (Ibidem; p. 294).

 

Determinista, la scienza classica secondo Morin non ha accettato l’idea «che un effetto disobbedisse alla causa» o tanto meno «che un effetto retroagente facesse effetto sulla causa e, senza cessare di essere effetto, divenisse causale sulla sua causa divenendo il suo effetto pur rimanendo causa» (Ibidem; p. 297). La causalità della scienza classica è unidirezionale, Morin mostra che vi può essere una causalità biunivoca, circolare, imprevedibile, ovvero complessa. L’endo-causalità mette in luce, ad esempio, le cause interne a un sistema che resistono alle cause esterne per mantenere l’equilibrio del sistema stesso: è il caso dell’omeostasi.

 

Infine, se l’entropia è la misura del disordine di un sistema, la neghentropia è la misura dell’ordine. Essa corrisponde al grado d’informazione che dal sistema riesce a pervenire all’osservatore. L’entropia è inarrestabile, ma la vita tenta di contrastarla. Pur localmente, temporaneamente, sembra riuscirci: laddove essa crea ordine localmente, dissipa calore altrove. Hegelianamente, la neghentropia viene ad essere una negazione di una negazione, che porta ad una positività: la vita, appunto. Sulla falsariga degli autori cui si è ispirato per questi concetti, tuttavia anche Morin rifiuterà poco più tardi la centralità dell’informazione e il concetto stesso di neghentropia.

 

Secondo tomo. Qui Morin partorisce un paradigma di complessità finalizzato allo studio della vita, sia nel suo aspetto biologico che in quello ecologico. Macro-concetto composito e irriducibile, prende il nome di paradigma auto-(geno-feno-ego)-eco-ri-organizzazionale informazionale/computazionale/comunicazionale.

 

L’«autos» sta ad indicare l’autonomia del sé. L’individuo computa le informazioni del suo ambiente per proteggersi dai pericoli e per trarne vantaggio ai fini della sua sopravvivenza. Ma la sua autonomia non è mai totale. L’aumento dell’indipendenza da un lato corrisponde a un aumento della dipendenza dall’altro: «Più l’essere diventa autonomo, più è complesso, e più questa complessità dipende dalle complessità eco-organizzatrici che la alimentano» (La vita della vita; p. 74). Così se gli animali sono dotati di locomozione, ne pagano il prezzo con una maggiore necessità di nutrirsi.

 

Il prefisso «geno» rappresenta la generazione, la conservazione, la trasmissione, la creazione. «Feno»: l’individuo nell’hic et nunc, nella manifestazione particolare. Il genotipo è il patrimonio ereditario inscritto nei geni, immutabile in un singolo individuo. Il fenotipo è l’attualizzazione individuale del primo e muta in base ai processi biologici naturali. Il fenotipo è nel genotipo, come il genotipo è contenuto nel fenotipo. È il principio dell’ologramma: nella parte è contenuto il tutto in cui è contenuta la parte. Senza DNA, il fenotipo si disgregherebbe; senza il fenotipo a contenerlo e proteggerlo, il DNA si disperderebbe. Si tratta di un anello ricorsivo, nel quale «il generato è necessario alla (ri)generazione del generante» (Ibidem; p. 140).

 

L’«ego» sta per il soggetto. Morin si sforza di reintrodurlo nel discorso scientifico. Mettendo da parte il punto di vista umanistico-etico e rifiutando quello metafisico, il filosofo tenta di trovare una definizione scientifica, biologica, del soggetto. Basandosi sull’immunologia, lo definisce un’entità autonoma-dipendente, chiusa-aperta, che mira all’autoconservazione e che riconosce se stessa come centro in rapporto a cui tutto ciò che non è sé è potenzialmente cibo, partner, nemico o indifferente. In questo senso anche un batterio è un soggetto. In ogni caso il soggetto-ego è un dispositivo organizzatore, difensivo e anche cognitivo: anche il batterio computa informazioni, ancorché chimiche e benché in maniera inconscia. «Non basta attribuire all’individuo una specifica caratteristica di aleatorietà, discontinuità, attualità. Occorre anche vedere che ogni individuo comporta dei caratteri costitutivi infra/extra/sovra/meta-individuali (infra: le sue componenti chimiche; extra: l’ambiente o eco-sistema; sovra e meta: la popolazione o società di cui fa parte, il ciclo riproduttore di cui rappresenta un momento)» (Ibidem; p. 172). L’individuo viene a porsi come un tratto di incertezza nella teoria della vita. Per un verso è l’oggetto di studio materiale di ogni scienziato, per un altro riferirsi unicamente ad esso risulterebbe limitativo. Il soggetto è «ora tutto, ora nulla. Ma la nozione chiave dell’individuo deve rimanere mobile e pulsante» (Ibidem; p. 175).

 

L’«eco» indica l’ambiente, vivo esso stesso: «è un essere macchina organizzatore di sé», «è la casa vivente della vita, la vita sotto forma di casa» (Ibidem; p. 101). Gli esseri viventi s’inseriscono nello spazio astronomico, geologico e chimico-fisico dell’ambiente, e lo integrano con la loro presenza. L’ecosistema è l’insieme della vita e della non-vita. Adattandovisi, gli esseri viventi lo adattano a sé; mutandolo, devono riadattarsi all’ecosistema che hanno contribuito a produrre.

 

Il «RI» indica ciò che è ciclico. Ogni oggetto dell’universo, dalle stelle all’uomo, è un ciclo che si auto-ripete e auto-riproduce. Il RI indica gli anelli ricorsivi, l’omeostasi, la riproduzione, la ripetizione dei comportamenti biologici micro- e macroscopici. Ma si tratta di una ripetizione non macchinale: la vita produce un medesimo-nuovo, come in una spirale che a ogni fase, pur tornando sullo stesso punto, non cessa di ascendere. Un nuovo individuo ripete la stessa specie dei genitori ma procede sulla strada dell’evoluzione: «di fronte a una situazione critica nuova, solo il nuovo può salvare la vita. Ma questo nuovo, che rompe con il RI, si inscrive in esso e così lo trasforma e lo conserva» (Ibidem; p. 409).

 

La triade di aggettivi «computazionale/informazionale/comunicazionale» mette in luce la natura computante della vita. Ogni essere vivente, dotato di encefalo o no, computa e processa informazioni. Ne riceve dall’ecosistema in termini di energia in varie forme (nutrimento, calore, ecc.) e ne elabora al suo interno con le attività biologiche dell’organismo. In cambio ne trasmette all’esterno, segnalando pericolo ai propri simili o producendo scarti e deiezioni. L’essere vivente «è nel contempo, in maniera indifferenziata, un essere, un esistente, una macchina e un computer. Computa la propria organizzazione tramite i circuiti DNA-RNA-proteine, trasforma in informazioni degli stimoli esterni e pratica una certa conoscenza del suo ambiente, in virtù di principi e di regole specifiche. Ma si tratta di un computo, computazione egocentrica che si realizza a partire da sé in funzione di sé, per sé e su di sé e comporta una computazione della propria computazione» (L’identità umana; p. 284).

 

Per Morin, questo paradigma incomprimibile e irriducibile si propone di guidare come presupposto ogni discorso sulla vita. «Non è la spiegazione della vita: 1) un paradigma non spiega, permette e orienta il discorso esplicativo; 2) se deve essere concepita necessariamente in termini organizzazionali, la vita non deve essere ridotta in termini organizzazionali. In altre parole, questo paradigma ci permette di elaborare una teoria non mutilante, non unidimensionale della vita, ma non produce automaticamente tale teoria» (La vita della vita; p. 423).

 

Il pensiero complesso rileva una tensione nelle cose, nella natura, nei fatti umani, e mira a tenerla viva, non a eliminarla o nasconderla. Una tensione che è data dalla dialettica fra ordine-disordine, organizzazione-caos, verità-falsità, univocità-ambiguità, informazione-errore. Mostra inoltre come il disordine, il caos, la falsità, l’ambiguità, l’errore non sono solo ostacoli ineliminabili, ma spesso anche opportunità, occasioni di creazione. E ne trae un principio epistemologico generale: quello dell’incertezza.



[1] «[…] vorrei mostrare che l’olismo deriva dal medesimo principio semplificatore del riduzionismo al quale si oppone (idea semplificata del tutto e riduzione del tutto)» (Morin, 1982; p. 130).