EDGAR MORIN - Filosofo della complessità

di Fabrizio Li Vigni

 

Nato a Parigi l’8 luglio 1921, Edgar Morin appartiene a una famiglia di origini ebraiche sefardite. I genitori livornesi fuggirono dall’Italia in favore di Salonicco, città dell’Impero Ottomano, per poi installarsi a Parigi. È soprattutto nel suo splendido libro meticcio – un po’ saggio, un po’ autobiografia –, I miei demoni (Meltemi, 1999), che Morin ripercorre il suo cammino esistenziale e intellettuale a cominciare dall’infanzia. Già allora, dice, i suoi interessi erano vari e sfaccettati, tanto da auto-definirsi a posteriori un «onnivoro culturale». Dai romanzi della grande letteratura alla canzonetta popolare, dal cinema al teatro, dalla passione per aerei e motori alla politica, l’infanzia e l’adolescenza del francese contengono in nuce quella poliedricità di pensiero che caratterizzerà il Morin adulto.

Come spesso racconta nelle numerose interviste che rilascia, il suo secondo libro, L’homme et la mort (1951), è da considerarsi già complesso (il primo, L’an zéro de l’Allemagne, raccontava la Berlino devastata dalla Seconda guerra). Sebbene ciascuno tenda a raccontare la propria biografia alla luce del presente, da storici non possiamo abbandonarci a un simile errore ottico. Non è tuttavia possibile negare che una stessa attitudine generale abbia permeato tutta l’opera di Morin, non tanto perché il concetto di complessità – inesistente nel linguaggio del sociologo prima del 1969 – fosse in qualche modo aleggiante “in potenza” nella sua anima, quanto piuttosto perché da L’uomo e la morte fino a Il metodo, opera in sei volumi fondante il pensiero e il metodo della complessità, è possibile riscontrare in ogni libro del francese il risultato di un aspetto del suo carattere: la tendenza all’inclusione, il fascino della contraddizione, l’accettazione del paradosso, dell’incertezza e dell’incompletezza, il rifiuto del tentativo di occultarli.

 

Terminata la guerra, Morin opta per la via della ricerca. Entrato al CNRS, decide di tenere un profilo basso, occupandosi di un tema pacifico com’è quello della sociologia del cinema. Scrive pochi ma influenti libri. Uno, Le cinéma ou L’homme imaginaire (1956), è tuttavia stato “sdoganato” e riammesso come testo fondamentale di massmediologia solo da qualche anno. Il merito è del giovane sociologo Éric Macé che all’inizio, come molti, aveva subito l’influenza di un vecchio editto compiuto da Pierre Bourdieu e dal collega Jean-Claude Passeron. Nel 1963 i due già importanti sociologi pubblicarono un articolo su Les Temps ModernesSociologues des mythologies et mythologies de sociologues – dove Morin e altri studiosi dei media venivano definiti una «vulgata patetica». Da allora, Morin fu giudicato senza neanche esser letto.

 

Ma non è a questo, né ad altri testi-cerniera di sociologia e di politica, che il nome del parigino è oggi associato. Nel 1969 gli amici Jacques Monod e John Hunt propongono Morin al biologo John Salk, direttore dell’omonimo Istituto californiano di La Jolla. Salk desiderava offrire per un anno uno degli uffici del centro a un ricercatore delle scienze umane perché riflettesse sugli ultimi accadimenti riguardanti la rivoluzione della biologia molecolare. Nello spazio di dodici mesi, Morin dovette costruirsi una cultura nelle scienze della vita e non solo. È lì che scoprì i lavori di von Neumann, l’ecologia della mente di Bateson, la cibernetica di Wiener e di Ashby – dal quale ultimo apprese il concetto di complessità come grado di varietà di un sistema.

 

Una volta tornato in Francia, la frequentazione del Gruppo dei Dieci, di cui fu uno dei fondatori, e in particolare del biologo Henri Atlan, e dei cibernetici Jacques Sauvan e Henri Laborit, convinse Morin che fosse necessario uno sforzo transdisciplinare per riconnettere le scienze della natura alle scienze umane. Nel 1972, insieme a Massimo Piattelli-Palmarini, organizza un imponente congresso intitolato L’unité de l’homme, al quale parteciparono antropologi, primatologi, paleontologi, neurologi, biologi, fisici, ingegneri. Da quell’esperienza nacque Il paradigma perduto (Feltrinelli, 1994), prodromo antropologico de Il metodo. 

 

Composta di sei volumi, l’opera somma del sociologo francese, trasformatosi con essa in filosofo, comincia con un testo sulla fisica e la chimica, pubblicato nel 1977 (La natura della natura). Continua con la biologia e l’ecologia nel 1980 (La vita della vita), con l’antropologia della conoscenza nel 1986 (La conoscenza della conoscenza), con l’ecologia della conoscenza nel 1991 (Le idee: habitat, vita, organizzazione, usi e costumi), con l’antropo-sociologia nel 2001 (L’identità umana), per finire con l’etica complessa nel 2004 (Etica). (Fonti fidate ci dicono che il filosofo stia preparando un settimo capitolo). Il metodo – opera osannata, ridicolizzata, sacralizzata o ignorata – si propone l’arduo compito di spazzare via il vecchio paradigma della scienza classica, semplicistica e riduzionista, per tentare di fondare quello della complessità.

 

Fonte di grandi conquiste, il paradigma classico è secondo Morin ormai un ostacolo alla conoscenza. La sua caratteristica disgiuntiva e specialistica fino al parossismo non permette agli scienziati di vedere le connessioni profonde, le inconciliabilità, i buchi neri della conoscenza. La congiunzione, la complementarietà, l’accettazione del dubbio, soprattutto la coscienza dell’interdipendenza e la contestualizzazione – questi alcuni dei nuovi, essenziali ingredienti del paradigma complesso. Condensa bene questi ultimi due elementi, l’uno ontologico e l’altro epistemologico, il frammento n. 72 dei Pensieri di Pascal, tanto citato da Morin: «Dunque, poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate e adiuvanti, mediate e immediate, e tutte sono legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lontane e le più disparate, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere particolarmente le parti» (Pascal, Frammento n. 72, Pensieri).

 

Nell’ottica moriniana, ciò che ha caratterizzato la scienza classica – Cartesio, Newton, Laplace, per intenderci – è la fede nell’ordine assoluto dell’universo e nel determinismo, la convinzione che dovesse valere il principio aristotelico secondo cui non vi è scienza se non del generale, il rifiuto assoluto dell’individuo e del soggetto, la fede nell’onniscienza e nell’assenza di errori, incertezze, imprecisioni, caso.

 

Ispirato ad Hegel, Eraclito e Adorno, il pensiero moriniano considera la conoscenza un processo dialogico fra elementi concorrenziali, antagonisti e complementari, dove la dialettica si sfronda della sintesi, facendosi dialettica negativa fra opposti irriducibili. Dalle stelle alle società animali, per Morin ogni fenomeno – sistema di sistemi emergenti – possiede due o più facce, che si alternano, si distinguono, si escludono e si co-causano.

 

Costruito a partire dalla teoria dei sistemi (von Bertalanffy), dalla teoria dell’informazione (Shannon e Weaver), dalla seconda cibernetica (von Foerster, Atlan), dalla termodinamica dei sistemi dissipativi (Prigogine), il metodo di Morin si propone non di spiegare tutto, ma di aiutare a concepire meglio. Se l’autore non ha tra le mani il metodo, si augura di aver fatto provare al lettore «almeno il sentimento della complessità».

 

Adorato come un guru in Messico e in America del Sud, in patria gode di plauso solo tra il grande pubblico. L’ambiente accademico gli è più ostile – negandogli, ad esempio, l’appellativo di filosofo oltre che di sociologo. Sebbene vi sia un centro a lui dedicato (l’ex CETSAH dell’EHESS parigina è oggi il Centre Edgar Morin), quasi nessuno dei ricercatori e dei tesisti ivi presenti si occupano di temi direttamente legati all’opera moriniana. Qui e lì qualche sociologo prosegue il suo lavoro, essendone stato tempo addietro amico o allievo, ma gli scienziati giudicano la sua opera verbosa, poco rigorosa, non operativa perché priva di formalizzazione matematica.

 

Nonostante successi e insuccessi, Morin continua alla sua veneranda età a pubblicare, viaggiare, fare conferenze e rilasciare interviste. Sebbene il suo sogno rivoluzionario sia probabilmente irrealizzabile, le influenze della sua vasta produzione sono già numerose. Al di là delle mancanze epistemologiche, il pensiero complesso di Morin ha due grandi meriti: da un punto di vista civico e politico, quello di incamminarci verso un approccio cosciente delle interrelazioni, elemento indispensabile a farci diventare cittadini migliori e più consapevoli in un mondo sempre più globalizzato e integrato; da un punto di vista umano e filosofico, quello di sensibilizzarci alla profonda, costitutiva e ineludibile contraddittorietà della nostra antropologia e della nostra etica.

 

Non a caso tra gli ultimi libri dati alle stampe figurano La testa ben fatta e La Via. Per l’avvenire dell’umanità (qui recensito). Se il primo è un delizioso, piccolo vademecum pedagogico per insegnanti desiderosi di formare cittadini pronti all’Era planetaria, il secondo è una lunga lista di proposte contro i temibili problemi ecologici e sociali che devastano il Nord come il Sud del mondo. È con una definizione suggestiva, tratta da La Via, che concludiamo a mo’ d’augurio questo nostro breve contributo: «se non ci fosse la prosa, non ci sarebbe la poesia. L’una è quella che subiamo per obbligazione o costrizione in situazioni utilitaristiche e funzionali; l’altra è quella dei nostri stati amorosi, fraterni, estetici. Vivere poeticamente, significa vivere per vivere».