LASCIAR TRACCE: DOCUMENTALITÀ E ARCHITETTURA

Maurizio Ferraris

(a cura di) F. Visconti e R. Capozzi

LASCIAR TRACCE: DOCUMENTALITÀ E ARCHITETTURA

Mimesis, 2012

 

di Stefano Scrima

 

Quando accettai di stabilirmi qui e pagar l’affitto per queste quattro mura, non mi soffermai troppo sulla bellezza suscitatami dall’edificio, né dall’arredamento interno (quasi inesistente): funziona tutto? Sì. Ci sono buchi nel soffitto? Cadaveri occultati? No. Ok, la prendo. Mi serviva un posto per dormire, che fosse comodo e vicino al supermercato: funzionalità vinse bellezza, ma poi, in realtà, fu tutto un lavoro interiore, inconscio, che non saprei spiegare: se ti trovi a tuo agio in un luogo lo senti e basta. Eppure dietro a queste gelide mura ci sono studi, progetti e pensieri – un po’ come quando leggi Ibsen e ti accorgi che dietro c’è Kierkegaard… no, non è proprio così. Ma dietro ogni edificio sì, c’è sempre un architetto che lo ha progettato, che, prima di divertirsi con calce e mattoni (o guardare gli altri che si divertono), se lo costruisce in testa, sul taccuino, sul computer.

 

Non potremmo immaginarci senza architettura, mentre senza filosofia, se la filosofia è quella delle polverose accademie, sì, certo. Ma senza edifici come faremmo? Dormire tutti insieme all’aria aperta? No, forse gli hippies lo farebbero volentieri, ma penso che i vari banchieri e briatori si sentirebbero un po’ a disagio. Inoltre perderemmo una buona fetta di turismo che viene in Italia solo per invidiarci chiese, palazzi, colossei vari. Ciò significa che oltre a tecnica essenziale per la sopravvivenza umana, l’architettura è un’arte, anche perché se così non fosse vivremmo in capanne di cemento e nessuno si vanterebbe di coltivare piante di basilico sul terrazzino vista-mare. L’uomo è animale estetico per eccellenza, ma per sopravvivere dev’essere anche pratico, e l’architettura è uno di quei pochi fenomeni, forse l’unico, con cui egli può fondere bellezza (poi dipende dall’idea che si ha di bellezza) e funzionalità.

 

Detto questo, risulta sempre feconda la riflessione sulle “cose comuni”, quelle che ci circondano e compongono la nostra realtà, giacché più ci sono vicine, più le diamo per scontate, più ci sembrano famigliari, più, in realtà, non sappiamo nulla di esse. In questo contesto si inserisce il “dialogo” lanciato da Maurizio Ferraris tra filosofia e architettura (conferenza divenuta in seguito il libretto Lasciar tracce: documentalità e architettura), che poi è, appunto, una riflessione sull’architettura, sul valore che essa riveste nelle nostre vite, e sul suo rapporto con la documentalità, la visione del mondo ferrarisiana (per cui si rimanda alle recensioni di altri libri del filosofo presenti in questo sito). È evidente, infatti, che «l’architettura produc[a] documenti, e documenti peraltro duraturi e questa circostanza se vogliamo costituisce una grande responsabilità dell’architetto perché la sua “cosa” dura molto di più di una applicazione per un computer.» (p. 20) Gli oggetti concreti prodotti dall’architettura, come dice Renato Capozzi nella presentazione del libro, sono «documenti “inscritti nelle pietre”». (p. 12)

 

E dunque riflettiamo: perché l’architettura, oggi, sembra così tanto più legata all’estetica rispetto al passato? Pensiamo, ad esempio, ai musei (il Guggenheim di Bilbao, il MART di Rovereto, il MAXXI di Roma…): spesso sono più belli fuori che dentro, ovvero, sono di attrattiva maggiore gli edifici che contengono le opere d’arte che le opere d’arte stesse, che con le ultime avanguardie (pensiamo a Duchamp) sembrano aver abbandonato l’aspirazione al bello (fenomeno di controtendenza – che poi anche questo tipo di arte “non-bella” deve piacere, stupire, attirare, altrimenti nessuno pagherebbe il biglietto d’entrata. Tutto ha un senso). Non che in passato estetica e funzionalità non andassero di pari passo, ma non è, forse, che oggi c’è maggior consapevolezza della fugacità dell’esistenza, maggior brama di voler, appunto, lasciar tracce, e farlo lasciando “belle tracce”? E non dimentichiamo che «l’architettura ha un vantaggio di resistenza, di “sopravvivenza”, letteralmente». (p. 46) È «supporto per l’eternizzazione di un oggetto sociale». (p. 48) Ferraris ci fa pensare anche a quella “architettura miniaturizzata” che è il Design: questa sì che è vera arte per l’arte: spesso gli oggetti di Design non servono a niente se non a suscitare il senso estetico del fruitore; e non è forse questo indice di utilità? Ok, l’arte per l’arte non esiste. In ogni caso il Design è ricerca della bellezza aldilà della funzionalità. Il nome, la “firma”, è parte essenziale dell’opera bella, mentre non lo è nell’opera utile, e la proliferazione di queste tendenze a privilegiare il bello sull’utile è probabilmente il prodotto della nostra “società della registrazione”. Registriamo tutto, tendiamo a voler (quasi) fermare il tempo, per paura e consapevolezza della fine, ed è meglio lasciar traccia del nostro passaggio che polvere soltanto.

 

Senza materia non si vive, questo è ovvio: anche se i libri, ad esempio, fossero destinati a sparire dalle nostre scrivanie, non altrettanto potrà dirsi per plastica e silicio, supporti essenziali per le nostre “letture elettroniche” e i nostri “discorsi intercontinentali”. Ma in un’epoca come questa, sempre più “liquida” e “digitale”, sempre più effimera ed evanescente, quali sono quegli oggetti solidi e concreti di cui – comunque – siamo certi non potremmo mai far a meno? e soprattutto, quali i degni avversari d’una società figlia della ferocia dell’“usa e getta”?

 


Anche se Ferraris non riesce a trovare i tasti d’accensione dei televisori d’ultima generazione (belli ma poco pratici); quelli delle porte dei frecciarossa o degli italo (nascosti per occultare il misterioso funzionamento d’apertura, cosicché ci si possa concentrare sulla bellezza del treno e sul fatto che lo stiamo perdendo); e brucia i manici delle caffettiere (a chi non è successo?); la lettura di questo libretto risulta comunque piacevole, anzi forse lo è proprio per questi motivi. Oltre, ovviamente, che per gli interessanti spunti che sempre emergono dai dialoghi di gente che ha voglia di dialogare, e sa farlo bene.