MANIFESTO DEL NUOVO REALISMO

Maurizio Ferraris

MANIFESTO DEL NUOVO REALISMO

Laterza, 2012

 

di Stefano Scrima

 

Che dal legno storto di cui è fatto l’uomo non possa costruirsi niente di perfettamente dritto è ormai pacifico. La storia c’inganna, alimenta e puntualmente disillude le speranze d’un progresso morale dell’umanità; mentre Benedetto XVI tuona indefesso il potere salvifico della preghiera, sull’Italia post-berlusconiana (sarà davvero così?) grava una maledizione: debiti pubblici alle stelle, politici ladri e corrotti – destra e sinistra si litigano il primato –, diamanti, lingotti, lauree cadute dal cielo, calcio-scommesse, gossip e reality colorano la nostra fosca quotidianità. Il malcontento cresce – e anche i suicidi a detta dei telegiornali, gli stessi che trenta secondi più tardi mandano in onda servizi sulla pancia della moglie di Alberto II di Monaco nella speranza di una miracolosa gravidanza – e si suole dire, ingenuamente: “non ci sono più valori”; ma per lo stesso motivo di prima – la storia c’inganna – sarebbe bene ricordare ai nostri compatrioti che il vizio italico di non pagare le tasse, di cui solo oggi il paese sembra essere affetto, non è certo un caso isolato della nostra breve storia repubblicana, per non parlare del cosiddetto familismo. La rivoluzione informatica ha infinitamente ridotto le distanze di questo già piccolo pianeta; la differenza è qui: oggi lo scandalo rimane al buio a fatica. 


Questi sono fatti, è la realtà che viviamo. Sì, è vero, in parte l’abbiamo costruita noi – in natura non troviamo né imposte né telegiornali –, ma c’è un filo d’Arianna, sottile e tenace, che tiene unita la realtà sociale, dipendente dall’evoluzione della collettività, e quella naturale (originale), che configura il nostro orizzonte di possibilità. Senza questa realtà naturale, della quale tuttavia non conosciamo i segreti ultimi, non ci sarebbe possibile prendere una posizione stabile, conscia e responsabile; il terreno ci si sgretolerebbe sotto i piedi. Questa è l’evidenza, d’apparente buon senso, riproposta dal Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris – in realtà un compendio delle ricerche degli ultimi vent’anni del filosofo torinese. E se il dibattito sul nuovo realismo, fiorito sulle pagine de La Repubblica nell’agosto 2011 come singolar tenzone tra lo stesso Ferraris e il suo maestro Gianni Vattimo, ha ottenuto, e continua a ottenere, così vasto seguito, un motivo dovrà pur esserci.

 

La parvente banalità dalla quale la diatriba realisti-antirealisti ha il dovere di guardarsi, invero custodisce un significato profondo, che riguarda l’uomo e il suo approccio alla vita, il suo agire. Ed è l’azione umana il soggetto della storia, di quella che studiamo e di quella che contribuiamo a plasmare. Realisti e antirealisti, nel corso dei secoli, si accusarono vicendevolmente di connivenza con totalitarismi e populismi, positivismi e ideologie, scambiandosi spesso gli argomenti; ed ora, dopo quella stagione autoproclamatasi postmoderna, risuona propizio il momento per una reazione realista, la quale, secondo Ferraris, ha riacquistato terreno col tornante del secolo. Portavoce di questo movimento, nuovo soltanto nelle modalità decostruttive che aggrediscono una realtà sociale mutata rispetto al passato, Ferraris stila la diagnosi del presente, «premessa della terapia» (p. 31), affermando che soltanto una visione realistica, sebbene minimalistica e modesta, permette una vera e propria critica, quindi una trasformazione della condizione socio-politica; «ogni decostruzione fine a se stessa è irresponsabilità.» (ibid.) Il postmodernismo filosofico battezzato da Lyotard (La condizione postmoderna[1]) alla fine degli anni ‘70, che trovò nei primi Derrida e Foucault degni complici loro malgrado, relegò il ruolo della filosofia al martello nietzscheano, alla sua pars destruens, ritenendola, da sola, capace di solvere il gravoso compito dell’emancipazione dello “spirito” umano da dogmatismi e false credenze. Le sue posizioni antirealiste, facentesi risalire al motto nietzscheano “non ci sono fatti, solo interpretazioni”[2] – e nella versione di Vattimo (parafrasando Heidegger): «è solo nel processo interpretativo, inteso anzitutto in riferimento al senso aristotelico di hermeneia, espressione, formulazione, che la verità si costituisce.»[3] –, postulano per la filosofia un ruolo negativo, di metacritica, quasi schernitore e caricaturale per la sua incapacità di contribuire all’edificazione del nostro futuro. Invero, a detta di Ferraris, «il postmoderno ha trovato una piena realizzazione politica e sociale. Gli ultimi anni hanno infatti insegnato una amara verità. E cioè che il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività si è compiuto, ma non ha avuto gli esiti emancipativi profetizzati dai professori.» (p. 5) L’assenza di un tessuto filosofico garante del confronto produttivo tra le parti (politiche e sociali) avrebbe così permesso al populismo, e al suo corrispettivo anti-intellettualismo, una proliferazione incontrastata.  


Ironizzazione, desublimazione e deoggettivazione, per Ferraris, sono i termini connotativi di questo movimento: un distacco ironico da ogni teoria che eviti possibili ricadute in dogmatismi, la rincorsa all’appagamento del desiderio (ricordando le ragioni del corpo rivendicate da Nietzsche) che contrasti il dominio consustanziale a ragione e intelletto, e la perdita volontaria di ogni oggettività – emblematico il caso di Rorty per il quale la verità sarebbe inutile e la solidarietà l’unica via di salvezza.


Sulla scorta dei francofortesi, Ferraris rivendica il ruolo dell’opinione pubblica, introduzione fondamentale dell’Illuminismo – non a caso bersaglio privilegiato del postmoderno –, unica «istanza di controllo e di garanzia dei diritti degli individui» (p. 19) da parte della critica del potere. Caduto questo baluardo, svaporato nelle categoria di “moralismo” attraverso cui tutto può essere infine ricondotto al “che male c’è?” (l’ultima stagione politica italiana faccia riflettere), la cosiddetta rivoluzione desiderante diventa l’instrumentum regni della destra, che promettendo più libertà al “popolo” legittima una pretesa onnipotenza, il libero sfogo della volontà di dominio.

La radicalizzazione del kantismo, ossia «non c’è accesso al mondo se non attraverso la mediazione […] operata da schemi concettuali e rappresentazioni» (pp. 20-21), diviene per il postmoderno costruzione: tutto è socialmente costruito, niente è oggettivo. E così l’abiura di Galileo assume un sapore del tutto nuovo giacché le ragioni di Bellarmino, a posteriori, ci sembrano avallate da un’impalcatura concettuale incompatibile con quella galileiana, ma per Feyerabend – che offre oggi il destro al papa per rivendicare una verità trascendente constatando il perenne sfociare in antinomie della debole ragione umana – di pari dignità. E così anche Baudrillard, eroe senza causa (o meglio di una causa che non era sua), sostenendo la presunta costruzione mediatica della Guerra del Golfo, deresponsabilizzò, agli occhi dell’opinione pubblica, una politica completamente responsabile. Per Ferraris non è vero che “non ci sono fatti, solo interpretazioni”: ci sono fatti e ci sono interpretazioni. È necessario riacquisire uno sguardo critico sul reale, riconoscere ciò che è socialmente costruito da ciò che non lo è – perché esiste qualcosa che non lo è, una realtà indipendente dai nostri schemi concettuali – per evitare la «delegittimazione del sapere umano» e il «rinvio a un fondamento trascendente» (p. 22), rischi massimi ai quali siamo costantemente esposti.


La stagione filosofica del postmodernismo, lungi dal volersi far carico dei risvolti populistici ai quali abbiamo assistito ultimamente, ha fallito realizzandosi. Le istanze emancipative da essa propugnate si sono rivelate mezzi di asservimento globale, ma la sua responsabilità più grave è non aver fornito alla collettività uno strumento di difesa, quello che si richiede alla filosofia: il postmoderno si è mosso nelle trame dell’essere come un parassita, per i suoi seguaci la filosofia è ormai morta, «consiste nella migliore delle ipotesi in un tipo di conversazione o in un genere di scrittura, che non ha nulla a che fare con la verità e con il suo progresso.» (p. 11) L’“addio alla verità” del postmoderno ha condannato l’uomo a far a meno d’una critica calibrata, destinandolo a uno scetticismo totale. Decostruire, svelare l’artificialità del mondo sociale che ci circonda, è inviolabile diritto del filosofo, il quale, tuttavia, non può permettersi la sospensione del giudizio sul reale rifugiandosi nell’impossibilità di far prevalere un’interpretazione su un’altra: “là fuori” non esiste realtà, perciò mi limito a prender atto degli scontri di schemi concettuali che creano il mio mondo. Dunque la deriva populista di cui parla Ferraris avrebbe semplicemente trovato il campo libero, sgombro da una modalità di far filosofia privata del suo compito precipuo: indicare una rotta da seguire; una rotta critica, che abbia a che fare col reale, che prenda le mosse da esso senza per questo adeguarvisi. Le interpretazioni non possono equivalersi; con buona pace di Benedetto XVI è la terra a girare intorno al sole, non il contrario, ed è sempre stato così, anche quando nessun uomo sulla terra avrebbe potuto alzare la testa al cielo. Il mondo ha le sue leggi indipendenti dalla nostra esistenza e dal nostro modo di interpretarle; lungi dal presupporre una adaequatio rei et intellectus, resta ovvia la nostra angolata e fragile conoscenza della realtà.


L’inversione di marcia di questi ultimi anni a favore del realismo emerge con la fine della svolta linguistica (Putnam), la «rivendicazione delle ragioni dell’esperienza rispetto agli schemi concettuali» (pp. 27-28) (Eco), la considerazione dell’estetica come filosofia della percezione (lo stesso Ferraris) e il «rilancio dell’ontologia come scienza dell’essere.» (p. 28) Tutto questo rivela per il filosofo torinese una «nuova disponibilità nei confronti del mondo esterno». (ibid.)

Tre sono i termini chiave del realismo di Ferraris: Ontologia, Critica e Illuminismo, i quali, a loro volta, vorrebbero reagire a quelle che egli chiama le “fallacie del postmoderno”: essere-sapere, accertare-accettare e sapere-potere. Ontologia significa che qualcosa, seppur non ben delineabile, «ci resiste», è inemendabile, esiste e perdura al di fuori dei nostri concetti, e proprio per questo ci fornisce un fondamentale punto d’appoggio per l’azione, per il significativo sviluppo di una scienza dai netti confini – ma sempre rivedibile –, distinta da sapere magico e speculazioni trascendentali. Il postmoderno, in realtà già a partire da Kant («le intuizioni senza concetti sono cieche»[4]), avrebbe confuso ontologia ed epistemologia, trascurato le differenze tra scienza ed esperienza: che il fuoco bruci non dipende da nostri schemi concettuali, dal semplice fatto di conoscere il fenomeno. «Posso sapere (o ignorare) tutto quello che voglio, il mondo resta quello che è.» (p. 46) A soccorrere il filosofo torinese è l’estetica intesa come teoria della sensibilità: la percezione incontra una realtà che ha il potere di smentire le nostre «aspettative concettuali»; l’insoddisfazione, che spesso caratterizza il divario tra esperienza percettiva e concetto, testimonia l’esistenza di contenuti non concettuali che intrecciano rapporti con una realtà esterna alla nostra mente, e, in definitiva, la stabilità d’un mondo preesistente alla nostra indagine esperienziale.


Soltanto con la Critica, e solo una volta constatata la presenza d’una realtà limite, ineludibile, entriamo in possesso degli strumenti per una trasformazione del mondo sociale e della fondamentale garanzia del valore della morale: «non è possibile immaginare un comportamento morale in un mondo senza fatti e senza oggetti.» (p. 63) Gli oggetti, naturali o sociali, e soprattutto i fatti, hanno diversi contenuti di verità, a partire dai quali possiamo costruire concetti, scienza, linguaggio, libertà; se i gradi di verità fossero equipollenti dovremmo rassegnarci a considerare la scienza non come ricerca della verità ma come vano conflitto tra volontà di potenze.


Essere realisti non vuol dire accettare la realtà com’è, anzi, è il miglior modo per cambiarla. Non vuol dire appellarsi a una qualche legge di natura, ma semplicemente fuggire le mistificazioni. La democrazia è quanto di più lontano possa esserci dalla legge del più forte (lex universalis della natura), ma non per questo è rigettata dai realisti; al contrario, è difesa come la miglior forma di governo e soggetta a continui tentativi di perfezionamento. Il realista accerta la realtà e, solo grazie alla consapevolezza acquisita, è in grado di progettare un avvenire significativo.


Il postmoderno fu più di ogni altra cosa, secondo Ferraris, il rifiuto dell’Illuminismo, del suo dichiarato potere emancipativo, dell’idea che la conoscenza liberi l’uomo dalle catene di superstizioni e pregiudizi. Nietzsche prima, Foucault e Vattimo dopo, proclamarono l’“addio alla verità” temendo di quest’ultima le presunte possibili cristallizzazioni in volontà di potenza, strumento d’asservimento, dogmatismo e violenza. E dunque se la verità coincide col sapere, meglio far l’apologia dell’ignoranza.


No, per Ferraris non è così. L’Illuminismo diceva bene: la conoscenza, la volontà di sapere, ci libera. Tutto sta nel seguire una modalità critica di conoscenza, che tenga conto delle linee essenziali, oggettive, della realtà, le uniche capaci di conferire una legittimazione alla costruzione. Verità non è un principio trascendente, un’idea vaga di come vorremmo andasse il mondo, è la ricerca scientifica, nella sua costante rivedibilità (opposta all’ideale positivista), è la constatazione della piena esistenza dei fatti storici, della loro fondamentale portata per lo sviluppo dell’umanità, contro ogni negazionismo e revisionismo, a favore di una morale “reale”, che valga per tutti e non solo per chi ne condivida l’interpretazione; è, in definitiva, il mezzo, e l’anelito, per il miglioramento del mondo e della condizione umana.

Quella che propone Ferraris, attraverso il nuovo realismo, è un’etica della responsabilità: l’esigenza di chiudere con un passato filosofico irresponsabile, dimentico del valore primario della filosofia.

E non ha visto così male Flores d’Arcais quando paragona il nuovo realismo alla réclamation di un principio di ragione da parte del Neoilluminismo italiano. A partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, Abbagnano, Bobbio e Geymonat su tutti, attenti osservatori dei fenomeni europei e d’oltreoceano, intrapresero il cammino verso una filosofia dalla forte impronta critica, che chiudesse con le infruttuose (o meglio, in certa misura nefaste) esperienze neoidealistiche e spiritualistiche radicate in Italia, verso un ridimensionamento del ruolo del filosofo e della filosofia, con un’attenzione particolare alla storiografia filosofica, ai fondamentali rapporti tra filosofia e scienza e alla teoria del diritto. Fu un fronteggiare la crisi culminata, in Italia, con il ventennio fascista e la Seconda Guerra Mondiale, eventi che videro complici, volontari o no, gli orientamenti filosofici sopracitati. Ora, non è partendo da un’istanza prettamente realistica che quest’importante stagione culturale mosse il suo attacco, ma di certo, per essa, come per Ferraris, grande rilievo assunse il recupero dell’Illuminismo, non dei suoi contenuti o argomentazioni, ma, come affermava Giulio Preti, del suo specifico atteggiamento. Era necessario recuperare una modalità critica di confronto coi fatti e la realtà, una modalità che il Settecento, inteso come massima sintesi della modernità, elaborò attraverso le sue mire emancipative. Ferraris condivide oggi il recupero di questo atteggiamento critico per opposizione allo sterile decostruzionismo fine a se stesso. Vi è un’essenziale interdipendenza tra sapere, progresso e felicità, e il mezzo per perseguire tal nesso è la ragion critica, per Ferraris figlia d’un orientamento realistico della filosofia, che permetta, per quanto difficile, di distinguere tra bene e male (tra verità, illusione e sortilegio), tra i differenti contenuti di verità che il mondo ci propone, per edificare un avvenire “a misura d’uomo”.      

   

Ferraris, in chiusura, mostra la virata degli stessi postmodernisti, Lyotard, Derrida e Foucault, accortisi della “brutta piega” intrapresa dalla realtà socio-politica, verso l’ideale illuministico, verso quello che proprio Foucault chiamò Il coraggio della verità, titolo del suo ultimo corso (1984) al Collège de France.

Dominio dei mercati, iperindustrialismo, demagogia, populismo, lassismo, tecnicizzazione, burocratizzazione sono costruzioni sociali frutto d’un degenero incontrollato, e proprio in virtù della loro costruzione, distinta dalla realtà non costruita, possono essere soggette a revisioni, a tentativi di miglioramento. Il riduzionismo interpretativo, immemore d’una realtà originaria custode della “verità” – la sua –, rischia d’imprigionare l’uomo in un immobilismo improduttivo, crogiolo del malcontento generale.


Ovviamente – ripetiamolo – questa realtà limite, questo “zoccolo duro” come lo chiama Eco, sappiamo solo che c’è, non qual è; è per questo che il nuovo realismo assume connotati minimi e negativi (Eco), minimalistici e modesti (Ferraris). Non si tratta di riproporre un Vetero Realismo tomistico o infeconde diatribe alla Anselmo-Roscellino, ma di conferire all’uomo, di nuovo, la piena responsabilità della costruzione.

In forza di quel filo d’Arianna di cui si parlava all’inizio, che collega la “realtà prima” a noi indipendente e la società costruita, va riconosciuta la verità dei fatti, anch’essa indipendente dalle interpretazioni che la seguono; è necessario garantire una dimensione comune di verità, senza la quale non potrebbero sondarsi le reali responsabilità degli uomini.

In definitiva – azzardando una conclusione non troppo fedele al Manifesto di Ferraris – non importa realmente quanta realtà ci sia al di fuori della nostra testa, ma quanta coscienza abbia l’uomo dell’influenza del suo agire sul mondo, del potere che ha di trasformarlo in direzione di un miglioramento delle condizioni di vita. Certo, però, da soli non si fa nulla: imprescindibile rimane l’impegno comune.


Il ritorno al realismo potrebbe fornire il pretesto per spronare l’uomo a una riflessione più profonda sul suo stato attuale, sullo smembramento intimo e sociale, sulla necessità di ripensare a un’organizzazione dell’impegno collettivo teso al cambiamento.      

Resta da valutare la possibilità di concordare con Paolo Parrini (intervenuto nell’ultimo confronto sulla questione tenuto a Bologna il 14 maggio 2012) sul considerare Ferraris, che in tal modo inciamperebbe su se stesso, come un realista metafisico – acerrimo nemico del realista empirico.

 

 

(Maggio 2012)



[1]J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere (1979), Feltrinelli, Milano, 1981.

[2]Cfr. F. W. Nietzsche, Frammenti postumi, 1885-1887, 7 [60], in Opere complete, vol. 8/1, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano, 1990.

[3]Aa. vv., Il pensiero debole, a cura di G. Vattimo e P. A. Rovatti, Feltrinelli, Milano, 1983, cit., p. 26.

[4]I. Kant, Critica della ragion pura (1781-1787), Utet, Torino, 1986, cit., A 51/B 75.