IL LIBRO BLU DELLO SPRECO IN ITALIA: L’ACQUA

Andrea Segrè, Luca Falasconi (a cura di)

IL LIBRO BLU DELLO SPRECO IN ITALIA: L’ACQUA

Edizioni Ambiente, 2012

 

di Edoardo D'Elia

 

Il pianeta Terra è composto per la maggior parte di acqua, salata. L’acqua dolce, qualificabile come risorsa idrica utile ai bisogni dell’uomo, rappresenta lo 0,5% del totale. Al netto delle perdite che si hanno nel processo di estrazione, lavorazione e trasporto, solo lo 0,001% è effettivamente a disposizione del consumo umano. Inoltre, l’acqua non si crea - né in natura né tantomeno per mano dell’uomo -, ma è sempre la stessa, da sempre, che segue un ciclo chiuso di rigenerazione. Perciò, se le necessità di consumo aumentano, non si può “aumentare” l’acqua, si può solo tentare di ottimizzarne al meglio lo sfruttamento. L’acqua è più preziosa del petrolio, ma costa molto meno, quindi chi ce l’ha la spreca e chi non ce l’ha...c’è qualcuno che non ce l’ha?

 

La risoluzione del 29 luglio 2010, approvata dall’Assemblea Generale ONU dopo oltre 15 anni di dibattiti, come estensione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, recita: “l’accesso a un’acqua potabile e pulita e di qualità e ai servizi sanitari di base, è un diritto dell’uomo, indispensabile per il godimento pieno del diritto alla vita”. Un diritto umano universale allargato a ogni singolo abitante del pianeta. Ma l’accesso all’acqua dipende dalla generosità del territorio e soprattutto dalle infrastrutture che permettono la trasformazione dell’acqua da risorsa in servizio, un sistema complesso e molto costoso. Infatti, ancora oggi 1/7 della popolazione non dispone dei 20-50 lt di acqua al giorno pro capite fissati dall’ONU quale soglia minima vitale per l’uso igienico sanitario e per l’alimentazione. E la popolazione mondiale continua a crescere a velocità esponenziale.


 

Acqua

(ill. di TPPP)

La crescita della popolazione comporta una conseguenza ovvia: aumento del bisogno di cibo. Il punto fondamentale su cui il libro si concentra è che la produzione di cibo richiede una quantità d’acqua molto maggiore di quanto si pensi. Per valutare i consumi effettivi di risorsa idrica, si indicano alcuni parametri qualitativi dell’acqua utili per cogliere al meglio l’entità dello spreco: l’immagine mentale che ci sovviene quando pensiamo all’acqua - i fiumi, i laghi e tutte l’acqua che scorre visibile sulla superficie - si chiama acqua blu; l’acqua piovana e l’umidità presente nel suolo che supporta l’agricoltura non irrigua e permette la conservazione della biodiversità è l’acqua verde; mentre la quantità totale di acqua utilizzata direttamente o indirettamente durante tutto il processo di produzione di un bene, anche alimentare, è l’acqua virtuale.

Il consumo, o lo spreco, si calcola in base al rapporto di questi tre parametri e le condizioni geografico-climatiche del luogo di produzione. Ad esempio, per l’agricoltura è più virtuoso il consumo di acqua verde, possibile in un luogo naturalmente predisposto alla coltivazione di una tale coltura, rispetto all’irrigazione con acqua blu. Insieme all’inquinamento da CO2 delle esportazioni, bisogna tenere conto anche della collocazione più o meno adeguata della produzione.

 

L’osannata dieta mediterranea è adeguata: utilizza poco più di 1700 m3 d’acqua pro capite. Purtroppo, però, le abitudini dei mediterranei si stanno progressivamente adeguando a quelle anglosassoni (la parola anglosassone comincia a suonare un po’ “del secolo scorso”...), che ne utilizzano 2600. E insieme all’americanizzazione del mediterrano, si sta verificando l’occidentalizzazione del mondo. I paesi in via di sviluppo stanno avanzando di gran carriera - sfruttando energia e inquinando potentemente - verso il benessere, e il primo segno di benessere è una diversificazione maggiore della qualità degli alimenti: tanta carne per tutti, l’alimento che consuma più acqua per essere prodotto. L’acqua è sempre la stessa, noi siamo sempre di più.

L’Antica Roma si ingrandì grazie ai suoi acquedotti, segno che una civiltà è fortemente dipendente dalla disponibilità di acqua. Ora tutti vogliono essere l’Antica Roma.

 

In Italia abbiamo perso quel primato di produzione ed efficienza da esportazione e conquista, ma l’ammontare medio annuo delle precipitazioni non è inferiore agli altri paesi industrializzati. Il problema è che la media è mal distribuita a causa della conformazione fisica allungata dello stivale che si protende per 10° di latitudine: dal Tirolo al Nord-Africa, da 800/1500 mm/m2 a 450-600 mm/m2 e oltre. A questa inequità meterologica corrisponde una simmetrica difformità nella produzione: il differenziale tra prelievi, immissioni in rete ed erogazione è migliore al Nord e peggiora progressivamente spostandosi verso Sud, e sempre al Sud si registra anche una certa contrazione dei prelievi medi per usi civili rispetto al dato nazionale (253lt al giorno), si passa dai 334 della Valle d’Aaosta ai 174 della Puglia. 

 

Un'altra sfortuna geografica è che la fascia mediterranea è tra le più esposte agli effetti negativi del cambiamento climatico, in particolare lo scombussolamento delle stagioni che vedranno alternarsi lunghi periodi di siccità e periodi di forti precipitazioni. Diminuirà, così, la frequenza annua di precipitazioni, che si concentreranno per la maggior parte in pochi mesi, e diminuirà di consegenza la disponibilità di risorse idriche e quindi la produzione agricola non irrigua, che richiede una media di precipitazioni ben distribuita nel corso di tutte le stagioni.

La posizione al centro del mediterraneo, che tanta fortuna e fama ci ha portato nei secoli, è ora particolarmente esposta al cambiamento climatico. A suggestiva conferma delle teorie socio-climatiche per cui nel clima migliore del mondo covano le civiltà più belle, nei climi peggiori le civiltà più forti. Poi, se il clima cambia, quelle forti son già temprate, mentre per quelle belle la vita si fa assai dura.

 

A casua del cambiamento climatico e dell’aumento della popolazione mondiale si sta raggiungendo il limite di sostenibilità - e per l’acqua non esistono energie rinnovabili sostitutive. 

L’obiettivo dichiarato dei governi rimane un elevato standard di vita con impatti ambientali di gran lunga inferiori rispetto a quelli attuali. Ma l’elevato standard di vita si conteggia nei grafici economici e, secondo quanto detto, l’acqua che è un diritto fondamentale dovrebbe essere esentata da qualsiasi logica di mercato. Come si tengono insieme le due necessità? O si aumenta il prezzo dell’acqua o si aumenta la consapevolezza del cittadino per convincerlo a non sprecare l’acqua che altri non hanno e che comunque rischia di finire per tutti.

Le Nazioni Unite affermano che è necessario che il costo dell’acqua sia consono alle possibilità economiche dei cittadini. Dunque se le possibilità lo permettono si potrebbe pensare ad uno tetto di spesa, valutato secondo le necessità del diritto all’acqua potabile, oltre il quale la tariffa aumenta. Una sorta di patrimoniale sull’acqua che tasserebbe gli sprechi. Perché un litro di piscina non valga come un litro di doccia o un litro di autolavaggio non valga come un litro di sete.

 

Contro chi sostiene che l’acqua costa troppo poco per essere rispettata, gli autori ricordano che un aumento del prezzo avrebbe un impatto indiscriminato, colpendo anche chi l’acqua la rispetta e chi può permettersela appena. «Le soluzioni - continuano - potrebbero essere una maggiore educazione e sensibilizzazione a 360 gradi su questo tema» (p.85). Tra il 2000 e il 2009 si è registrato un progressivo calo dei consumi nelle maggiori città, calo attribuito a una crescente sensibilizzazione degli utenti, «ma probabilmente vi ha contribuito anche la crescita delle tariffe medie che tra il 2000 e il 2010, con la progressiva implementazione dei servizi idrici integrati, sono aumentate del 64,4% (Cittadinanzaattiva, 2011). A livello nazionale, invece, tra il 1999 e il 2008 l’erogazione media pro capite risulterebbe essere all’incirca costante (Istat, 2009)» (p.66). Questi dati sono indicativi non solo per studiare il problema il consumo dell’acqua, ma per comprendere le dinamiche psico-sociali di ogni tipo di spreco. 

 

La dismisura è un problema culturale, è una consuetudine che i cittadini delle democrazie occidentali moderne hanno cominciato ad assorbire più di un secolo fa, e che da oltre sessant’anni si è radicata a profondità inconscie. Quel periodo di tempo, 1999-2008, è stato probabilmente il più ricco di iniziative di sensibilizzazione, educazione, formazione, decolonizzazione dell’immaginario e analoghe forme di grande fiducia nel prossimo, che sono riuscite a farsi un po’ di spazio a spintoni tra la pubblicità e la pagine culturali. E nonostante ciò, i consumi non sono calati, se non quando la bolletta si è imposta più onerosa.  

Il paziente risponde solo a sollecitazioni bancarie, passa da alti euforici di credito a bassi patologici di debito, mentre il medico continua a parlargli di quanto questo mondo sia meraviglioso, di come la natura esploda in primavera e di cosa sia una vita davvero umana. Massimo sostegno al medico, che gode di miglior salute del suo assistito. Nella speranza, però, che non si debba trovare, un giorno, a dover decidere se salvare il paziente a scapito del mondo, o sé stesso e il mondo sacrificando qualche paziente.