L'app dell'immaginazione/2

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di Vittoria Maschietto

L’anno scorso, l'esperimento di un informatico americano aveva permesso di riprodurre in modo casuale l'opera di Shakespeare: il milione di scimmie messe da Jesse Anderson a pestare i tasti di un milione di macchine da scrivere avevano scritto le parole del poeta e drammaturgo più famoso d’Inghilterra. Non si trattava di scimmie vere, naturalmente, ma di primati virtuali che inserivano stringhe di testo a caso. Dopo solo un mese e mezzo, i testi prodotti contavano già, nel loro numero, A lover's complaint, La tempesta, Come vi piace

A quanto ricordo delle lezioni di italiano del Liceo dovrei pretendere qualcosa di più da un libro. La scrittura – mi insegnavano - non può limitarsi a una qualità compilativa, ma deve soprattutto rispondere a un esercizio di crescita, di studio, di approfondimento, di ricerca, di critica ragionata. Orazio – continuavano - sosteneva che un’opera, prima di essere pubblicata, dovesse rimanere almeno nove anni in un cassetto; era il suo modo per descrivere il senso di quel labor limae senza il quale un possibile gioiello della letteratura avrebbe rischiato di sembrare sciatta bigiotteria.

 

Vent’anni di storia della tecnologia hanno davvero cancellato questo bisogno di rielaborazione?

E tutta la capacità cogitativa dell’uomo, tutta la nostra presunta genialità e superiorità? Se fosse un pc a scrivere i libri più apprezzati, quale rimarrebbe il ruolo dell’uomo? Sempre più elitario, intellettuale, incomprensibile ai più? Sempre più chiuso in una produzione di nicchia, radicato in una letteratura che è incapace di smuovere un pensare collettivo?

O forse diventeremo sei miliardi di ingegneri che programmano macchine che ci sostituiscono. A quel punto, qualcuno riuscirà a resistere?