L'app dell'immaginazione/1

di Vittoria Maschietto

Cosa succederebbe se scoprissimo che Shakespeare, in realtà, era un computer? Le sue opere sarebbero meno belle? Una prima risposta a questa domanda potrebbe essere che Shakespeare non era un computer, che questo è un dato di fatto e che quindi la questione ha poco senso di essere posta. Il fatto è che ora ne esistono davvero, di ‘William meccanici’. Non si chiamano propriamente come lui, né si voltano al nome di Dante, o Ariosto; ma ci sono, e scrivono romanzi, poesie… 

Philip Parker (professore della Insead Business School), per dirne uno, ha creato un software che – ancora prototipo - ha già prodotto oltre 200mila libri, con temi che spaziano dalle guide turistiche ai libri di cucina, dalla salute ai cruciverba – e molti sono stati venduti. Si tratta della conferma che il gusto poetico è diventato un giochino automatico, esercizio di una macchina che si limita a compilare una ‘griglia’ già pronta, mettendo insieme informazioni ormai conosciute?

 

Sempre Parker ha chiesto al pc di scrivere una poesia seguendo lo schema di un sonetto shakespeariano; successivamente ha condotto un'indagine di gradimento tra i lettori: ha vinto il pc. “ Non significa certo che la poesia del robot sia migliore – ha spiegato – ma solo che la gente la preferisce”. Chi ha votato non sapeva che si trattava di una macchina ad avere scritto il testo: dunque non è possibile distinguere ciò che è stato un uomo a comporre, da quello che invece deriva da una sorta di meccanismo compilativo, dalla messa in atto di regole predeterminate, da un collage di parole che ‘appiccica’ insieme schemi poetici o narrativi? È questa la scrittura? Un esercizio di regole meccaniche?

 

Il mondo del libro, del romanzo, alla cultura oggi, che esige una produzione continua e assidua da parte dello scrittore, che chiede un seguito, uno sviluppo, un accumulo senza sosta: perché il senso del libro è quello di vendere, smerciare, ‘arricchire’ senza dare niente – poco spazio per evanescenti concetti come “stimolo riflessivo”, “opinione”, “fondamento”. Una produzione ‘computerizzata’ sarebbe una buona soluzione di marketing: potrebbe rispondere perfettamente a quest’esigenza di svendita serrata. E se bisogna scrivere testi in un certo senso “disumani”, in cui la creatività si nullifica per obbedire al mercato, tanto vale che lo facciano direttamente le macchine?

Ma questo scarto, questa suddivisione netta tra testi umani e testi computerizzati, tra libro interessante e inchiostro impoverito sembra piuttosto fallimentare, immagine di una goffa e annosa lotta tra libro pensato e libro-merce.

 

Ad ogni modo, l’idea che davvero un pc scriva romanzi – o posie, o saggi, o racconti – ripugna, forse perché spaventa o forse perché se quelli non ci scrivono “scritto da un computer” e poi io lo compro? E mi piace? Dove sarebbe quell’esercizio meditativo, quella pratica esorcizzante, liberatoria, produttiva, viva, pensante, che passa dalla riflessione scritta, dalla composizione? E quel necessario tempo creativo che - fino all’altro ieri - consumava i cuscini su cui sedevamo? E quale è il confronto, quale la critica o il dialogo che può scaturire da un’opera che non possiede un autore in carne ed ossa – che non conosce pensiero dietro alla sua creazione?

 

Si dice che, una volta, durante una fiera vinicola, un produttore ha fatto assaggiare ad uno stimatissimo sommelier un vino rosso. Il sommelier si è dilungato in lusinghe; solo dopo il produttore gli ha rivelato che il vino era in realtà vino bianco con colorante. Quindi, se penso di bere un vino rosso e costoso, esso si appropria immediatamente di tali qualità; allo stesso modo, la convinzione che un dato libro sia stato scritto da un uomo, farà emergere tutto quell’apparato di sensazioni umane e vive che una pagina dovrebbe suscitare? -