Non possiamo non dirci moderni*

*RIFLESSIONE SU NON SIAMO MAI STATI MODERNI DI BRUNO LATOUR

 

di Stefano Scrima

 

«Chi ha trascurato di studiare empiricamente le scienze, le tecniche, il diritto, la politica, l’economia, la religione, la narrativa, ha perso le tracce dell’essere sparso in ogni dove tra gli enti. Se, disprezzando l’empiria, vi ritirate dalle scienze esatte, poi dalle scienze umane, poi dalla filosofia tradizionale, poi dalle scienze del linguaggio e vi ripiegate su voi stessi, nella vostra foresta, allora sì che sentirete una tragica mancanza.» (p.88)

 

Accorgersi d’aver “dimenticato l’essere” non può rimanere un’accensione lirica heideggeriana, è invece un sentimento dirompente, di un’attualità che si fa drammatica; l’afflato di una piccola minoranza occidentale. Che il vivere necessiti l’esser vivi non lo metterebbe in dubbio nemmeno un bambino, ma che nel vivere si possano smarrire i tratti dell’esistenza non è altrettanto banale. Dimenticare non è eliminare, chi l’ha mai detto? È agire in una sospensione di giudizio, o possedere idee distorte dei movimenti.

Ma Latour, in un gioco di paradossi, insiste:

 

«Chi ha dimenticato l’essere? Ma nessuno, mai, altrimenti la natura sarebbe davvero “concepita come le scorte di un magazzino”. Guardiamoci intorno: gli oggetti scientifici circolano ora come soggetti, ora come oggetti, ora come discorsi. Le reti sono piene di essere.» (p.88)

 

Non è possibile per l’antropologo il compiersi irriflessivo delle azioni? che non penetri costantemente la profondità? L’umanità intera vive d’incoscienza! C’è chi ha dimenticato l’essere e continua a vivere in una dimensione d’oblio mascherato e chi invece ne avverte l’orrida mancanza: chi s’è accorto che qualcosa è stato trascurato – da lui per primo! – e non può sopportarlo. Qui sorge la riflessione sulla “dimenticanza dell’essere”, che non è assenza di vita ma di coscienza.

Latour si scaglia contro gli heideggeriani tacciandoli di meschina credulità, di adesione all’insipida “Costituzione moderna”. Perché io non posso sentirmi moderno? e nel sentirmi contemporaneamente anche postmoderno non avvertire nell’aria l’oblio dell’essere?

Per Latour noi, moderni, non lo siamo mai stati. Ammettere la nostra modernità sarebbe accettare i dettami della “Costituzione” redatta dal kantismo:

 

«le cose in sé diventano inaccessibili mentre, simmetricamente, il soggetto trascendentale si allontana infinitamente dal mondo. [...] La conoscenza non è possibile se non nel punto di mezzo, quello dei fenomeni, con un’applicazione delle due forme pure, quella della cosa in sé e quella del soggetto. Gli ibridi hanno sì diritto di cittadinanza in quanto miscele delle forme pure in eguale proporzione.» (p.76)

 

Bisognerebbe chiedere a Latour di che cosa vuol parlare, se di storia filosofica o di storia generale. Verrebbe da dire che è proprio lui che sta dimenticando l’essere! Come si fa a credere che con quest’idea filosofica il mondo degli scienziati e dei politici abbia smesso di preoccuparsi gli uni della politica e gli altri della natura? o meglio, gli uni di uomini e loro esigenze e gli altri di laboratori e nuove invenzioni (che avrebbero inevitabilmente ridefinito i rapporti interpersonali)? È lui a dire che ciò non avvenne mai, e cosa lo rende così sicuro che i “moderni” credessero realmente a questa “Costituzione”? Il lavoro di depurazione, effettuato dalla nostra critica filosofica, di scienza/politica natura/uomo è un discorso differente, riguardante più plausibilmente la semplificazione dei concetti. Che poi queste separazioni forzate e inconsistenti abbiano condotto a scenari decadenti non v’è dubbio.

 

Forse il povero Kant venne preso troppo sul serio, ma in fondo era un essere umano come gli altri. A tavola, davanti al suo pasto frugale, disputava con se stesso dell’inconoscibilità del cibo e delle funeste conseguenze per il suo stomaco? Immagino di no, che iniziasse a dedicarsi a ciò dopo pranzo, nel suo studio ameno.

Ma riformuliamo con un breve inciso la posizione dei “dimentichi dell’essere”, degli “ammonitori dell’oblio”: l’uomo è, ma non sa chi è, o almeno non lo sa più. Ha smarrito il significato del rapporto con gli altri e col mondo. La straordinaria proliferazione dei cosiddetti “ibridi” – come li chiama Latour – ha drasticamente allontanato l’uomo dall’uomo e l’uomo dalla natura. [Il telefono e la posta elettronica ridimensionano le nostre modalità di comunicazione e linguaggio rendendo non più ovvia l’ovvietà dell’interazione tra sguardi palpitanti, in cui la vita era ancor creduta azione; scorgere nel tremolo della scrittura l’inquietudine di una lettera, o il suo camuffamento, non va più di moda; e intanto aerei e metropolitane cacciano dalle nostre teste i sentimenti delle dimensioni del suolo]. Ora, senza entrar troppo nel merito – e dunque pontificare sullo sfacelo della società –, non può comunque esser negata questa distanza da poco acquisita (portata a compimento dalle direttive della modernità). Sono gli ibridi stessi che producono la vera separazione tra uomo e mondo! non la “Costituzione moderna”. Merito a Latour di scagliarsi contro l’occultamento della formazione degli ibridi, causa dello smarrimento dell’uomo ritrovatosi immerso in un mondo che non può più appartenergli; ma non son poi così sicuro che la conoscenza dell’“impero di mezzo” di cui parla Latour – dei quasi-soggetti quasi-oggetti – possa davvero riconsegnare all’uomo le chiavi del suo universo. Penso che la crisi sia molto più profonda, e anche percorrendo consciamente la costruzione di questi ibridi, non potranno tuttavia esser tenuti a bada.

Se abbiamo dimenticato l’essere non significa dunque che ci sia “mancanza d’essere” nella realtà; solo oblio. Meglio ancora: non è che abbiamo dimenticato l’essere, ne abbiamo un’altra idea, diversa, ridisegnata dalla portentosa ibridazione dei moderni. Nel pronunciare queste parole siamo tutti pieni d’essere: lo sono i nostri corpi, le nostre idee, la nostra voce, ma ciò non toglie che non ci ricordiamo affatto che significhi – e chi l’ha mai saputo!? – “essere”. Noi viviamo come se tutto fosse scontato e dovuto – questo è un dato di fatto.

Siamo tutti in qualche percentuale reificati e proiettati in dimensioni a noi esterne. I “mostri” della scienza e della tecnica, della sua mai attenuata alleanza con le forze politiche, del mercato consumista, ci hanno cambiato irrimediabilmente. Noi moderni – o postmoderni – siamo diversi! Diversi dai premoderni e diversi da ogni altra cultura: abbiamo sviluppato uno sguardo tutto nostro sugli oggetti e sull’altro – il che non significa, benché lo si sia sempre fatto, rivendicare una superiorità culturale.

 

Il problema è molto semplice e lo si sarà già intuito: sarebbe bene definire cosa si intende per “moderno”. Ed è qui il punto: la definizione latouriana di modernità è incompleta e soggettivamente interpretata – e non c’è nulla di male! Ma è proprio per questo che vorrei ricordarne l’incompletezza cambiando inquadratura (senza pretese esaurienti).

Quando parliamo di modernità, anziché alla “Costituzione kantiana”, penserei alle nuove scienze secentesche, alla messa in discussione del retaggio della tradizione “in prescrizione”; farei attenzione più alla pratica che alla teoria: a Galilei che demolì il mito del mondo sovrasensibile dimostrando la corruttibilità del sole; a Da Vinci che – molto prima – ruppe il tabù della santità della morte sviscerando i segreti del corpo; ai giacobini che decapitarono il principio dell’ascendenza divina del re vagheggiando ideali di libertà e dignità per una società da reinventare, aperta alla scienza, allo scambio di idee, e soprattutto alla ragione! Questa è la modernità, quel periodo che, a grandi linee, ebbe slancio dalla “riscoperta degli antichi” degli umanisti italiani all’Illuminismo francese (e forse oltre). Quattro secoli di fermento, di lotta per l’emancipazione dalle false credenze – che, attenzione, continuarono a proliferare senza posa per non smentire l’“imperfetta” natura umana (troppo umana) –, di ricerca sfrenata del codice di decifrazione del reale, ma anche di errori e mostruosità; ma sempre di cambiamenti radicali, importantissimi per la storia della nostra specie.

 

Dunque se ammettiamo davvero d’aver dimenticato l’essere ammettiamo anche d’esser stati moderni. È vero, anzi, lo siamo ancora, e non possiamo non dirci tali. Più appare plausibile il discorso latouriano della nostra perenne non-modernità più mi rendo conto che “modernità” non è soltanto una parola inventata ingiustificatamente da qualche invasato, ma un modo d’essere riscontrabile ovunque negli uomini e nelle loro creazioni. Noi siamo tutti moderni, abbiamo sempre voluto esserlo, e da qualche tempo a questa parte ci siamo riusciti. Il mondo è cambiato, la “scienza nuova” secentesca ha davvero dato la spinta rivoluzionaria per ridefinire il tutto. [Ora mi trovo davanti ad uno schermo magico che fa quello che gli dico; ci sono un sacco di persone rimpicciolite che discutono al mio fianco in un altro schermo magico; e quando voglio acqua fumante esce da alcuni tubi per tener caldi i miei sogni di gloria.]

Siamo inevitabilmente moderni e al tempo stesso postmoderni avendo accesso alla revisione sulla modernità. Parliamo dei successi, dei danni, dei cambiamenti di questi ultimi secoli con nonchalance pensando che forse un giorno i moderni saranno altri, e noi solo saggi antichi.

 

Ripiegandomi nella mia foresta sento ora una tragica mancanza, ed è normale.