L'evoluzione ai fornelli

di Eugenio Cau

Se non fosse stato per l'arte culinaria, il nostro cervello avrebbe ancora le dimensioni di quello di una scimmia. È quello che sostiene Suzana Herculano-Houzel, neuroscienziata dell’Università Federale di Rio de Janeiro, secondo la quale ciò che ha permesso all’Homo Sapiens di avere un cervello notevolmente più sviluppato è stato, fra le altre cose, proprio aver iniziato a cucinare il cibo.

Il cervello umano, con circa 86 miliardi di neuroni, è notevolmente più sviluppato di quello degli altri primati: il cervello di un gorilla conta in media 33 miliardi di neuroni e quello di uno scimpanzé 28. Sostentare il nostro cervello, tuttavia, richiede una gran quantità di energia: in una condizione di riposo circa il 20% delle energie totali del nostro corpo, contro il 9% usato da gorilla e scimpanzé. Come hanno fatto i nostri progenitori a ottenere tutta questa energia aggiuntiva? Semplice: con la cucina.

 

Il primo a ipotizzare che il cervello dell’Homo Erectus abbia iniziato a espandersi considerevolmente tra gli 1,6 e gli 1,8 milioni di anni fa anche grazie all’uso del fuoco è stato alla fine degli anni ’90 Richard Wrangham dell’Università di Harvard. L’uso del fuoco per la cottura dei cibi, infatti, corrisponde a una sorta di pre-digestione che avrebbe consentito all’Homo Erectus di assorbire calorie in maniera più veloce e più efficiente, rendendo possibile la crescita di un cervello sempre più sviluppato.

 

La ricerca della dottoressa Herculano-Houzel ha verificato questa ipotesi, provando innanzitutto che esiste una correlazione diretta tra il numero dei neuroni presenti nel cervello dei primati e la quantità di calorie necessarie per sostentarlo: più grande è il cervello, più cibo è necessario mangiare per farlo funzionare a dovere. In seguito la dottoressa e il suo team hanno calcolato quante ore al giorno diversi primati, tra cui l’uomo, dovrebbero nutrirsi di cibi crudi per soddisfare la quantità di calorie richiesta dai neuroni del cervello. Ne è risultato che un gorilla dovrebbe mangiare cibi crudi per 8,8 ore al giorno, un orango 7,8, uno scimpanzé 7,3 e un Homo Sapiens 9,3. Questi numeri mostrano come vi sia un limite all’energia che i primati riescono a trarre dal cibo crudo, e che esistono delle restrizioni metaboliche allo sviluppo del cervello in un regime dietetico che prevede solo cibi crudi. Solo gli esseri umani, ipotizza Herculano-Houzel, sono stati in grado di aggirare questo problema, sostituendo la quantità con la qualità: il cibo cotto, appunto.

 

Secondo la storia de Il pianeta delle scimmie una mutazione indotta da esperimenti umani porta i primati a sviluppare una intelligenza fuori dal comune che li aiuta a sottomettere il genere umano. Se le cose stanno come dice Herculano-Houzel, alle scimmie potrebbe bastare un po’ di buona minestra.