IL CORPO INCANTATO. Una genealogia faustiana

Michel Onfray

IL CORPO INCANTATO. Una genealogia faustiana.

Ponte alle Grazie, 2012

 

 

di Edoardo D'Elia


Michel Onfray è un filosofo edonista francese di successo: scrive molto e vende tanto; è fuori dal circuito accademico, ma le sue lezioni all’Universitè populaire (da lui fondata nel 2002) sono costantemente seguite da le più varie parsone; nonostante si definisca edonista, ateo e postanarchico, è popolare in Francia e in Italia; viene spesso criticato da giornalisti impegnati e da intellettuali di stazza, però dice di ricevere quotidianamente e-mail di ammiratori-discepoli che lo ringraziano perché lui ha davvero cambiato la loro vita, che hanno letto un suo libro per caso, poi subito un altro e poi tutti e ora sono più felici - l’amarezza delle critiche si diluisce nel conforto dell’ammirazione.

 

Non ha una cattedra dalla quale farsi ammirare nè una dietro la quale ripararsi; percorre un sentiero intellettuale secondario che riesce ad evitare le rigidità dei binari accademici, ma, inevitabilmente, deve rinunciare a quell’attendibilità di copertina che solo l’accademia ufficiale conferisce. Onfray è dunque un filosofo nel senso più evanescente e insieme più peripatetico del termine. Non a caso Il corpo incantato (pubblicato in Francia nel 2003, prima del Trattato di ateologia che lo ha portato alla ribalta) si apre con un dettagliato racconto autobiografico della più delicata e difficile esperienza che può vivere un essere umano, un dramma che coinvolge il malato e chiunque gli sia affettivamente vicino. Le trenta pagine dell’introduzione si intitolano: Tumore.

 

In un giorno di mezza primavera, Marie-Claude, sua compagna, rientra in casa dal lavoro come ogni altro giorno, con gli stessi movimenti tintinnanti e abitudinari, «segni consueti e rituali, sempre dolci e rassicuranti, del ritrovarsi» (p.7), ma squarcia la consuetudine con una notizia tragica: ha un tumore al seno. Dalla placida rassicurazione del quotidiano alla catastrofe che sconvolge i piani per il futuro e la serenità del presente. 

Inizia un’altra vita, di malati ambulanti in cerca di una risposta, una giustificazione, ma soprattuto una cura che prometta ancora un domani. Un’altra vita che però non può eliminare la routine mondana, la realtà indifferente degli scambi sociali, l’inerzia della presenza richiesta dal resto del mondo; le rimane parallela, raddoppiando la fatica di esistere. I medici, le diagnosi, gli altri medici e i secondi pareri, le diagnosi inciampate, le attese disumane per i responsi delle analisi, le ritrattazioni sulle biopsie e gli incoraggiamenti sempre sospetti, risucchiano le energie vitali e lasciano un corpo snervato in balìa della sorte: «cosa pensare della propria carne dopo aver avuto l’impressione che ci abbia traditi?» (p.27)

 

IL CORPO INCANTATO

(ill. di TPPP)

Le riflessioni che prendono forma nel libro nascono durante quei nefasti giorni, quando non si sapeva che sarebbe andato - alla fine di laceranti procrastinazioni - tutto bene; e Onfray è convinto che l’onestà e la chiarezza del pensiero richiedano di raccontarli.  «In realtà, tutte le teorie provengono da esperienze vissute su una pelle lacerata e dolorante per il fatto di essere al mondo, mentre la persona qualunque prosegue il prorpio cammino senza alzare la testa» (p.44).

Il filosofo classico alza la testa per guardare il cielo con le sue stelle, e cade nel pozzo. Per il filosofo edonista alzare la testa è una metafora invertita: significa accorgersi della propria eistenza corporea e seguirne i dettami, i bisogni e le repulsioni - ignorare il proprio corpo è tanto difficile quanto innaturale. Gli stoici che dormivano sulle tavole di legno e si nutrivano di pane e acqua, convinti di un paradossale guadagno dalla rinuncia, in realtà non facevano altro che dimezzare la loro vita, la loro esistenza umana di corpo e cervello insieme; due parti inscindibili per natura. Ricercando il bene, che da Platone in poi ha poco di umano, si rinuncia ad una parte della propria umanità per avvicinarvisi. 

 

Con il cristianesimo (i riferimenti principali sono le Lettere paoline e La città di Dio di Agostino) questa scissione tra bene sovrumano, che l’uomo ha da ricercare rinunciando a sè, e male che si annida in ogni interstizio solare e istintuale, si fa voragine e colonizza, secondo Onfray, ogni forma del pensiero occidentale, Kant compreso. Platone, Agostino e Kant condividono l’ideale di  un corpo materiale e mortale scisso da un’anima immateriale e immortale, e una morale ascetica che ipertrofizza la ragione e vuole estinguere i desideri, le pulsoni e le passioni. E allora Onfray schiera contro di loro la sua squadra di grandi “controfilosofi”: Epicuro contro Platone, l’immanentismo monista di Spinoza contro il cristianesimo e Bentham contro Hegel. Nietzsche e Faust i fuori classe.

“Checchè se ne dica, la mira di ogni nostra virtù è la voluttà”, scriveva Montaigne (un altro talentuoso affiliato alla squadra di Onfray) immerso in un ambiente quantomai ostile a siffatte affermazioni. Il corpo non si supera e non si ignora, il corpo si accetta. Solo una volta accettato si può ricominciare a fare filosofia. «L’edonismo non rimanda tanto al bene e al male quanto piuttosto a quello che è buono e a quello che è cattivo, espressamente identificabili con il piacere e con il dolore [...]; il piacere e il dolore come poli magnetici dell’etica» (p.45,50). 

 

Questo è il cammino che porta solo all’inizio. Il cilicio, le autofustigazioni, ma anche ogni forma di rispetto per il dolore, per la dignità della sofferenza - tutte granitiche zavorre del cristianesimo più o meno laicizzato che impregna la civiltà occidentale - sono da riconsiderare e superare, in nome di un utilitarismo materialista, edonista ed ateo che deve puntare alla felicità del maggior numero possibile di persone. Lo dice esplicitamente e più di una volta: «ogni riga dei miei libri nasce da una sfrenata volontà di decristianizzare la civiltà nella quale passiamo, furtivamente, tra due nulla» (p. 63). La decristianizzazione, che suona tanto nietzscheana, percorre la via vitalista: un approccio al problema dell’esistenza umana che accetta tutti i suoi paradossi e non si accontenta di darla vinta né al razionalismo integralista, che si sforza di dare una spiegazione impossibile a tutto, nè a un qualsiasi al di là che risolve il paradosso con un salto cieco e ottuso. Il vitalismo rimane su quel paradosso, si interessa di quell’inspiegabile e lo affronta senza mistificazioni o disonestà; cercando una misura tra apollineo (razionalità, ordine e misura) e dionisiaco (terrore, ebbrezza, atrocità inconsolabile dell’esistenza) - in un movimento che richiede una forte volontà (e tanto ricorda la rivolta di Camus). «La vita del vitalista nomina e caratterizza quello che, per il momento, non sembra nominabile» (p.70).

 

È la volontà l’arma potente dell’edonista; la volontà nietzscheana, ma anche la volontà stoica dell’autocontrollo. Se si riuscisse a ricalibrare la mira dello sforzo stoico, si potrebbe afferrare se stessi con polso più saldo, ma non per privarsi del corpo, bensì per aumentare la forza della nostra esistenza in ogni sua espressione - la vitalità della nostra vita. Una volontà cosciente e ben allenata permette di abbracciare la propria condizione senza sotterfugi e senza deleghe a un’altra Volontà consolante o a qualche farmacopea postmoderna che funge da anestesia emotiva. Torniamo presenti al mondo per perlustrare la terra alla ricerca del piacere di vivere.

 

Così il corpo ritorna alla luce del sole, esce dal buio dei rotrobottega, dalle stanze nascoste delle sacrestie, dalle alcove confinate nei quartieri interdetti, e rinasce grazie alla riappropriazione, da parte dell’individuo, della sua propria volontà - «un corpo sempre meno ogetto e sempre più soggetto...» (p.45). L’uomo decristianizzato si fabbrica la propria soggettività corporea e costruisce il corpo faustiano: «Potenziamento del corpo, sua definizione immanente, sua lettura pagana, decristianizzazione della carne, apprezzamento di forze incredibili e di poteri ancora inutilizzati, promozione di un grande livello di salute, volontà di una vita sublime, espansione del sé come virtù da opporre alle parole d’ordine giudaico-cristiane che operano piuttosto verso un deprezzamento. L’insieme si colloca sotto il segno di un allargamento della libertà» (p.46). Il copro faustiano è autonomo e unico, non necessita di una realtà essenziale da cui derivare e ha come unico orizzonte le leggi della «biologia del concreto» e della «fisiologia del reale». Il corpo faustiano è egoista nel senso nietzscheano di concentrazione su di sè, ma non ignora l’importanza della compassione: «Nietzsche sbaglia quando afferma che nella compassione si perde la forza, dato che, al contrario, la si accresce» (p. 301). Un pietà, però, anch’essa decristianizzata.

 

La pietà per un moribondo è la pietà per il suo dolore, vuole aiutare il moribondo ad eliminare il dolore. Il dolore è il nemico, non la morte, non le tentazioni sataniche, non l’elettroencefalogramma piatto e nemmeno il peccato dell’infermere. Il corpo faustiano comporta una bioetica altrettanto sensista, edonista e utilitarista, che tenga conto di ogni progresso della scienza e non condanni a priori nessuna scoperta della medicina. Non ci possono essere ostacoli trascendentali all’eliminazione del dolore con ogni mezzo, che sia la medicina transgenica postmoderna - sempre più vicina a poter controllare eugeneticamente le nascite, ad aggiustare difetti fisici invalidanti, ad allungare incredibilmente la vita e a ristabilire funzioni piacevoli perdute -, l’eutanasia o altre forme di artificializzazione del corpo e sua emancipazione dalle leggi naturali. Sì, perché ora che abbiamo riaccettato il corpo, la nostra dimensione naturale, dobbiamo accettare anche che la cultura progredisce nel tentativo di controllare la natura e di aggiustarla secondo le nostre esigenze. I trapianti, gli innesti, le fecondazioni artificiali, le ricostruzioni e tutto ciò che procede - a tutti gli effetti - contro natura va inteso, compreso e deciso riponendo le domande fondamentali. 

 

L’eugenetica e l’eutanasia, per considerare i due più caldi temi della bioetica, hanno in comune il passaggio, di difficile collocazione, tra il nulla e la vita: quando l’embrione diventa essere umano? e quando l’essere umano diventa corpo inerte e senza vita precipuamente umana?

Onfray sostiene che per rispondere a queste domande bisogna prima stbilire cosa rende la vita umana, propriamente umana. Qual è la caratteristica senza la quale la vita umana perde la sua significatività? quando dalla materia vivente emerge l’umano? «Dal punto di vista ontologico, l’embrione fino a cinque mesi e il corpo di un essere abbandonato dalla coscienza, dalla ragione, dall’intelligenza, dalla memoria e dalla capacità di intrattenere una relazione con se stesso, con gli altri e con il mondo, confessano un’innegabile parentela: quanto a umanità, entrambi appartengono più al nulla che all’essere, e fluttuano alla cieca dentro la vita, non ancora o non più, dentro l’umano» (p.88). 

 

La vita vale per quello che se ne fa, non per la sua essenza: prima del feto e dopo che non si dispone più di se stessi, la morte ha già fatto il suo lavoro. Se il moribondo chiede di morire, la pietà lo asseconda. Non esiste crimine etico, anche perché - Onfray sottolinea il paradosso - in una cultura cristianizzata solitamente si intende come crimine contro l’essere a cui si chiede pietà: «l’agonizzante che invoca aiuto per morire non rispetta la dignità...di colui al quale rivolge la sua richiesta!» (p.298). Inoltre, e con questa convinzione generale Onfray elimina ogni incertezza, «non esiste alcun dovere verso se stessi, nemmeno quello di non attentare la propria esistenza, esistono solo dei diritti, e in questo campo nessuno è obbligato a fare niente se non quanto si autoimpone» (p.302).

 

Per ogni altro problema bioetico il procedimento è il medesimo: si risolve il problema solo riponendosi le domande fondamentali alla luce della decristianizzazione della carne. 

Un uomo con una parte del corpo di una altro, uno con tessuti animali impiantati, uno con una arto o due in carbonio è ancora un uomo? - cos’è che definisce, in ultima istanza, l’individualità di un essere umano? il cervello; dunque finché rimane il cervello l’uomo può ritrovarsi. 

Un bambino nato da un inseminazione artificiale o da un altro controrto intrico genalogico artificializzato dove deve cercare la sua famiglia? - cos’è che caratterizza davvero la famiglia? l’amore, l’affetto, le attenzioni, la condivisione, il tempo passato insieme; quindi la famiglia sarà facilmente individuabile. 

Onfray fornisce soluzioni che, una volta condivise le premesse, sono semplici: «l’unico pericolo da temere in materia di bioetica - scrive - è una contaminazione fra la ricerca e il capitalismo liberale» (p.96). Non ha senso rifiutare a priori gli aiuti della cultura per aumentare il piacere della vita quando il problema è solo il pericolo dell’uso che di tale cultura se ne può fare (altra parafrasi stoica, cfr. Seneca). «Perché la bioetica non esiste, esiste solo la biopolitica» (pag. 137). 

 

La qualità della vita è la qualità delle relazioni che riusciamo a stabilire e consolidare: l’amicizia, la famiglia e tutto il resto delle interazioni che un umano postmoderno riesce a intrattenere. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te diventa fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. «Quindi, mi ripeto: premura, dolcezza, delicatezza, tenerezza, affetto e tutto quello che permette di evitare il dolore e di realizzare il piacere» (p.166).

Le soluzioni di Onfray sono semplici anche perché lui è bravo a confenzionarle. Dentro la confezione si trova un libro con qualche approssimazione storiografica e un vortice di citazioni che stordisce chi non conosce gli argomenti, ma davvero suggestivo.

 

L’utilizzo vertiginoso delle citazioni è concesso, di solito, solo a chi le riporta, ben ordinate, prima nelle note a piè pagina (meglio se occupano almeno un quarto della stessa), poi, di nuovo, in una bibliografia tanto attendibile quanto grigia e fitta; altrimenti il testo verrà giudicato, dai colleghi annotatori, non attendibile, improvvisato, non poggiante su una base solida di conoscenza pregressa degli studi precedenti di altri studiosi sedicenti. E allora quando esce (magari con rumoroso riscontro di pubblico) un autore che ha più le caratteristiche del filosofo scatenato che del diligente storico della filosofia, più dello scrittore che del professore, più del pensatore che dell’intellettuale, allora chi di quei talenti scarseggia dice che servono solo ad abbagliare il lettore non specializzato. Il che è vero esattamente quanto è vero che la mancanza di telenti annoia anche il lettore specializzato. 

 

Epperò, si dirà, la fluida ricchezza del linguaggio, la morbida sinuosità delle parole, con quella punteggiatura da intrattenimento e un uso libertino dei puntini di sospensione, sono armi potenti come ogni altra retorica (quella degli affabulatori di masse che trascinano intere nazioni alla guerra o quella dei pubblicitari americani che ci ipnotizzano facendo dondolare coca-cola in un pop-up di Gmail), e dunque necessitano di un maggior controllo perchè comportano una grande responsabilità: la credulità della sprovvedutezza e la sincerità del piacere della lettura sono cose delicate, che bisogna saper assecondare, ma anche ignorare, dicono.

 

Il gioco si fa tutto qui, tra il foglio bianco con la penna dall’imperscrutabile potenziale che gli sta sopra e il cervello, seduto davanti, pieno sempre di buoni propositi e ogni tanto di qualche idea interessante: la mano - il pregio della stesura - decide del risultato più dell’idea. 

Poi, ovviamente, bisognerebbe discutere del significato che diamo alla parola risultato, del valore che intendiamo quando diciamo risultato. Ci mancherebbe!, certo che bisognerebbe! - magari in una nota...