Misurare la parola più bella dell'astronomia

di Eugenio Cau

 

In tutte le serie di fantascienza che si rispettino i protagonisti incontrano, prima o poi, un minaccioso buco nero. E che siano risucchiati dal suo immane campo gravitazionale o lo usino come porta per un'altra dimensione immancabilmente ci finiscono dentro. Proprio per questo chi ha dimestichezza con la fantascienza conosce bene la parola "orizzonte degli eventi": quando il capitano della navicella spaziale la pronuncia si sa che ormai è troppo tardi, che non si può tornare indietro, che dal buco nero non c'è via di uscita. Lo spettatore se lo immagina come il confine, il bordo del buco nero: ancora un passo e l’oscurità si richiuderà definitivamente.

L'intuizione è più o meno giusta. L'orizzonte degli eventi, oltre che essere un termine di innegabile fascino, è la superficie oltrepassata la quale qualsiasi cosa, attratta dal campo gravitazionale del buco nero, non è più in grado di tornare indietro: nemmeno la luce riesce ad attraversare l'orizzonte degli eventi dall'interno all'esterno.

 

Fino a oggi l’orizzonte degli eventi non era nient’altro che un’ipotesi, o per meglio dire una previsione “necessaria” della teoria della relatività generale di Einstein. Alcuni giorni fa, tuttavia, alcuni ricercatori del MIT e dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics hanno annunciato di aver per la prima volta misurato l’orizzonte degli eventi di un buco nero.

Mettendo insieme i dati di diversi telescopi sparsi in più parti del mondo la squadra di ricercatori coordinata dallo scienziato Shep Doeleman ha esaminato un buco nero posto al centro della galassia Messier 87, che si trova a 50 milioni di anni luce dalla Terra. Il buco nero è 6 miliardi di volte più grande del sole ed è circondato da un disco di materiale caldo a tal punto da essere osservabile. Questo disco, corrispondente al punto più vicino nel quale il materiale può orbitare intorno al buco nero senza esserne attratto, è di circa 5,5 volte più grande dell’orizzonte degli eventi intorno al quale si trova.

 

Ma torniamo alla fantascienza. Gli esempi di buchi neri, usati nei più svariati modi, sono innumerevoli: durante un episodio di “Star Trek” la navetta spaziale viene risucchiata da un buco nero e ne riesce a fuggire solo passando per una “crepa” nell’orizzonte degli eventi. Nel film “Stargate”, l’orizzonte degli eventi era la patina traslucida attraversata la quale si finiva catapultati dall’altro lato dell’universo. In “Donnie Darko” i buchi neri appaiono come passaggi tra una dimensione parallela e un’altra.

Stephen Hawking ha detto che i buchi neri sono più strani di qualsiasi altra cosa sia stata inventata dagli autori di fantascienza. Se dovesse avere ragione le prossime osservazioni astronomiche saranno sempre più interessanti.