QUESTA EUROPA È IN CRISI

Jürgen Habermas

QUESTA EUROPA È IN CRISI

Laterza, 2012

 

di Stefano Scrima

 

 

A leggere il nuovo “libello” del «maggiore filosofo tedesco vivente» (terza di copertina) sembra che Kant non sia mai passato di moda.

Due i pilastri della raccolta di articoli, che va sotto il nome di Questa Europa è in crisi, proposta al pubblico italiano da Laterza:

 1) la dignità umana, verso il cosiddetto “regno dei fini” kantiano: agisci in modo da trattare l’uomo, in te come negli altri, sempre anche come fine, non mai solo come mezzo (Critica della ragion pratica);

 2) e l’abolizione universale della violenza, il che riecheggia non poco l’ottimistico Per la pace perpetua del filosofo di Königsberg.

 

Ma come fare a scorgere anche solo l’ombra d’una realizzazione concreta del nobile anelito habermasiano? Egli auspica una democrazia transnazionale, un’organizzazione mondiale che garantisca pari dignità e diritti a tutti gli uomini, e che renda anacronistica, anche perché severamente punita, ogni violenza.

Come fare a guardar così lontano quando ci ritroviamo parte di un’Unione Europea malata, in cui le già piagate democrazie degli Stati membri cedono il passo a meccanismi appannaggio delle solite élite, di un Consiglio europeo che fa di tutto per tener fuori dalle decisioni che contano il cittadino dell’Unione – perché noi siam tutti, oltre che cittadini del nostro Paese, cittadini europei – e, in misura diversa, gli stessi interessi statali, se non considerati da una prospettiva prettamente economica.

La domanda che Habermas ci pone – la stessa che già ossessionò James Madison nel 1787 – è:

«può una federazione di Stati membri a Costituzione democratica soddisfare essa stessa alla condizione di legittimità democratica senza subordinare evidentemente il piano nazionale a quello federale?» (p. 62) Lungi dal rischio di un livellamento culturale, si possono mantenere le particolarità statali all’interno di un quadro politico globale, che miri all’uniformità delle condizioni (economiche) di vita? - perché sembra questo, in definitiva, il fine ultimo di tal organizzazione.

Non lo sappiamo. Di certo per gli Stati Uniti d’America, avvantaggiati da una storia più recente e una comunanza di lingua e tradizioni, fu più facile. Ma noi europei, immischiati in un’unione prettamente monetaria e poco culturale facciamo davvero fatica a immaginare un futuro condiviso.

Perché questo? Habermas ce lo spiega con la mancanza d’informazione e, dunque, con l’assenza d’una coscienza critica del cittadino europeo, cioè ognuno di noi.

Crisi

(ill. di TPPP)

media italiani, per fare un esempio concreto, non ci propongono i dibattiti tra gli euroscettici e sostenitori degli “Stati Uniti d’Europa” degli altri sedici Stati membri dell’Unione. Non sappiamo, a riguardo, che ne pensano i portoghesi, ma nemmeno i tedeschi e i francesi, e probabilmente nemmeno i cittadini di questi Stati conoscono la situazione dei loro vicini. Si parla soltanto di debiti, concessioni e imminenti fallimenti, tutto in un clima di assoluta vaghezza tecnico-economica.

 

A questo punto ci si dovrebbe chiedere: perché esiste un’Unione Europea? Quali i reali pro e contro? Questo, i governi e l’informazione, dovrebbero render più limpido; è loro responsabilità farlo e nostro diritto richiederlo. Il risultato della vaghezza e quasi segretezza con cui viene portato avanti questo progetto, di cui tutti noi facciamo parte, è il cittadino disinteressato e un’opinione pubblica azzerata. E ciò, di sicuro, non fa bene all’edificazione d’una reale comunità.

Ma «via via che perverrà alla coscienza delle popolazioni nazionali e sarà portato alle coscienze dei media quanto profondamente le decisioni dell’Unione incidano nel [nostro] quotidiano, crescerà il [nostro] interesse a far uso dei [nostri] diritti democratici come cittadini dell’Unione.» (pp. 77-78)

 

Una società mondiale – Habermas pensa in grande – con una costituzione politica che abbia come fine il bene comune – si parla sì di condizione economica ma sarebbe meglio guardare a una condizione esistenziale – deve inoltre essere supportato da un solidarietà generalizzata senza cui nulla di quel che auspica Habermas sarebbe realizzabile.

E perché io, italiano, dovrei sentirmi vicino a un norvegese? Questo per quanto riguarda l’Unione Europea. E, a fortiori, perché a un cinese? Il problema sembra non risiedere più nella politica di Stati, federazioni o unioni; qua si tratta dell’essere umano in quanto tale, considerando la cultura come un fenomeno sì fondamentale ma sopravvenuto in un secondo momento. L’anelito habermasiano sembra prospettare e soprattutto “cosigliare” una filantropia di questo tipo. Ma il circolo vizioso delle domande invece che acquietarsi acquista vigore: e chi lo spiega agli uomini che il miglior modo di condurre questa breve esistenza sarebbe collaborare? In quanti ci han già provato?

  

Saremo davvero pronti a diventare cittadini del mondo? Habermas non sta forse, a prescindere dalle falle di media e poteri forti, sottovalutando quella che egli stesso chiama «l’ombra lunga dei nazionalismi»? (p. 76)