BABBO NATALE, GESÙ ADULTO

Maurizio Ferraris 

BABBO NATALE, GESÙ ADULTO. In cosa crede chi crede 

(Bompiani 2006)*

 

 

di Stefano Scrima

 

Alla sera del dodici dicembre ero solito posare sull’uscio di casa una carota accompagnata da una tazza di latte. Sapevo che la mattina seguente avrei ritrovato l’ingresso deserto: era passato l’asinello di Santa Lucia; mentre la padrona disponeva sul divano i miei meritati regali, la tenera bestiola avrebbe fatto una delle tante colazioni di quella lunga nottata passata in giro per il mondo. Mai mi son chiesto perché non ritrovassi nemmeno la tazza vuota, ma una volta entrato in possesso dei doni niente era più importante.

 

Poi alla domenica andavo a messa, in prima fila, coi miei compagnetti di catechismo. Cantavamo e ci confessavamo. Il prete: «che peccati hai commesso questa settimana?», io: «è possibile che mi sia comportato un po’ male coi miei genitori, ho detto qualche bugia, forse, e poi qualche parolaccia, non ricordo», e lui: «va bene ti confesso, e ora recitami un Gesù d’amore acceso, e quando sarai a casa anche un Ave Maria.» «Ok», e lo facevo veramente, senza chiedermi perché: credevo. Ora so che credevo di credere in un Dio giudice e punitivo, e prima di addormentarmi mi prefiguravo le fiamme dell’Inferno, stimolo più che valido per farmi declamare, il più velocemente possibile, almeno un Padre Nostro. Poi un bel giorno mia madre mi confessò che Santa Lucia era lei; io non capii. Mia madre era Santa Lucia? Cioè io ero il figlio di Santa Lucia? Poi intesi l’inghippo ma non me la presi tanto perché i regali arrivavano lo stesso. Una volta cresciuto feci lo stesso con lei dicendole d’esser Dio, ma nemmeno lei capì. Era solo una provocazione adolescenziale.

 

Ma in cosa crede chi crede? Oggi nel Ventunesimo secolo, regno del disincanto, in questo Occidente ultraconsumista – nell’ultimo periodo un po’ meno, ma anche questa crisi passerà – assistiamo a un paradossale “ritorno della religione”. Dunque è vero, aveva ragione Heidegger? «Solo un dio ci può salvare»? Maurizio Ferraris non ne è tanto convinto, anzi nutre seri dubbi sul fatto che chi si professa credente creda davvero in quello a cui dovrebbe credere. Il problema non è di chi crede (in buona fede) ma di ciò che dev’essere creduto, inconoscibile per definizione. «Eppure, se non si sa chi è Dio, perché si impongono regole in nome di Dio? Mistero della fede.» (p. 17) Dunque sì, invero il problema è anche di chi dice di credere ma probabilmente crede soltanto di credere; il suo culto non ha oggetto.

 

I vecchi credenti guidati da Paolo di Tarso si «uccideva[no] per il sesso degli angeli» (p. 16), pretendevano le prove. Ed è narrato – così dice la Bibbia – che Gesù, resuscitando e facendosi toccare le ferite dagl’increduli, di prove ne fornì eccome (beh, in tal caso crederei anch’io). E i nuovi credenti? Pare non importi più convincersi della realtà storica della resurrezione, della transustanziazione o dell’immacolatezza della Vergine, perfino leggere i testi sacri sembra ormai superfluo. Greci e romani conoscevano a memoria vezzi e vizi dei loro dèi, ed è dimostrato che non ci credessero poi tanto, mentre i cristiani (i cattolici i più sfrontati), a differenza di Ebrei e Mussulmani, conoscono a malapena le Scritture – forse solo gli estratti recitati la domenica da qualche povero Cristo –, ma, in compenso, credono ciecamente. C’è chi potrebbe dire, però, che la nuova ondata religiosa fortifichi il nostro senso morale e il principio di tolleranza, ma anche questo è discutibile: «che oggi non si brucino più gli eretici [...] più verosimilmente dipende in buona parte dal fatto che mancano le figure professionali capaci di scovare le eresie. E non ci sono più [...] perché nel fondo, sospett[a] [Ferraris], non ci credono, e magari non gliene importa un fico.» (p. 23)Il paradigma del credente è cambiato, dal trionfo della resurrezione come certezza di vita eterna (beata per i devoti) al suo passar di moda, giacché l’importante è credere in qualcosa; infatti sembra che oggi ognuno abbia un’idea diversa sul suo Dio. L’infervorato Paolo diceva: «se Cristo non è risorto, è inutile la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.» Oggi queste parole paiono quasi blasfeme. Paradossale non è vero?

 

Ma non c’entreranno anche qui i postmoderni? Proprio così. La loro rivoluzione desiderante, con la sua avversione per il mondo esterno (di cui non possiamo aver conoscenza e d’altronde forse nemmeno esiste: ci sono solo interpretazioni e schemi concettuali), ha condizionato anche l’ambito religioso. Gli argomenti utilizzati dai postmoderni sembrano gli stessi dei nuovi credenti contro i vecchi credenti tacciati di puerile realismo teologico. I postmoderni e i nuovi credenti parlano rispettivamente di desiderio e vita eterna, ma nessuno di loro riesce a fidarsi dei sensi! Invero sono proprio questi, scrive Ferraris, a ricordarci che «c’è qualcosa, lì fuori, che rende vere le nostre affermazioni, altrimenti stiamo parlando a vuoto.» (p. 60) La resurrezione, come diceva Paolo, dev’essere avvenuta davvero, Cristo dev’essere sensibilmente risorto, pena la falsità di tutta l’impalcatura metafisica cristiana. Ma c’è un ulteriore paradosso: «come uomini di buon senso, ci fidiamo dei sensi e delle cose verosimili. Come filosofi o eventualmente come credenti, no.» (ibid.) Ferraris ammette, per assurdo, più probabile l’esistenza di Babbo Natale che la resurrezione di Cristo, ed è anche convinto che una gran parte dei credenti sia tacitamente d’accordo con lui, o che non sia realmente interessata a far luce sulla questione, oppure ancora che nutra dei dubbi ma non si azzardi a scioglierli (forse per paura dell’Inferno? o del giudizio dei parrocchiani?) Se tutti i cattolici, una volta cresciuti, smettono di credere a Gesù Bambino che a Natale porta i regali, perché dovrebbero continuare a credere in un ebreo che si fa beffa dell’aldilà?

 

Possiamo così ridefinire il credo contemporaneo come un Cristianesimo secolarizzato, “ultima speranza” di salvezza del nichilismo. Da un lato assistiamo al graduale svuotarsi del contenuto di “Dio”, «ridotto a flatus vocis e a evento inverificabile e incredibile; dall’altr[o] [al]l’invenzione di mille maniere per riempire questa vuotaggine (sincretismo, religioni private...) tutte tollerate a condizione che non nuocciano alla salute né all’ordine pubblico» (p. 71); e il fatto che anche la Chiesa tolleri queste eresie è di certo segnale di «trasandatezza teologica». Ma creder davvero – e non credere di credere –, per Ferraris necessita d’un certo «impegno ontologico», proprio quello abbandonato da gran parte dei cattolici di oggi, i quali mangiando l’ostia consacrata sanno bene di non esser diventati antropofagi.

 

Il “ritorno della religione” è dunque indissolubilmente legato al bisogno di speranza e di sacro connaturato all’uomo. Il Postmoderno, dopo la “fine dei grandi racconti” e il nichilismo sfrenato, avrebbe così ceduto alle lusinghe della spiritualismo «riscoprendo il Cristianesimo» (p. 79), ma riempiendolo di nuovi contenuti: santi e miracoli. È grazie allo scetticismo postmoderno che torna di moda il credo quia absurdum di Tertulliano spianando così la strada alla credenza nel miracolo, spesso e volentieri esercitato dai santi della zona. Infatti, se nessuna legge di natura può esser certa al cento per cento, anzi se le stesse leggi di cui parliamo sono in realtà solo costrutti teorici di scienziati impostori, perché non creder ai miracoli? «Padre Pio [che] ci benedice dai camion» (p. 82) dimostra come il nuovo credente abbia disperato bisogno di appigliarsi a qualcosa, assurdo sì, ma dalle incredibili aspettative – poi sappiamo tutti che c’è più probabilità di guarire in casa propria che a Lourdes, ma la suggestione vuole la sua parte.

 

In chiusura, alla domanda “oggi, in Italia, in cosa crede chi crede?” Ferraris spiazza tutti rispondendo: “nel Papa”; «in effetti credere nel Papa rispetto a, poniamo, Dio, diventa infinitamente più facile, [...] quasi più pratico, e non solo per ragioni culturali e politiche. [...] Diversamente che con Dio, ci confrontiamo con un’identità riconoscibile, e dunque con un’entità; diversamente che con lo Spirito Santo, sappiamo più o meno di che cosa parliamo.» (pp. 123-124)

«Chi crede – ovviamente, nel nostro tempo e in un paese cattolico – crede nel Papa, anche se non lo sa.» (p. 133) Il trionfo dell’immagine e della televisione si è reso funzionale alla trascendenza facendo passare in secondo piano il vero contenuto di quest’ultima (poco male, sarebbe stata comunque inconoscibile).

 

Forse se, come auspicava il saggio Machiavelli, trasferissimo Papa e Chiesa in Svizzera (dove non sopravviverebbero) potremmo mettere alla prova la fede degli italiani (che del fariseismo ne han fatto una professione), stanarne gli increduli, e dimostrare le perplessità di Ferraris?

 

 

 

* La copertina Bompiani è inverosimilmente blasfema. Motivo in più per leggere il libro.