TAUROETICA

Fernando Savater 

TAUROETICA 

Laterza, 2012

 

di Stefano Scrima 

 

Dica la verità, non trova che l’amo è più subdolo

e perversamente barbaro dell’espadrilla?

Raymond Queneau, I fiori blu

 

Qual è il fondamento dell’etica? La possibilità di agir bene o male, secondo o contro natura: è la libertà. Perché noi siamo liberi di non ascoltare i nostri bisogni primari – e che cosa sarebbero i precetti religiosi se non tentativi di strappar l’uomo al suo suolo? –, di capitalizzar l’esperienza per l’azione, di vivere per noi o sacrificarci per gli altri. I codici etici storicamente formatisi nelle associazioni umane regolano i rapporti tra esseri razionali in perenne “lotta” con istinto e sentimento. E gli animali? Sono liberi? «Sono esseri umani allo stesso modo in cui gli esseri umani sono animali?» (p. 12) Oppure seguono quella cieca necessità che fa loro correre – come nel caso della leonessa – cento metri in quattro secondi, aggiudicarsi una zebra che voleva solo bere un po’ d’acqua, chiamare il branco famelico per completar l’opera, e infine rimettersi a dormire al riparo d’un albero che duella col sole (anch’esso cieco) della savana?

 

Con buona pace di Peter Singer – il filosofo australiano partigiano dei diritti degli animali – Savater non crede che “tutti gli animali siano uguali”: soltanto gli uomini hanno veri interessi giacché parlar d’interesse ha senso se e solo se questo può esser inibito, rimandato (per dedicarsi ad altro) o inserito in un protocollo di comportamento condiviso; la fame e la caccia della leonessa, atti necessari e riflessi, non sono veri e propri interessi, non rispondono a una libertà di scelta (al massimo potrà scegliere tra zebra e facocero). Ancor più che il razzismo e il sessismo, sarà difficile estirpar dalla “natura” umana la sua tipica tendenza “specista”, cioè privilegiare il benessere della sua specie a scapito del resto del mondo animale e naturale – ma, d’altronde, se i leoni ne avessero i mezzi non farebbero lo stesso? È sempre stato così: il “patto sociale” stipulato tra uomo e animale – per la verità soltanto dall’uomo – ha sancito, dai tempi più remoti, la subordinazione del secondo al primo con cibo, pelli, compagnia. In cambio di che cosa? Apparentemente (e fondamentalmente) niente. Tuttavia, con ogni evidenza, siamo tutti parenti – Darwin non si sbagliava –, ma il confronto con altre specie ci mette sempre un po’ in imbarazzo: soltanto noi possiamo vantare lo status di bestie razionali, e – come direbbe Cassirer – di animali simbolici.

 

Per ricostruire una genealogia della riflessione sulla fraternità di uomo e animale, il filosofo basco, distingue, da una parte, i fautori del primato della compassione, e dall’altra, gli utilitaristi, per i quali è l’interesse (qualsiasi pulsione, anche quella “necessaria”) ad esser motore del mondo. Per i primi – Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Rousseau, Kant, Schopenhauer, Michelet tra gli altri, e poi buddisti, giainisti ecc.– rispettar gli animali, la vita, è un dovere volto al conseguimento della perfezione morale dell’uomo, giacché se si è malvagi con le bestie sarà più facile esserlo coi propri simili. Dunque animali e uomini sono diversi: noi possiamo provar compassione per loro –

Dica la verità, non trova che l’amo è più subdolo e perversamente barbaro dell’espadrilla? Raymond Queneau, I fiori bluquesta è l’eccezionalità della condizione umana – ragion per cui dobbiamo innalzarci e rispettar lo scarto che ci separa; ma Savater replica: «la sopravvivenza dell’uomo è impossibile se rispetta come un fratello non solo i suoi simili ma tutto il creato (deve mangiare, costruire strade, edificare case [...]), [...] è contro la loro natura, cioè contro la Natura.» (p. 30) Dunque la compassione è antinaturale. Inoltre, «che fondamento può [...] avere il principio etico di rispettare la vita a qualunque costo se viene osservato soltanto dagli umani e non, poniamo, dalle formiche, dagli squali o dai microbi?» (p. 29) Ma a ciò i compassionevoli han già risposto.

 

Tauroanalisi 

(illustrazione di Irene Scarascia)

Passiamo invece agli utilitaristi – Bentham, Salt fino ad arrivare a Singer – di certo i più sensibili alla condizione animale. Per loro il rispetto morale verso gli altri esseri viventi trova il suo discrimine nel principio del dolore: gli animali provano dolore? Sì, allora meritano il nostro rispetto (Singer vorrebbe addirittura fossero conferiti loro i diritti storicamente conquistati dall’uomo). Ma per Savater la capacità di soffrire non rende il sofferente un soggetto morale. Siamo tornati al punto di partenza, noi uomini siamo diversi dagli animali, perché liberi, coscienti, razionali. Aver rispetto per l’altro è una scelta libera condivisibile, ma sempre una nostra scelta; equiparar uomo e animale sarebbe una forzatura grottesca. Avrebbe dunque ragione Bataille quando dice che «noi ci viviamo come l’olio nell’acqua, senza poterci separare dalla natura né mischiare completamente con essa» (p. 43), o Pico della Mirandola quando sostiene esserci una scala che dagli angeli discende fino alle umili ostriche, nella quale l’uomo, «co-creatore di sé stesso insieme a Dio» (p. 44), può salire virtuosamente o viziosamente riscendere.

 

In definitiva, Savater non vuol negare l’amore spontaneo che nutriamo per gli animali (per alcuni più di altri), lo condivide, ma ritiene che «solo un imbecille [possa] esclamare con gli occhi lucidi che sono “migliori di noi”» (p. 50) o anche soltanto “come noi”; e questo perché loro, gli animali, non sanno chi sono! Non giudicano – non possono farlo –, non sono né colpevoli né innocenti, né meritevoli né indegni. L’amore nei loro confronti ha a che fare col nostro modo di vivere e con ciò che da loro ci aspettiamo; in breve: non li amiamo per quello che sono – la gallina è degna di considerazione per le sue uova e il cane per averci distolto da una serata (o da una vita) malinconica.

 

Mangiare carne; utilizzare pelli; cacciare e pescare a fini sportivi, regali o diversivi; andare all’ippodromo o nelle plazas de toros – gridare, arrabbiarsi, scommettere, stare insieme – per non perdere un’esperienza estetico-culturale; tutto questo per il filosofo spagnolo (appassionato di corse ippiche e discreto frequentatore di corride) è normale. Lo è sempre stato e, plausibilmente, sempre lo sarà. Sembra quasi che per Savater gli animali debbano ringraziarci dell’attenzione che in tutti questi secoli abbiamo dato loro, attraverso cure e allevamenti che ne garantiscono la perpetuità – ma per soddisfare (soltanto) i nostri bisogni! «È ragionevole pensare che nel futuro ci nutriremo di cibi industriali [...] che ci faranno dimenticare i cibi di origine animale che oggi tanto apprezziamo. [...] Questa nuova cultura gastronomica eviterà le sofferenze causate dall’allevamento intensivo [...], ma probabilmente significherà anche la fine di polli, mucche e maiali, il cui allevamento cesserà di rivestire interesse commerciale.» (p. 51) Sarà così? Ma quindi Savater ammette la sofferenza degli animali? Invero non l’ha mai negata, si riduce a marcare la beata inconsapevolezza della fine che accompagna le esistenze di tutti gli animali d’allevamento, arrivando quasi ad invidiare – paragonandolo a un milionario che muore malato tra atroci sofferenze, ma vive una vita agiata e memorabile – il toro destinato alla strazio della corrida. Non ha apprezzato nemmeno il gesto diTony Blair di vietare la caccia alla volpe con cani e cavalli, destinando così le campagne inglesi alla perdita del loro fascino caratteristico: pare che a mantenerle fossero i soldi che i cacciatori versavano ai proprietari dei campi per portarci i loro cani. Più che altro Savater se la prende coi sostenitori della causa anticaccia formata da persone che conoscono la campagna soltanto dalla foto della confezione dei biscotti, mentre i campagnoli, ora, si ritrovano squattrinati.

 

Ma il vero pretesto che induce Savater ad addentrarsi in quest’ostico campo dell’etica è il dibattito alimentato dal Parlamento catalano – poi concretizzatosi in legge approvata nel 2010 ed entrata in vigore nel 2012 – a seguito di un’iniziativa animalista e antitaurina che chiedeva l’abolizione definitiva delle corride in Catalogna. Ma questo provvedimento, afferma Savater, «non ci renderà moralmente migliori: sposterà soltanto il nostro eterno conflitto con la natura ad altri campi di battaglia.» (p. 60) Perché è di questo che si tratta: del conflitto ritualizzato tra uomo e natura matrigna (interpretata dalla fiera cieca di rabbia), in cui è sempre la morte a trionfare, ma non sull’uomo (il torero), il quale si salva con l’astuzia, ma sull’ignaro animale (il toro) che viene sacrificato per noi; è la bestia vinta ad inscenare la sofferenza dell’esistenza, ad esorcizzare la nostra paura della morte sostituendoci a noi con l’illusione dell’arte. Savater parla della corrida come la «rappresentazione del tragico in tutta la sua crudezza» (p. 74), di «un’autentica eccezione culturale, l’anello improbabile e fragile che congiunge un crudo rituale antico con la stilizzazione normativa, cavillosamente codificata, che la modernità impone agli spettacoli pubblici.» (p. 75) L’istituzione rituale della corrida va preservata non per il suo carattere nazionale – il suo esser profondamente radicata nella cultura ispanica – ma per il suo “puro” valore culturale. E soprattutto: il fine della corrida non è veder soffrire il toro – «perché se così fosse frequenteremmo i mattatoi e non le arene» (p. 89) – ma godere del gioco della vita rappresentato con stile. È dunque un divertimento? Savater lo ammette, ma – continuando con le provocazioni – osserva: «sacrificare un animale per rispondere ai nostri bisogni primari [per mangiare] e farlo per soddisfare il nostro desiderio di divertirci non sono la stessa cosa?» (ibid.) Se il problema è quello della sofferenza non ci si dovrebbe preoccupare anzitutto dei mattatoi invece che delle corride? Ma qui il circolo si fa vizioso: smettendo di mangiare carne rinunceremmo a un bisogno primario (forse rimpiazzabile con le nuove tecnologie chimico-gastronomiche?) e destineremmo gli animali (non più) d’allevamento (quelli condannati al mattatoio) all’estinzione – questo si deduce dalla Tauroetica savateriana.

 

Il problema che anima realmente il filosofo spagnolo sembra però essere d’ordine politico: perché il Parlamento catalano ha abolito la corrida e non, ad esempio, la butifarra (tipica carne della zona)? L’antinazionalismo e le rivendicazioni di autonomia da parte della Catalogna hanno di certo giocato un ruolo fondamentale. Ecco perché Savater tiene così tanto a rivendicare l’universalità della corrida: si può esser catalani e amare la tauromachia o esser spagnoli e odiarla. A rimaner ancorati alla tradizione, paradossalmente, è la Catalogna indipendentista, la quale impedendo a tanti appassionati catalani il loro spettacolo taurino sembra ripiombare ai tempi – così spagnoli – del Sant’Uffizio.

 

Postilla aggiunta il primo luglio 2012

Sospendendo il giudizio sulle riflessioni etiche qui riportate, risulta francamente difficile concordare con Savater sul carattere “universale” della corrida. Questa è praticata in Spagna, nei paesi ispanici dell’America Latina e in alcune zone di Portogallo e Francia; è radicata in questi luoghi e con difficoltà ruberebbe il cuore ad abitanti di altri paesi, se non – appunto – come evento turistico-folkrorico-culturale da provare almeno una volta nella vita (tra l’altro sarebbe proprio questo, per Savater, il vero cancro della manifestazione). Questa sera, dopo la vittoria della Spagna agli Europei di calcio, il giocatore Sergio Ramos ha esibito in campo, in segno di festeggiamento, un capote de brega (il tipico drappo rosa che aizza i tori nella prima parte della corrida) sfoggiando anche una discreta destrezza nel toreare (senza toro). Questo per rimarcare l’attaccamento degli spagnoli alla tradizione, che è una questione nazionale, e per questo anche politica (se il calcio fa politica a maggior ragione la può far la corrida). La Catalogna vanta una propria cultura che solo a tratti converge con quella castigliana. Il desiderio catalano di riconoscimento può di certo portare – lo ha fatto – a proteste esemplari quali l’abolizione sul suo suolo della più sentita esibizione dello spirito castigliano. Tuttavia ciò non vieta ai catalani filo-taurini di godersi la rappresentazione della “tragedia della vita” in qualunque altra plaza de toros di Spagna.