PERCHÉ PAGARE LE TANGENTI È RAZIONALE MA NON VI CONVIENE

Armando Massarenti 

PERCHÉ PAGARE LE TANGENTI È RAZIONALE MA NON VI CONVIENE 

Guanda, 2012

 


di Stefano Scrima

 

«1. I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi; 2. Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, eccetera: questi è un fesso»; e questo il Paese descritto dal Codice della vita italiana (1921) di Giuseppe Prezzolini, non così differente dalla visione che oggi, a Ventunesimo secolo inoltrato, abbiamo di noi stessi. Noi, gelosi e vergognosi (quando riguarda gli altri) dell’invincibile vizio dell’italianità, non ci smentiamo mai. Armando Massarenti ne è a tal punto consapevole da farlo spesso trapelare nel suo recente libretto Perché pagare le tangenti è razionale ma non vi conviene: non l’ennesimo pharmacon indigesto, bensì l’accurata disanima dei mali inquinanti le acque (già nere d’industria) della fiducia reciproca, flebile ma essenziale collante della società.

 

Economia, ironia, scienze sociali e prigionieri molto pensierosi cercano di rappresentare il quadro d’una situazione stazionaria in cui pizzo e tangenti contendono agli spaghetti il podio del folklore italico. Perché pagare le tangenti è razionale ma non vi conviene è il risultato dell’applicazione della “teoria dei giochi” – «scoperta la cui importanza nelle scienze sociali è stata paragonata alla teoria della relatività in fisica» (p. 29) – ai (“normali”) vizietti verdi bianchi e rossi. Un saggio comparso per la prima volta nel 1996 sulla Biblioteca della libertà, a Tangentopoli ancora fresca, e riproposto oggi, cavalcando l’onda dei recenti scandali politici; un altro modo per ricordarci di che pasta – in questo caso non si tratta di spaghetti ma di corruzione – siamo fatti.

 

Il vivere comune impone l’interazione tra gli uomini, i quali, essendo animali eminentemente razionali – su questo ci sarebbe da discutere – inizieranno a studiar le proprie mosse e produrre strategie di relazione: a che starai pensando? Cosa pensi io stia pensando? Cosa pensi io stia pensando tu pensi? e via dicendo in un libero gioco le cui regole (tacite o successivamente codificate) si andranno a formare con l’interazione stessa tra bluff e tattiche personali.

I game theorists vedono nei giochi della realtà quotidiana, in quelle situazioni che si ripetono indefinitamente nel corso del tempo, la formazione spontanea, di norme e conoscenze condivise. Le istituzioni sociali – e a sostenerlo è l’autorevole “scuola austriaca” di von Hayeck, Morgenstern e von Neumann – che coordinano la nostra vita sarebbero quindi sorte non intenzionalmente, senza progetti definiti, e in seguito legalizzate e fatte rientrare in un sistema di diritti doveri e punizioni.

 

COOPERAZIONE

illustrazione di Stefano Laureti

Ma per giungere al caso della corruzione diffusa dobbiamo abbandonare i giochi cooperativi della “scuola austriaca” e dedicarci ai giochi non cooperativi di Harsanyi: solo questo tipo di relazioni, sprovviste di un sistema esterno garante del rispetto delle regole, permette di rimodellare in fieri le norme che si creano spontaneamente al loro interno. I giochi non cooperativi rispondono ancor più dei cooperativi ai meccanismi della vita reale, di tutta quella zona dell’esistenza che la legge non riesce a raggiungere. Cos’è stato Mani pulite se non un insieme di norme tacite e perverse,autoalimentatesi nel corso del tempo e nella ripetizione di alcuni gesti (pagare le tangenti) prima spontanei e poi obbligati? Queste norme spontanee sono nient’altro che “equilibri di Nash” (proprio quello interpretato da Russell Crowe in A beautiful mind), cioè «strategi[e] nelle qual[i] ogni giocatore massimizza il suo risultato sapendo quali sono le strategie degli altri giocatori.» (p. 23) Tali equilibri non producono sempre situazioni positive, ma anche, come nel caso di Tangentopoli, bacate rispetto a un comportamento trasparente e consono a morale e Costituzione – quello richiesto ai rappresentanti della cosa pubblica. Così le tangenti divennero norme e il non adeguarsi al nuovo sistema, delineatosi grazie all’esorbitanza di furbizia italica, la vera devianza, comportando (quasi) l’esclusione del dissidente “onesto”. Ciò determina una situazione, che nessuno ha interesse di cambiare, «in cui in realtà molti stanno peggio rispetto alla situazione in cui si troverebbero se potessero evitare di pagare» (p. 27) Massarenti chiama questo paradosso il “dilemma del pizzo” rifacendosi così al celeberrimo “dilemma del prigioniero” – «croce e delizia» della game theory – per cui l’auspicabile interesse di tutti non può rispondere alle scelte razionali degli individui.

 

Due prigionieri sono sotto interrogatorio, non possono parlarsi, e alla richiesta di confessare il loro presunto reato si ritrovano davanti a tre possibilità: 1) nessuno dei due confessa e si prendono un solo anno di carcere, questo è il caso della cooperazione; il rischio è massimo, devono fidarsi l’uno dell’altro, ciecamente.

2) Uno solo confessa, l’altro tace (forse confidando nel silenzio del compare?); il primo viene scarcerato, l’altro prende trent’anni. 3) Entrambi confessano sapendo che nell’eventuale silenzio dell’altro verranno liberati; quindici anni a tutti e due.

Lo scopo dei prigionieri è evidentemente cercar di minimizzar la condanna; ognuno farà i suoi calcoli prefigurando i possibili scenari della strategia altrui. Il caso della cooperazione presupporrebbe un previo accordo, o perlomeno una fiducia cieca in mancanza della quale è raro che si corra il rischio di non confessare aumentando così le probabilità (e l’ingenza) di condanna.

 

Trasponiamo ora questo gioco al fenomeno tangenti – quello che Massarenti chiama “dilemma del pizzo” – e noteremo gli stessi paradossi: la cooperazione converrebbe ma essendo troppo rischiosa meglio non cooperare. Tuttavia alcune differenze fanno sì che il fenomeno tangenti sia incontrollabile: se il gioco dei prigionieri si esaurisce in un unico episodio, quello del pizzo presenta una situazione iterata (quel che si dice un “equilibrio di Nash”) in cui agiscono più di due persone. Nel caso gli interrogatori ai prigionieri si ripetessero, Axelrod ci mostra come arginare la furbizia del giocatore e fargli optare per i vantaggi della collaborazione: «la strategia vincente consiste nel partire con un atteggiamento cooperativo e poi punire ogni defezione, finché l’altro giocatore non avrà ricominciato a cooperare. Ogni comportamento scorretto, non cooperativo, da free rider, viene così stroncato sul nascere.» (pp. 33-34) Ma per “il dilemma del pizzo”, giocato da più persone, il discorso delle punizioni è decisamente più complesso: «si può essere onesti fin che si vuole, ma non si riuscirà mai, all’interno del gioco, a far recedere gli altri dai comportamenti disonesti che provocano un danno collettivo.» (p. 35) E chi me lo fa fare! Se sono l’unico a pensarla così sarò anche l’unico a subirne i danni, e non è detto che se ad esser onesti (fessi) fossimo più d’uno le cose migliorerebbero, anzi i pochi disonesti (furbi) ne trarrebbero ancor più vantaggio. In alcuni situazioni – paradigmatica quella di Mani pulite – pagar le tangenti è un fatto estremamente razionale; risponde alla norma tacita emersa spontaneamente (non tutte le norme spontanee sono buone!) dai giochi di comportamento che ci si aspetta dagli altri. Ma non ci conviene – riprendendo il titolo di Massarenti – poiché il bene di tutti è perseguibile soltanto attraverso la cooperazione, più difficile ma anche più efficace. Scavalcare morale, leggi, dignità non è certo l’atteggiamento che confà a un cittadino dello stato di diritto (e di dovere).

 

Quali soluzioni? L’illegalità delle tangenti rende ancor più ostico smascherarle, giacché l’interesse dei furbi è proprio quello di nasconderle mostrandosi in pubblico come “fessi comuni”. Manca in Italia un’autorità superiore che faccia rispettare le regole, manca forse la volontà d’indignarsi perché “tanto sono (e siamo?) tutti uguali”. Invero qualcosa si potrebbe fare, Massarenti indica due vie:

1) creare una serie di norme esterne (come si diceva sopra) e coercitive che scoraggino il comportamento non cooperativo. Ma in attesa che chi di dovere pensi al contenuto di queste norme Alberto Vannucci propone di 

2) ridurre stabilità e permanenza dei “giocatori” e incentivare nuove misure che renderebbero molto più difficile il formarsi di norme non scritte (effettivi meccanismi di mercato, privatizzazioni, ricambio politico, definizione di termini per le cariche amministrative).

 

Auman, e così Massarenti, spiegano come la “teoria dei giochi”, nella sua fenomenologia (seppur eticamente neutra) della società, riesca tuttavia a prescrivere vie normative che facciano luce sui vantaggi d’un buon equilibrio (cooperativo) a lungo termine. Il fatto che questi buoni propositi, che in definitiva potremmo cinicamente chiamare di de-italianizzazione, abbiano ancora residenza nell’empireo del dover essere non fa ben sperare per l’avvenire.

Forse meglio chiosare con l’abusata frase pertiniana: «i giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo». Sarà retorica ma coglie appieno la questione italiana. Trovatemi un esempio di onestà e di coerenza (non dico di altruismo) in Parlamento e scendo in campo anch’io (se c’è chi lo farà per la sesta volta...) Nel mentre farò in modo che i sermoni non mi annoino troppo.