IL TUNNEL DELLE MULTE. Ontologia degli oggetti quotidiani

Maurizio Ferraris

IL TUNNEL DELLE MULTE. Ontologia degli oggetti quotidiani

Einaudi, 2008

 

 

di Stefano Scrima

 

«Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte?» Morto Dio il caffè non cambia sapore e – fatto inspiegabile – costa sempre cinque centesimi in più di quelli che ho in tasca.

1) Perché se il Dio dell’universo d’improvviso vien a mancare, noi, invece, siamo condannati all’“eterno ritorno” della canzone dei Nomadi? Non era meglio l’Inferno?

2) «Tutto è permesso». Davvero? Ora me lo segno. 

 

Il tunnel delle multe è un libro contro il nichilismo, la diagnosi e terapia della regina delle malattie contemporanee. Ferraris, armato d’oggetti (fisici, ideali e sociali), non si dà pace, vuol guarire gli appestati: i nichilisti – appunto – e gli scettici postmoderni, e forse anche chi legge troppi romanzi russi. Ecco lo slogan: state tranquilli che «il mondo esiste tranquillamente al di là delle nostre interpretazioni.» (p. 137) Nessuna interpretazione o schema concettuale, ma soltanto l’esperienza e un po’ di senno, potrà evitar l’ustione della mia lingua entrata in contatto col caffè più bollente della storia. E questo primo punto, che potremmo chiamare il realismo modesto di Ferraris, dovrebbe esser chiaro a tutti. Ma anche per quanto riguarda gli oggetti sociali la legge «se Dio è morto, tutto è possibile» non ha valore: sono al bar, bevo il mio caffè, e come al solito m’accorgo che mi mancano quei maledetti cinque centesimi. Il barista la prima volta chiude un occhio, la seconda pure, ma alla terza s’inalbera, e l’occhio vorrebbe chiuderlo a me! A quel punto, squattrinato, non mi rimane che proporgli gentilmente di saldare il mio debito il giorno a venire, «sostituendo all’oggetto sociale “denaro” l’oggetto sociale “promessa di pagamento”» (p. 139), sperando non tiri su le maniche della camicia!

 

Anche le nostre intenzioni, una volta esternate e registrate (in questo caso nella mia testa e in quella del barista nerboruto, ma avremmo potuto anche scriverlo su un pezzo di carta) sono reali e svincolate da nostri eventuali ripensamenti. Invero gran parte degli oggetti sociali può esser annullata, ma questo sta solo a confermarne la realtà, l’impossibilità di passarci sopra. Ad esempio, l’oggetto sociale “matrimonio” può esser annullato con l’ulteriore oggetto sociale “divorzio”, ma ciò non toglie che quel matrimonio c’è stato e sempre ne rimarrà traccia, anche se gli sposi non s’amavano. Con questo il nichilista dovrebbe esser guarito, almeno si spera. Se la mia lingua si ustiona regolarmente e il caffè al bar va pagato, pena un occhio nero, allora perché non comportarci bene col prossimo anche senza l’eccitazione dell’omelia domenicale (che nonostante tutto non muore mai)? «La guarigione sarà poi sublime se il nichilista si impegnerà con azioni politiche concrete a far diminuire il prezzo del caffè.» (ibid.) Sarebbe ottimo per le mie tasche.

 

L’ontologia degli oggetti quotidiani non parla solo di caffè: con essa Ferraris propone una piccola enciclopedia di oggetti sociali a lui cari, alcuni utili per veicolarne il pensiero filosofico – tra iscrizioni, registrazioni e documentalità (per cui si rimanda ad altri saggi più sistematici: Dove sei? Ontologia del telefonino, 2005; Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, 2009; e Anima E iPad, 2011) –, altri, invece, meri pretesti per narrare di aneddoti sfiziosi. Voci consigliate: Autovelox (p. 3), un tunnel, un’infrazione, tre autovelox e tre multe (365, 10 euro); Costume (p. 63), contro la moda delle mutande sotto il costume da bagno; Dolcevita (p. 74), in cui troverete Foucault in minigonna; Gatti (p. 95), “non ci sono gatti, solo interpretazioni”, impossibile; Gratta e vinci (p. 102), la «tassa sulla stupidità»; Macchina da scrivere (p. 121), Peter Gast ne regalò una a Nietzsche perché «era stufo di trascriverne i manoscritti illeggibili. [Ma] Nietzsche non la usò mai»; Moleskine (p. 126), vi parrà strano ma continueremo a scriver su carta; Oggetticontraffatti (p. 147), ce n’è un museo a Parigi, ingresso gratuito per i disoccupati; Portafogli (p. 168), computer-maniaci abbiamo pur sempre le tasche piene di foglietti d’ogni tipo; Premio Nobel (p. 172), perché forse Fleon Sunoco aveva ragione; e infine Zoccoli (p. 230), che riassume in una frase l’ideale del mondo contemporaneo: «in fondo è giusto. La stessa cosa, se costa dieci volte tanto, cambia di natura.» Sempre con ironia, s'intende.