EINSTEIN AVEVA RAGIONE. Mezzo secolo di impegno per la pace

Pietro Greco

EINSTEIN AVEVA RAGIONE. Mezzo secolo di impegno per la pace

ScienzaExpress, 2012

 

 

di Edoardo D’Elia

 

Per una delle perversità ironiche che spesso affliggono il corso delle cose, uno scrittore comincia la sua carriera nella completa indifferenza di pubblico, se è bravo e fortunato riesce ad affermarsi, ma poi trova la consacrazione finale in una nuova, sebbene diversa, indifferenza. L’aumento di lettori ha un picco limite oltre il quale, paradossalmente, il resto del mondo torna ad essere indifferente agli scritti: conoscerà il nome dell’autore e leggerà quello che si scrive su di lui, osannandone ciò che di lui si dice più di ciò che lui è. Questo, secondo Albert Camus, accade agli scrittori moderni; questo, in un certo modo, è toccato anche ad Albert Einstein.

Tutti conoscono il suo nome, la sua faccia, la sua linguaccia sarcastica, e, a grandi linee, la parola chiave dei suoi studi, relatività; si sa che è forse lo scienziato più importante della storia dell’uomo insieme a Newton e anche, senza maggiori specificazioni, che E è uguale a mc2. Ma di quei tutti, una parte davvero minima ha letto una sua pagina. L’energia è uguale alla massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato è una filastrocca e lo scienziato scapigliato e distratto (in realtà pare che la sbadataggine e le bocciature siano solo leggende urbane) è diventato, nell’immaginario comune, una foto da copertina. La giustificazione più accettabile è che se per leggere il romanzo di uno scrittore di moda basta trovare un po’ di voglia, per studiare un articolo del “papa della fisica” basta a stento una laurea triennale di Fisica. E allora ci arrendiamo all’invasione degli specialisti, che si dividono razionalmente il sapere e stanno accorti per non calpestare le linee di confine, in attesa che qualcuno divulghi il verbo ben filtrato e semplificato. Poi però leggiamo il libro di Pietro Greco e scopriamo che il primo a calpestare quelle linee, a saltellarci sopra in una danza ironica che irritava gli affezionati al sistema della divisione dei compiti, era proprio lo specialista più popolare della scienza moderna.

 

Albert Einstein, oltre ad essere il genio che ha rivoluzionato la fisica, nonché l’uomo più rappresentativo del XX secolo secondo il Time, è stato un attivo e influente pacifista. Per vocazione e per destino - nasce ebreo in Germania nel 1879 e muore a Princeton nel 1955, vivendo i settantasei anni con la maggior concentrazione di guerra, genocidi, distruzione, morte e tensione politica dell’intera storia dell’umanità - il suo pacifismo si manifesta con la sua stessa coscienza e lo accompagna - a corrente alternata, ma sempre attiva - per tutta la vita. In ordine con il suo temperamento schietto fino quasi alla disattenzione - nel libro è riportato lo sgomento di una spia russa, che si intrufolò nella vita di Einstein diventandone l’amante, davanti alla perfetta coincidenza tra le sue dichiarazioni pubbliche e quelle private -, e con la sua completa fiducia in una razionalità per quanto possibile pura, non ha mai nascosto la sua opinione e ha prestato il suo peso intellettuale per ogni causa che potesse giovarne; cominciando col rinunciare alla cittadinanza tedesca prima, e quella svizzera poi, diventando ufficialmente un apolide. Secondo lui il percorso per raggiungere la pace nel mondo ha due obiettivi: l’istituzione di un governo unitario sovranazionale con il potere di decidere della sorte di qualunque controversia tra i diversi Stati del pianeta; e l’antimilitarismo, ovvero la rinuncia alle armi e la diserzione del servizio militare obbligatorio.

 

Mezzo secolo di pacifismo 

 di TPPP

La grande originalità di Einstein, nota Greco, sta però nel saper adattare le sue convinzioni al contesto storico in cui si trova a vivere e a manifestare pubblicamente la sua posizione senza indugi. Il più brusco ripensamento è avvenuto non appena la minaccia nazista si fece chiara: l’antimilitarismo fu temporaneamente accantonato per far spazio all’esortazione alla legittima e quantomai necessaria autodifesa; restare a guardare il nemico schiacciare e sottomettere la propria gente sarebbe stato nient’altro che un suicidio. Einstein ammirava Gandhi, ma anche la non-resistenza era un principio che bisognava adattare al contesto, Pietro Greco definisce questo atteggiamento un pacifismo critico e vuole dimostrare che Einstein «è stato un pacifista militante. Che ha aderito, tuttavia, a “un’etica della flessibilità”, applicando le sue idee tenendo sempre conto, come fanno i fisici, delle “condizioni al contorno”» (p. 16). Ne tiene conto al punto da scrivere quella lettera a Roosevelt del 2 Agosto 1939, con la quale informa il presidente dello stato delle ricerche sul nucleare e del pericolo che i nazisti riescano a costruire la bomba atomica, consigliando di accelerare i lavori per anticipare le mosse dei tedeschi e assemblare al più presto l’arma finale con cui poter vincere la guerra. Una lettera controversa che Einstein si rassegna a scrivere col fine di anticipare le mosse di Hitler. Se i nazisti si fossero impossessati dell’arma nucleare per primi, la minaccia di una guerra sarebbe potuta diventare la minaccia dello sterminio totale, evitabile, a quel punto, solo con la resa e la sottomissione al dominio mondiale del Fhürer.

 

La comunità scientifica per la prima volta con un giusto tempismo, si mobilita affinché vengano presi dei provvedimenti atti a impedire la degenerazione completa dello stato di tensione tra la Germana nazista e il resto del mondo. Il pacifismo si piega al contesto e non prosegue verso un’ottusa utopia; il disarmo è una opzione perseguibile solo se non c’è un pericolo reale e imminente di devastazione dichiarata, dunque, quando Hitler è sul piede di guerra, bisogna valutare l’ipotesi di preparare una difesa resistente e un potenziale contrattacco che sia in grado di risolvere il conflitto in caso di degenerazione completa e pericolo di vita per l’umanità intera. Ad alzare le mani nude di fronte a chi ti minaccia col fucile, si rischia di morire con le mani alzate e lasciare indisturbato dominio al bandito armato. È ancora pacifista, ma il contorno no, e bisogna pur difendersi. La bomba, allora, passa nelle mani, e sotto la giurisdizione, dei militari che, inevitabilmente, si inebriano della sensazione di strapotere che l’arma provoca e la usano quando la guerra è ormai vinta, devastando Hiroshima e Nagasaki.

 

Ma le esplosioni non calmano gli spiriti assetati di dominio e il problema dopo la seconda guerra mondiale si trasforma: non è più il conflitto che genera la bomba atomica, ma la bomba - ormai evolutasi in bomba H - che rischia di generare la terza guerra mondiale (nella quale, con ogni probabilità, perirebbe buona parte degli uomini). Ri-cambia il contorno e cambia anche idea Einstein, che torna ad essere un convinto antimilitarista che preme per il disarmo, prima nucleare e poi completo. L’impegno per propagandare, convincere, divulgare e firmare manifesti lungimiranti torna intenso e continua parallelo agli studi di fisica, fino alla fine. Prima ci poteva essere un motivo lampante per rivalutare le armi, ora non esiste più, ogni argomento portato a favore della bomba è disumano, contrario al bene per l’umanità. Negli anni la propaganda degli scienziati contrari alle armi nucleari attecchisce e l’opinione pubblica aiuta la transizione per il disarmo. Che non è ancora stato completato, ma è sempre più condiviso.

 

Einstein è la prova vivente e famosa che il possesso dei beni, del potere e della forza non è un problema in sé; il dramma spesso deriva dall’uso che se ne fa. Oggi è difficile distogliere l’attenzione dai beni materiali, considerati l’unica causa del male del mondo cosiddetto civilizzato; come se l’uomo non fosse dotato di alcuna arma di difesa contro la forza potente del consumo e fosse obbligato da qualche nuova legge naturale a cedere al fascino del possesso. Si pensi allora ad Einstein, che ha dato il contributo fondamentale alla creazione dell’arma (non metaforica) più potente e distruttiva della storia del mondo, ma invece di cavalcarla alla Dr. Strangelove, ha immediatamente capito che il miglior uso che se ne potesse fare era non usarla. Una sola grande mente ha generato un grande potere e, di conseguenza, una enorme responsabilità. Noi siamo piccole menti (rispetto a lui), ma siamo in tanti, quindi, anche noi, abbiamo tanta responsabilità.

 

A una settimana dalla morte, Einstein ha firmato per primo, con grande soddisfazione, un manifesto scritto dal filosofo, suo amico e premio Nobel per la letteratura, Bertrand Russell, nel quale si ricorda ai governi di tutto il mondo che in caso di una terza guerra mondiale l’utilizzo inevitabile della bomba H comporterebbe con ogni probabilità la fine del genere umano: «Il termine “genere umano” - scrive Russell - suona vago e astratto. La gente si rende poco conto, nell’immaginazione, che il pericolo è loro, dei loro figli, dei loro nipoti, e non solo per l’umanità vagamente concepita. [...] Abbiamo di fronte a noi, se lo scegliamo, un progresso continuo in felicità, conoscenza e saggezza. Sceglieremo invece la morte, perché non possiamo dimenticare i nostri litigi?» (p.276)

Che il mondo esploda insieme alla bomba o che si consumi per via di qualsivoglia forma di dismisura, l’autodistruzione rimane una scelta.