ANIMA E iPAD

Maurizio Ferraris

ANIMA E iPAD

Guanda, 2011

 

 

di Stefano Scrima

 

Mi specchio nell’iPad spento, poi alzo gl’occhi e cerco di scorgermi nelle pupille del mio interlocutore per aggiustarmi l’acconciatura; non so dove sia meglio. Un momento di distrazione e m’accorgo che la sua espressione mi sta parlando, e i muscoli facciali lo aiutano. Il Socrate di Senofonte lo aveva detto – ancor prima che le canzoni e le osterie ne ottenessero i diritti –: gli occhi sono lo specchio dell’anima; più che lo specchio direi l’involucro considerato che in questi, salvo la mia miniatura, non ci vedo proprio niente («“pupilla” è un diminutivo di “pupula”, a sua volta diminutivo di “pupa”, “bambola”») (p. 21). 

 

L’anima è per definizione invisibile, senza forma, è ciò che rende vivi, il burattinaio che riscuote gli applausi alle feste di paese; senza di lui la marionetta, il corpo, è materia inerte. Questo il dualismo tipico del pensiero occidentale, oltretutto apertamente logocentrico (solo lo spirito vive) e ossessionato dal desiderio d’immortalità – e se il corpo si farà cenere lasciateci almeno l’anima! L’unica dimostrazione dell’esistenza dell’anima è la presunzione di voler vivere per sempre, anche svolazzando nel cielo. Non è chiaro qual gusto ci sia a continuar una vita senza sensi e il piacere che questi ci procurano, ma prendiamola comunque come ipotesi. A dire il vero qualcuno ci ha pensato rassicurandoci che il giorno del giudizio risorgeremo assieme ai nostri corpi – allora speriamo di non morire vecchi decrepiti, o almeno che ci si faccia la grazia di riavere il corpo di quando eravamo giovani e belli –, potendo così tornar a godere della luce del sole. 

 

Ma i greci? In un’intervista dell’epoca Achille, finito malamente nell’Ade, dichiarava che pur di riottenere il suo corpo e sentir il sole bruciargli la pelle sarebbe stato disposto a viver da schiavo. Ma purtroppo i greci non risuscitavano; di tanto in tanto qualcuno scendeva negl’Inferi, faceva quel che doveva fare, e poi ritornava su: erano solo gite. Dunque, una volta morti, dai corpi – tombe dell’anima, è il caso di dirlo – si librerebbe il nostro spirito immortale, proprio come in Ghost, anche se qui esigenze cinematografiche hanno costretto lo spirito a indossare gli stessi vestiti del corpo – poi si è capito che lo spirito era vestito poiché rimasto in uno stadio intermedio, una specie di purgatorio tra i vivi. Invero il motivo è un altro: il corpo è indispensabile all’anima, senza di esso, anche se davvero esistesse un’anima, non potrebbe esprimersi. Ecco perché in Ghost la forma dello spirito di Patrick Swayze, pur non potendo toccar gli oggetti – anche se poi allenandosi un po’ ce la farà, ma riguardatevi il film –, rimane quella del corpo; non poteva essere altrimenti. Anima e corpo rispondono più a quel che Aristotele chiama sinolo, unione inscindibile di materia e forma, e non alla concezione trionfante in Occidente, che da Platone a Benedetto XVI continua a turbare i nostri sonni: c’è «un lato buono e vivo (il pensiero, lo spirito) e una lato cattivo e morto (la memoria, la lettera)» (p. 23), il corpo, la materia.

 

ill. di Stefano Laureti

Ecco, proprio la lettera, la scrittura, è il perno di Anima E iPad. Ferraris racconta il mito del logocentrismo occidentale conferendo nuova dignità alla scrittura e alla memoria che la conserva. Ciò che Platone e compagnia (da Paolo di Tarso a – strano ma vero – Baudelaire) si ostinano a non vedere è la condizione di possibilità che la lettera offre allo spirito. Cosa avrebbero fatto le religioni monoteiste senza i loro libri sacri? D’altronde anche «la pentecoste è un fenomeno postale: non è la calata dello spirito [ma] la propagazione della lettera». (p. 25)

Il mito della comunicazione orale – quello che Platone utilizza per denigrare la scrittura che non farebbe altro che depotenziare la memoria dei suoi scolari – sembrò compiersi con l’avvento delle tecnologie otto-novecentesche: dal telefono alla radio fino alla televisione. E la recente rivoluzione informatica, a sorpresa, non annullò il nostro logocentrismo, spingendoci addirittura verso «tentativi di spiritualizzazione della materia, [...] quasi di spiritismo.» (p. 26): il web venne inteso comespirito, l’informatizzazione come dematerializzazione. È il software (lo spirito) che conta, e non l’hardware (la materia), insignificante. Peccato che nessun software esisterebbe senza hardware, esattamente come nessuno spirito, senza materia, potrebbe vantare manie di superiorità su quest’ultima. La materia è il corpo, ma sono anche «le lettere e i suoi supporti».

 

Negli ultimi anni, però, la tendenza sì è invertita: c’è stata sì un’esplosione, non dell’oralità e dell’immagine, bensì della scrittura – ma non doveva estinguersi? –; il telefonino (coi suoi sms) è il grande protagonista di questa stagione, il nuovo “strumento assoluto”. Ora, occorre ridimensionare la situazione. Nel 2005 Ferraris scrisse Dove sei? Ontologia del telefonino eleggendo quest’ultimo a “macchina per scrivere” par excellence del mondo della “mobilitazione totale”. E in effetti lo era. Ma il 27 gennaio 2010 Steve Jobs presenta il suo iPad. È il «trionfo dell’archivio», cioè della memoria. L’iPad diventa una specie di protesi, il nostro hardware esterno, la nuova “macchina per scrivere” e per conservare (registrare); a dimostrarlo è anche l’evoluzione dell’industria del telefonino: ci si aspettava che col passare degli anni i telefonini si sarebbero rimpiccioliti fino a diventare minuscoli auricolari, e invece eccoli qua con schermi sempre più estesi e tastiere sempre più simili a quelle dei computer. Queste le ragioni di Anima e iPad (2011), il logico risultato dell’ontologia sociale ferrarisiana.

 

Dunque la lettera è condizione dello spirito, ma condizione della lettera è la memoria che la fissa. «Accade così che questo elemento apparentemente meccanico e materiale, la memoria, qualcosa che ci appare del tutto naturalmente localizzato nel cervello come organo fisico, si riveli come la condizione della possibilità di funzioni elevatissime: la coscienza, il pensiero, l’identità personale.» (p. 33) Cosa sarebbe la vita se non potessimo ricordarla? L’incoscienza provocata dall’Alzheimer conferma questa tesi. La memoria dà senso alle nostre azioni e fonda così la responsabilità morale, possibile solo se c’è un prima e un dopo, azioni che presuppongono conseguenze. Ad animarci e a permetterci di pensare non è l’Homunculus che girovaga in noi, ma la capacità di registrare le informazioni (dalle sensazioni all’identità stessa) sulla tabula che ha sede nella nostra testa: la memoria. Una tabula che accumula iscrizioni, ricordi, immagini, così simile a quella tavoletta elettronica in plastica e silicio – e questa ha veramente la forma di tabula – che è l’iPad, non a caso indicato da Ferraris come un «supplemento d’anima», ovvero di memoria. L’anima non è che la nostra memoria, e questa, in definitiva, non è che materia – ovviamente la «mente [...] non si riduce al contenuto della testa, ma si costruisce attraverso l’iterazione con l’ambiente naturale e culturale.» (p. 55)

 

È curioso come il nostro essere spirituale sia in gran parte caratterizzato da attività meccaniche, che non coinvolgono il pensiero. La nostra quotidianità è scandita da imitazioni e istinti di ripetizione fin dalla prima educazione, e per noi questo è perfettamente normale: quando eseguiamo un calcolo matematico, quando ci ricordiamo a memoria un numero di telefono o ci scordiamo il pin del bancomat ma le nostre dita si muovono da sole, non è certo lo spirito a eseguire queste pratiche, ma la nostra recondita essenza meccanica. Siamo condizionati, spesso incoscienti, letteralmente sovrappensiero; eppure siamo esseri complessissimi, e forse proprio per questo possiamo nutrire dubbi sulla nostra essenza. Chi ci garantisce infatti di non esser automi? d’esser liberi e responsabili? Proprio nessuno. La nostra è, d’accordo con Kant, una presupposizione necessaria senza cui non ci sarebbe agire morale, perché senza fondamento. Libertà e coscienza potrebbero anche essere semplici invenzioni, preziose per istituire e mantenere una parvenza d’ordine sociale. Per Ferraris la tecnica rivela la nostra vera essenza – altro che disumanizzarci! Tutti i nostri comportamenti sono intrisi di tecniche, di codici ripetuti; il linguaggio e la comunicazione sono tecnica, scrivere una poesia in terzine, veicolo di sentimenti elevati, è pur sempre tecnica. E la

scrittura, con la sua capacità di registrare e dar sempre nuova vita alle cose, è la tecnica delle tecniche. L’esigenza meccanica dell’uomo s’“incarna” in quel sofisticato strumento che è l’iPad, ma se saliamo la scala della complessità, sopra questa tecnica di scrittura esterna, troviamo proprio l’anima, tecnica di scrittura interna. La scrittura esterna, di cui l’iPad è l’“ultimo modello”, gratifica il nostro esser animali politici garantendoci vantaggi incalcolabili: l’accessibilità pubblica – non possiamo leggere nelle teste degli altri per cui sono necessarie iscrizioni esterne che diano valore pubblico ad azioni e decisioni – e l’immortalità – non è l’anima a sopravviverci bensì il nostro corpus tipografico. «Adieu adieu adieu. Remember me» sussurra Amleto il vecchio al figlio. Solo nel ricordo, meglio se scritto, avremo vita eterna.

 

Spontaneità, creatività, originalità dell’anima, però, non devono confonderci. Considerato che per la maggior parte del tempo compiamo azioni ripetitive, automatiche, di cui non siamo pienamente consci, cosa sarebbero queste presunte espressioni libere del nostro io? Sono autentiche oppure fanno anch’esse parte dell’istinto meccanico di cui si parlava? Ferraris opta per l’autenticità, ma a una condizione: che «all’origine dell’Homunculus si trovi una tabula, un sistema di iscrizioni e registrazioni.» (p. 80) L’intenzionalità scaturisce da quella che Ferraris chiama documentalità, ovvero l’esteriorizzazione su tabula (supporti esterni) di iscrizioni interne (quelle della nostra mente). «Il caso degli scacchi è paradigmatico [...] [poiché] la regola costitutiva degli scacchi determina la possibilità di tutte le intenzionalità correlate al gioco, che da questo punto di vista risultano pienamente ed esplicitamente determinate dalla documentalità: l’intenzionalità viene dalla scacchiera, in un certo senso, molto più e molto prima che dalla testa dei due giocatori.» (p. 142) Giochi, musica, danza, tutte le attività sociali e l’educazione stessa presuppongono una formazione, cioè una documentalità anteriore (Derrida direbbe un’archiscrittura) e costitutiva rispetto all’intenzionalità, e non, come pensava Searle, una semplice intenzionalità collettiva che prescinde dalle iscrizioni. Se prendiamo l’esempio delle leggi apparirà ancor più chiaro il condizionamento di documenti esterni sulle nostre intenzioni: perfino un camorrista, per ovvie ragioni, rispetterebbe e verrebbe così condizionato dal cartello “vernice fresca” apposto sulla sua panchina preferita.

I Pad, you tube, we .doc: «siamo essenzialmente ciò che i nostri documenti dicono di noi.» (p. 85) Cosa sarebbe l’immaterialità della ricchezza finanziaria senza documenti? Una semplice costruzione mentale? Invero sono proprio questi a rendere i mercati così reali, a permettere l’ingresso della crisi finanziaria nelle nostre quotidianità.

 

La formula ferrarisiana è Oggetto = Atto Iscritto: sono le iscrizioni a costruire la realtà sociale «attuando la nostra volontà (come quando facciamo una promessa) ma anche contrastandola (come quando dobbiamo mantenere una promessa e non ne abbiamo più voglia) e – cosa secondo [Ferraris] ancor più interessante – suscitandola.» (p. 112) Nulla di sociale esiste fuori dal testo.

Ora si possono tirar le fila dell’intreccio di anima e automa, uomo e tecnica: a garantire la continuità della vita individuale è la memoria (nostra “tabula interiore”) e non un fantomatico spiritello, proprio come l’iscrizione registrata su supporti esterni (tabula esterna), la documentalità, garantisce la continuità della vita sociale. Prendendo spunto da un fatto realmente accaduto Ferraris ci fa notare come «con la scrittura si possono sposare i morti, senza scrittura non si possono sposare i vivi. [...] [La scrittura] non è tanto per comunicare (per quello bastavano i vecchi telefoni), ma per assicurare un bene sociale fondamentale, la registrazione, che fa resuscitare i morti, o almeno li fa sposare.» (p. 114)

 

La differenza tra uomini e automi, entrambi “azionati” da automatismi e stereotipi, consisterebbe soltanto nella mancanza, negli automi, di alcune caratteristiche quali l’embodiment e l’embedment, cioè «il fatto di essere calat[i] in un corpo naturale e in un corpus culturale» (p. 135), come invece lo sono gli uomini. Per questo dobbiamo ripensare la dualità tra anima e automa, tener sempre presente il nesso che li unisce. Veramente spontaneo potrebbe esser l’automatismo stesso, l’istinto di ripetizione e mimesi che contraddistingue il nostro carattere e il modo che abbiamo di interagire con gli altri. Infatti capita spessissimo, senza che ce ne accorgiamo, di ritrovarci a recitar copioni, «libri che abbiamo letto o scritto, lezioni che abbiamo fatto o ascoltato, ricordi.» (p. 140) La ricerca dell’originalità – o dell’improbabile spontaneità pura – è essa stessa un cammino stereotipato, una strada già battuta e ripercorsa dai nostri sogni di gloria.

Sono gl’occhi lo specchio dell’anima? Sarà. Ma di sicuro nello schermo dell’iPad riusciamo a pettinarci meglio.