PRIMAVERA SILENZIOSA

Rachel Carson

PRIMAVERA SILENZIOSA

(1962; trad. it. Feltrinelli, 1963)

 

 

di Edoardo D'Elia


Si dice che oggi un bravo studente universitario conosce più fisica di quanta ne conosceva Newton alla fine della sua vita. Eppure Newton non ha perso la sua importanza. Lo stesso vale per Rachel Carson. Ci sono alcuni autori il cui valore trascende la data delle loro pubblicazioni, la cui innovazione supera agevolmente l’ardua sentenza dei posteri. Nonostante le nozioni siano superate e nonostante le deduzioni - da quelle nozioni - siano per forza imprecise se paragonate agli studi recenti, anche il lettore più vigile e aggiornato sulle nuove direzioni del sapere avverte il grande talento, dimentica la somma delle mere informazioni e assorbe il risultato d’insieme, raro e brillante. Questo accade rileggendo oggi, a distanza di cinquant’anni, Silent Spring (1962), il libro più famoso e importante della più influente divulgatrice scientifica americana.

 

Rachel Carson studia zoologia alla Johns Hopkins University e dopo la laurea, dovendo rinunciare alla possibilità di continuare gli studi con un dottorato per via di problemi economici, comincia a lavorare presso lo U.S. Bureau of Fisheries, dove redige articoli scientifici e divulgativi sulla biologia marina.

Questa esperienza prende corpo nella trilogia di libri sul mare - Under the Sea-Wind (1941), The Sea Around Us (1951) e The Edge of the Sea(1955) - coi quali vuole trasmettere al grande pubblico le più accurate conoscenze di biologia marina e il suo grande amore per  il mare, preoccupata per la incorreggibile incuria con cui l’uomo maltratta quelle acque da cui la sua stessa vita ha avuto origine. Il tentativo dell’autrice è di scuotere l’uomo ingrato per mezzo della verità biologica e della bellezza poetica, scrivendo che l’acqua è fisicamente indispensabile alla formazione e alla sussistenza di ogni forma si vita sul nostro pianeta, ma anche che senza il mare tutti gli agglomerati pluricellulari sarebbero condannati a girovagare in un deserto senza poesia. 

 

Dopo il mare, la Carson passa a pre-occuparsi della terra e scrive Silent Spring (Primavera Silenziosa), l’opera che ha ispirato tante generazioni di ambientalisti. La primavera è la stagione di maggior rigoglio della vita, gli insetti brulicano, gli uccelli cantano e i fiori frusciano; il silenzio è la spoglia desolazione che ci spetta se non smettiamo di infettare, diserbare, contaminare e inquinare il terreno. L’arma del silenzio è il DDT. 

 

Il DDT - DicloroDifenilTricloroetano - è il principale pesticida utilizzato in quegli anni. Viene sintetizzato per la prima volta nel 1874, ma solo nel 1939 il chimico svizzero P.H. Müller ne scopre le  proprietà insetticide - scoperta che gli varrà il Nobel. Dal 1943 comincia ad essere prodotto su larga scala, e per la sua letale efficienza contro le zanzare, i pidocchi e le pulci, si diffonde con incredibile rapidità. 

 Subito si accende il dibattito tra gli scienziati che si chiedono se sia del tutto innocuo per la salute dell’uomo, poiché, se è dimostrato che riesce a eliminare gli insetti che appestano, pungono e infettano gli uomini da sempre, non si è ancora sicuri che sia effettivamente inoffensivo per l’organismo umano.  Il DDT entra abbondante nella catena alimentare per contatto o per contaminazione dell’acqua - e quindi delle piante e degli animali - e si deposita nel sangue dei consumatori. Ma con la drastica scomparsa dei parassiti che minacciavano i raccolti, il conseguente incremento dei guadagni e la sicurezza di una contuinità della produzione agricola, il DDT e gli altri pesticidi chimici affini, vengono acclamati come una definitiva e quasi magica liberazione. Questa euforia per la nuova scoperta e la diffusione rapidissima dei prodotti impediscono di riconsiderarne gli effetti benefici e quelli dannosi al fine di ricalibrarne l’uso. Se il problema iniziale era controllare la diffusione di un certo insetto, a seconda delle sementi e dei luoghi di coltivazione, con i pesticidi chimici si opta per lo sterminio indiscriminato. Vengono così cosparsi di pesticidi chimici, senza alcuna remora: i campi coltivati, per eliminare gli insetti nocivi al raccolto; i bordi delle strade di campagna, per arieggarle; e tutti i terreni che risultano più comodi senza intralci animali o vegetali. Come ogni abitudine genera assuefazione, così l’utilizzo generale e comunemente accettato fa passare questi prodotti per inoffensivi, secondo la vecchia legge del mal senso comune: “Se lo usano tutti, non potrà far male”.

Illustrazione di TPPP

Nel 1959, racconta la Carson, una disinfestazione aerea arriva addirittura nel centro urbano di Detroit. Come nella prima scena di Short Cuts (America Oggi) di Altman, immaginiamo il rombo martellante delle pale di un gruppo di elicotteri equipaggiati con strane ali di supporto da cui spruzzano una sostanza chimica non identificata sulla città. Tutti sorpresi, e qualcuno spaventato, i cittadini corrono al coperto, richiamano in casa bambini e animali domestici e chiedono confuse informazioni dalle forze dell’ordine. Le vaghe rassicurazioni non risolvono i dubbi: perché? sarà davvero innocuo? devo cambiare l’acqua della piscina? ne vale la pena? 

Altman, come suo solito, lascia il finale aperto. Nel film l’irrorazione aerea è solo la prima nota del ritmo incalzante e angoscioso con cui vengono rappresentate le nevrosi contemporanee - non c’è dunque un epilogo della vicenda. Ma c’è nel libro Silent Spring. I cittadini preoccupati intasarono davvero le linee del 911, non solo durante l’irrorazione, anche nei giorni successivi, quando trovarono dozzine di uccelli morti nei loro cortili. La polvere aveva sì raggiunto i più nascosti interstizi, covi riparati in cui si possono riprodurre i parassiti dell’uomo, ma si era anche depositata sui tetti, sugli alberi e su altre superfici che non avevano alcun bisogno di disinfestazione e, con la prima pioggia, la polvere scese a inquinare le pozzanghere da cui si abbeverano gli uccelli. «Bisognerebbe davvero parlare non di “insetticidi”, ma di “biocidi”», scrive la Carson. 

 

Dopo il DDT c’è stato un costante aumento di prodotti chimici sempre più tossici, che hanno continuato a diffondersi sia nell’uso industriale che nell’uso privato. Ognuno, chiuso nell’egoismo del suo giardino, lo ha coltivato con ultra-veleni: con l’intenzione di uccidire il nemico, col risultato di aver contaminato la propria terra e il proprio corpo. Secondo la Carson un processo analogo ha coinvolto gli scienziati, i quali intenti a iperspecializzarsi con l’obiettivo incontestato di dominare la natura, hanno dimenticato che i problemi vanno considerati in un quadro più vasto e che la natura, ci si può limitare a controllarla. «In un’era dominata dall’industria nella quale il diritto di guadagnare un dollaro a qualsiasi costo viene raramente contestato» (p.20) la cautela, che imporrebbe misure biologiche volte alla salvaguardia lungimirante della terra, cede il posto alla forza bruta, che grida al miracolo chimico e si scaglia, assetata di potere, contro la madre terra. «Il “controllo della natura” è una frase piena di presunzione, nata in un periodo della biologia e della filosofia che potremmo  definire l’ “Età di Neanderhal”, quando ancora si riteneva che la natura esistesse per l’esclusivo vantaggio dell’uomo» (p. 260). L’esperienza, inoltre, insegna che la natura non si lascia sopraffare così facilmente. L’equilibrio naturale è un processo in contunuo adattamento e gli insetti si adattano anche agli insetticidi, sia la famigerata zanzara della malaria, sia il ragno rosso che non solo sopravvive, ma prospera nelle zone disinfestate. Quello che la Carson aveva detto del mare, vale per tutta la natura: ciò da cui è nata la vita è minacciato dalle attività di quella vita, ma mentre la natura, che ci ha sempre generosamente accolto, riuscirà a sopravvivere alle nostre ingrate vessazioni, chi è davvero in pericolo è quella vita - noi, l’uomo.

 

Chi ha vissuto prima dell’era del DDT (prima del 1942) - ci informa la Carson - non presentava tracce di questo nel sangue, mentre i più giovani ne hanno assorbito fin troppo. Le conseguenze per l’organismo sono deleterie, basti pensare che questi insetticidi chimici e alcuni gas bellici hanno avuto la stessa lavorazione, e che ai tempi dell’uscita del libro si diceva che il parathion (un pesticida molto comune) fosse il veleno preferito dei suicidi in Finlandia. Inoltre alcuni studi, già all’epoca, avevano dimostrato che i suddetti prodotti sono cancerogeni, alimentando la polemica, allora accesa, tra chi credeva in una lotta contro il cancro condotta unicamente attraverso misure terapeutiche, e chi invece era convinto che quella lotta era destinata all’insuccesso perché avrebbe lasciato «intatte le grandi riserve di agenti cancerogeni. Questi continuerebbero a mietere nuove vittime e ad una rapidità tale che quell’eventuale “cura”, purtroppo non ancora in nostra mano, non riuscirebbe  a star loro dietro per lenire la malattia» (p.213). 

 

La Carson si chiede chi abbia innescato questa onda di morte. Chi ha deciso che le erbaccie e gli insetti fanno solo male alla terra, dimenticando che il suolo fertile si è creato nei milioni di anni di interazione tra putrefazione di esseri viventi e minerali inanimati? Chi ha rinunciato alla sua salute, e a quella dei suoi figli, senza troppe domande? Chi può veramente barattare la vita coi soldi? Alcuni ricercatori, per provare a rispondere a quelle domande, applicarono DDT direttamente sul proprio corpo al fine di testarne gli effetti: spossatezza, dolore agli arti e alle giunture, stato mentale penoso, spasmi di estrema tensione nervosa, intrattabilità, insonnie e continua ansietà. Non solo, «se si tiene conto dei danni considerevoli arrecati al sistema nervoso, si può ritenere quasi con certezza che tali insetticidi siano strettamente connessi con la diffusione delle malattie mentali [...]» (p.175)

 

Si può difficilmente provare che una certa causa A possa avere un determinato effetto B sull’uomo (come invece si riece a fare sugli animali in laboratorio); ma la coincidenza quasi perfetta d’un così intensivo aumento dell’inquinamento ambientale e gli effetti sul corpo e sulla mente dell’uomo passa difficilmente inosservata. L’esposizione al DDT sembra causare gli stessi mali che invalidano l’uomo contemporaneo - del secondo Novecento - causati dall’insostenibile disumanizzazione dell’essere in nome della ricchezza materiale. E il DDT è uno dei tanti risultati della stessa cinica e autolesionista crudeltà che fa sbavare quell’uomo davanti a qualche dollaro. Dunque, per un’intuitiva proprietà transitiva, si intende che il problema non è mai solo il DDT, o il particolato dei motori Diesel, o la diossina delle acciaierie, o l’ostentato spreco d’acqua delle piscine californiane, o il CO2 sperperato per traspostare gadget; ma la mancanza di coscienza e di vergogna. 

 

A questo proposito la Carson coglie il problema più sottile e inquietante: «Siamo dunque caduti in uno stato di ipnosi tale da farci accettare ciò che è deteriore e nefasto, quasi che avessimo perduto la volontà o la preveggenza di tendere a ciò che è bene? In tale maniera - per citare le parole dell’ecologo Paul Shepard - “ si ha l’impressione che ci stiamo trovando con l’acqua alla gola, proprio vicini al limite tollerabile di contaminazione ambientale... Perché dovremmo sopportare una dieta di deboli veleni, una casa con grigi dintorni, una cerchia di conoscenti che per poco non ci sono ostili, un frastuono di motori che per poco non ci fa impazzire? Chi vorrebbe vivere in un mondo che è proprio al limite della dannosità?”» (p.19) Tutti, pare. Ma solo finché il bagliore distrae e il dolore sembra accanirsi solo sugli altri. 

 

L’avidità si vende come inesorabile solo finché frutta, poi quando arriva la spossatezza, il dolore alle giunture, le insonnie e la continua ansietà, si finge ingenuità e malattia. Si corre al riparo delle medicine senza accorgersi di avere fatto una doppia piroetta solo per tornare diritti: abbiamo scoperto antidoti per malattie che abbiamo inventato noi, abbiamo aperto le palestre perché  “correre al lavoro” in realtà significa stare seduti in macchina, abbiamo osannato la competitività per sfruttare vizi che abbiamo inventato noi - la tensione nervosa e l’intrattabilità -, e  ora ci tocca salvare la primavera dalle sostanze con cui noi l’abbiamo quasi uccisa. 

Correvamo tra i fiori, ora ci sediamo sui muri. Forse leggere la Carson ci spingerà a saltar giù, per ricominciare a correre.