IL MANIFESTO DELL'ALTRUISMO

Philippe Kourilsky 

IL MANIFESTO DELL’ALTRUISMO 

Codice edizioni, 2012

 

 

di Stefano Scrima

 

«Bisognerà lavorare ancora per organizzare una teoria coerente. Ma a cosa serve una teoria? Sarà una delle tante, diranno gli scettici. Una teoria è importante perché cristallizza in un momento preciso un costrutto intellettuale che può servire da punto di riferimento [...] o da bersaglio per le critiche.» (p. 147) Philippe Kourilsky, biologo sensibile ai guasti del mondo, proclama lo stadio d’assedio del primo mondo ad opera dell’ultracapitalismo; lo fa con le sole armi in suo possesso, l’impegno intellettuale e un libro: Il manifesto dell’altruismo.

 

Il suo progetto di restauro passa attraverso una nuova teoria di filosofia politica – il liberalismo altruista – costruita sul concetto di altruità (neologismo proposto dall’autore per sfuggire a connotazioni sentimentaliste). Ciò che manca alle società contemporanee, proiettate all’accumulo smisurato di benessere materiale e finanziario, è il dovere di altruità, contropartita del diritto di libertà. Non si tratta del “classico” altruismo venato di generosità, che pure è importante ai fini d’una rigenerazione di equilibrati rapporti umani, ma d’un preciso dovere – l’altruità appunto – razionale oltre che morale. Kourilsky lo definisce già nel suo precedente trattato Le temps de l’altruisme (2009) come «impegno intenzionale ad agire per la libertà altrui» (p. 3). Se ad ogni diritto corrisponde un dovere, al diritto di libertà corrisponderà il dovere dell’altruità – ma così non è. 

 

Smarrita tra i sogni di gloria d’una società ingorda di “facili” libertà individuali, la difesa della libertà altrui assume sembianze d’utopia. Ma la falla, ci ricorda Kourilsky, nasce in seno alla teoria liberale stessa, la quale, promuovendo esclusivamente il diritto a esser liberi, omette prescrizioni su come mantener questa libertà all’interno della società civile. Il motto “la tua libertà finisce con l’inizio della libertà altrui” non ha valore se non si sa come agire al cospetto dell’altro, se non si è consci delle conseguenze sociali delle proprie scelte. Non pagar le tasse, ad esempio, non è semplicemente un reato legalmente perseguibile, ma soprattutto un deficit d’altruità individuale che si traduce in maggior iniquità e diseguaglianze sociali, e sfocia, troppo facilmente, in una penuria d’altruità generalizzata; il passaggio dal micro al macrocosmo è assai breve. L’atto di libertà estrema, come può esser l’evasione fiscale, è generato e tollerato dall’ipocrita e insensibile egemonia economica e mostra i suoi frutti più maturi nei difettosi servizi statali (dalle strade alle panchine). Con l’aumento della richiesta di servizi da parte del cittadino, lo Stato ha gradualmente perfezionato le prestazioni nei suoi confronti fino ad arrivare allo Stato assistenziale. L’errore di quest’ultimo e delle annesse costituzioni è, per Kourilsky, non aver associato alla sua estensione dei diritti alcun esplicito obbligo del cittadino, necessario al mantenimento delle conquiste sociali. 

 

Illustrazione di Eta

Il pagamento delle imposte sancito dalla legge, senza la “spiegazione” morale e razionale della sua ragion d’essere, apparirà al cittadino poco informato – diciamo l’uomo medio – come un’usurpazione d’una parte del suo “meritato” stipendio. Invero i servizi sono fondamentali, perché non c’è confronto tra la sicurezza e il benessere delle società attuali (occidentali) e quelle passate; ma per goder di questi tutti gli usufruttuari sono obbligati a contribuire al loro mantenimento. Politici e cittadini, in quest’incomprensione con lo Stato (o ostentata furbizia?), hanno dunque la loro parte di responsabilità: i primi devono “spiegare” (possibilmente senza inventar niente, vizio comune), i secondi informarsi e far uso d’una calibrata ragion critica – chi non ne è in possesso almeno cerchi di ricavar informazioni da più fonti, evitando così conoscenze “di parte” (di altri).

Quel che è sicuro, scrive Kourilsky, è che «non possiamo desiderare una società più equa senza farci carico delle conseguenze di questa aspirazione e senza obbligare noi stessi a diventare più giusti.» (p. 16)

 

Ovviamente anche l’economia deve far la sua parte, “riumanizzarsi”. Per il biologo francese fu il passaggio dal liberalismo classico al liberismo (che oggi va sotto i nomi di neoliberalismo economico e ultraliberalismo) a compromettere l’idea di libertà: «non potendo [...] “personalizzare” lo scambio, si perverte l’idea di libertà che a questo si associa: le si tolgono tutte le sue componenti umane e regolatrici. Laddove la libertà umana trova spontaneamente dei limiti, la libertà di scambio non ha più contropartita: è per sua natura senza regole.» (p. 34) Libero non dev’essere lo scambio, non egualitario nei principî e nelle modalità con cui opera, ma gli uomini. Lo scambio deve avvenire tra uomini liberi, non sottomessi alle cieche leggi del mercato, poiché è l’economia ad esser al servizio della società, non il contrario. Introducendo l’altruità nell’economia, Kourilsky mira dunque a ridefinir la nozione di scambio economico: «nel commercio di un oggetto le due parti che avranno valutato in modo indipendente il loro dovere di altruità possono fissare un prezzo non solo in funzione del semplice oggetto.» (p. 76) Arriviamo così all’elaborazione della “teoria dei due valori” e a una nuova nozione di scambio, il quale oltre al suo valore economico ordinario potrà vantare un valore etico. Il pane, ad esempio, ha un certo prezzo (valore economico), che, influenzato dal suo valore etico, potrebbe abbassarsi favorendo i più bisognosi; il tabacco invece, apportando soltanto disagi alla comunità e in parte anche al singolo che ne fa uso, avrà un valore etico «mediocre o negativo». Sono dunque necessarie economie comunitarie informali, sociali e solidali, che regolino l’eticità e il valore sociale degli scambi.

 

Un’altra nuova tendenza, seppur ancora poco sviluppata (come del resto l’economia altruista), è quella dell’imprenditoria sociale «che ha per scopo creare e far prosperare vere e proprie imprese con un obiettivo sociale» (p. 82); quindi attività private alla rincorsa d’un successo sociale (inserimento, collaborazione, opere caritatevoli) e non solo del profitto, che pure dovrà giocar la sua parte nel coprire i costi.

Kourilsky pensa così d’aver dimostrato come il dovere dell’altruità possa penetrare nelle fessure del freddo capitalismo, l’inscalfibile mostro che popola i nostri sogni, la macchina perfetta che induce i suoi ingranaggi – noi – a muoverci in perfetto sincrono alla sua volontà. Gli studi di Samuel Bowles (p. 88) dimostrano come i comportamenti cooperativi positivi dell’uomo vengano degradati dalla continua stimolazione, da parte della società capitalistica, all’interesse personale. Non ci vuole un genio per capirlo, ma di certo ci vogliono tante persone motivate per invertir la traiettoria dell’insana tendenza che alimenta diseguaglianze, ingiustizia e divisioni.

 

Nuova direzione: tornare alla “cooperatività originaria”, complemento dell’autoconservazione, per una società che abbia come massimo valore la giustizia e una “vera libertà”, senza la quale l’ideale di giustizia sociale rimarrebbe fosco all’orizzonte. Un liberalismo altruista è possibile, Kourilsky ne è convinto; la sua possibilità non ne garantisce il successo, ma la speranza del biologo è quella che la sua teoria possa comunque «giocare un ruolo utile» (p. 147) e contribuire alla sensibilizzazione di chi ancora non avesse chiaro il cortocircuito globale. D’altronde l’impegno intellettuale è sempre apprezzabile.

 

Sarò veramente libero solo se anche gli altri potranno esserlo, questa la regola aurea.