DOVE SEI? Ontologia del telefonino

Maurizio Ferraris

DOVE SEI? Ontologia del telefonino 

Bompiani 2005 (II edizione, 2011)

 

 

di Stefano Scrima

 

Se fosse vissuto ai giorni nostri, Martin Heidegger, invece che Essere e tempo avrebbe forse scritto Essere e campo? Probabilmente no; ma, a farci la fenomenologia delle trasformazioni del presente, del nesso tra essere ed esser connessi, ci pensa Maurizio Ferraris. Il tempo è scandito dal campo, in mancanza d’esso ci ricordiamo d’esistere, ma entriamo nel panico: siamo isolati, nessuno può più raggiungerci; usciamo dalla galleria e il mondo torna a fluire regolarmente, tra sms amorosi e video- strigliate del capo. 

 

«Il telefonino – candidato a “strumento assoluto” della nostra era – sembra soddisfare alcune caratteristiche fondamentali del Dasein» (p. 60): 

  1. essere-nel-mondo uguale essere-connessi: a Ferraris cade il telefonino in un tombino, si sente fuori-dal-mondo, come inesistente; fino a quando i suoi cari non saranno al corrente della sciagura ed egli non si sarà procurato un telefonino nuovo – il gancio che lo tiene ancorato al mondo – sarà sconnesso, condannato all’unico isolamento radicale (p. 66) ancora possibile nell’epoca della rivoluzione comunicativa. 
  2. L’inautenticità: il telefonino crea dipendenza, ma solo negli altri; noi ne siamo magicamente esautorati. Ma – consideriamo il no telefonino no party del nostro tempo – non sarà la società stessa a vincolarci? 
  3. L’esser-sempre-mio (Jemeinigkeit) del telefonino, seppur meno angosciante dell’esser-sempre-mio della morte. 
  4. Il suo essere a portata di mano (Zuhandenheit) come “utensile utilissimo”; «i filosofi, da Anassagora e Aristotele a Hegel, sostengono che la macchina meravigliosa è la mano, “strumento degli stumenti”» (p. 135): è per questo che in Germania il telefonino è indicato con l’anglismo Handy (da hand - mano: comodo, utile) e in Tailandia e Finlandia rispettivamente con mue tue e kanny (estensione della mano). Con questo piccolo utensile di plastica abbiamo il mondo in pugno (ma l’effetto collaterale è che il mondo ha in pugno noi). 
  5. L’essere situato del telefonino (Befindlichkeit), “emozionalmente situato”: parlare al telefonino è una delle attività più intime e (potenzialmente) emotive a cui possiamo dedicarci, sebbene spesso – non si sa perché – i nostri compagni di viaggio, pendolari habitués dei non-luoghi, vogliano condivider con noi, assieme all’annoiato interlocutore “alla cornetta”, ogni loro segreto (anche se sto cercando di leggere Ferraris – sono imperterriti).

 

Ma Ferraris ammonisce: «attenzione a non fare i postmoderni! A non credere, cioè, che la semplice trasformazione [...] coincida automaticamente con l’emancipazione, o comunque con un miglioramento reale.» (p. 75). Lyotard ne La Condition postmoderne (1979) auspicava un compimento della democrazia «attraverso l’accesso di tutti ai terminali dei computer, la creazione di un’intelligenza collettiva ecc.» (p. 71), ma così non è stato. Le tecnologie cambiano il nostro rapporto col mondo, non il mondo: c’è una realtà, là fuori, che non muta. Il ritorno ferrarisiano all’ontologia (ad un realismo minimalistico e modesto) – il Manifesto del nuovo realismo (2012) ne rappresenta soltanto il culmine – applicato al fenomeno-telefonino ci insegna a riconsiderar questo strumento non come l’araldo dell’emancipazione umana dalle griglia d’una realtà opprimente, ma, più modestamente, come il potenziamento di voce e scrittura, della loro propagazione nel mondo; purtroppo non ci garantisce l’ubiquità, nella migliore delle ipotesi adempie, meglio che un piccione viaggiatore, alla recapitazione d’un messaggio.

 

Quello a cui abbiamo assistito nell’ultimo ventennio, attraverso l’avvento e il costante aggiornamento performativo dei telefonini, è stato, non il profetizzato trionfo dell’immagine, bensì della scrittura (annunciato da Derrida nel ’67), «un prolungarsi fin monotono delle forme tradizionali di trasmissione del sapere.» (p. 76). Questo piccolo utensile interattivo, nostro confidente, non è, infatti, la macchina per parlare, ma una macchina per scrivere. 

L’“esplosionedella scrittura” a cui contribuiamo quotidianamente con l’utilizzo di computer, mail, web, sms e carte di credito firmate, si riassume nel telefonino, che racchiude – o racchiuderà presto – tutte queste funzioni: non è lontano il tempo in cui ritroveremo le nostre identità e le possibilità d’interazione sociale stipate in questi preziosi oggetti di plastica.

 

Ma l’eidos della scrittura, rileva Ferraris, non è (solo) comunicare – ed ecco perché il termine “messaggio”, proposto poco sopra, potrebbe trarre in inganno –, bensì registrare: «la tecnica [...] abbisogna di una mano e di una tabula. La mano iscrive, la tabula registra e, così, permette l’iterazione, che è l’essenza di ogni tecnica.» (p. 143) E il telefonino garantisce entrambe le condizioni, della mano e della tabula. I Sumeri, 3500 anni prima di Cristo, utilizzavano la scrittura a fini funzionali, per registrare ovini e cereali; e non c’è da stupirsi che Robinson, sulla sua isola deserta, incidesse delle tacche sul legno per non perdere la cognizione del tempo. L’uomo ha bisogno di registrazioni, le quali avvengono in primis nella sua mente – il miglior esempio di tabula – e soltanto dopo, spesso per acquisire un valore sociale (per costruire), su carta o computer. «La tabula è, propriamente, un trascendentale: cioè qualcosa che costituisce la possibilità di qualcos’altro» (p. 166); e con la registrazione si apre la possibilità d’accumulazione (capitalizzazione), di conservazione e idealizzazione – «l’idea si salva quindi – in quanto conoscenza umana – con il venire iscritta» (p. 178), e salvandola è possibile «dare avvio a un processo di ripetizione indefinita.» (p. 170) Per dirla con Derrida è necessaria un’archiscrittura – iscrizione in senso lato – per far sì che le parti interessate registrino l’impegno preso, anche soltanto virtualmente sulla loro “tabula mentale”.

 

Tutto questo serve a Ferraris per approdare a un’ontologia della realtà sociale, risalir la genealogia della costruzione degli oggetti che costituiscono le nostre società. Sì perché iscrivere equivale a costruire, e siamo dunque noi gli artefici del proliferare di quest’oggettualità: «gli oggetti sociali esistono solo se (1) si dà un atto, sia pure tacito, che vincoli almeno due persone e se (2) sussiste un’iscrizione, che comporta una quantità sia pur minima di molecole, che può tuttavia variare senza alterare la natura dell’oggetto.» (p. 210) 

 

La teoria ferrarisiana si fa forte, quindi, d’un testualismo derridiano rielaborato, “corretto”: un “Testualismo debole” per cui «gli oggetti sociali sono costruiti da iscrizioni [...] idiomatiche» (p. 245). Contrapposte a questo “Testualismo debole”, Ferraris indica altre tre tendenze che non coglierebbero l’essenza dell’oggettualità sociale: il “Realismo forte” per cui «gli oggetti sociali sono solidi quanto gli oggetti fisici» (Reinach); il “Realismo debole” per cui «gli oggetti sociali sono costruiti su oggetti fisici» – dai mattoni di un muro nasce un confine ideale – (Searle); e infine il “Testualismo forte” per cui anche «gli oggetti fisici sono socialmente costruiti» (deriva postmoderna scortata da Foucault). Derrida non commette l’errore di quest’ultimo ma, a detta di Ferraris, confonde gli oggetti ideali con quelli sociali: per esistere un triangolo necessita di un’iscrizione al pari d’un contratto – ma non è così. 

 

La sexy espressione derridiana “nulla esiste fuori dal testo” va sostituita con le più blande (1) «nulla di sociale esiste fuori dal testo» e (2) «l’iscrizione costituisce la condizione necessaria ma non sufficiente per la costruzione della realtà sociale» (p. 330), non sufficiente giacché non è detto che un’iscrizione – la pagina del mio taccuino che reca la scritta mille euro – abbia validità sociale. Dunque: Oggetto = Atto Iscritto; e la progressione dal fisico al sociale consterà di quattro tappe fondamentali: traccia, registrazione, iscrizione e idioma. La traccia è il supporto fisico per la registrazione, il tavolo per la tabula portatrice delle mie iscrizioni o il cervello – più in generale il mondo, la realtà inemendabile – per la mia mente custode della memoria; la registrazione è questa tabula sulla quale posso fissare un’iscrizione, non altro che una registrazione con valore sociale (documento); ma per ottenere il valore desiderato l’iscrizione dev’essere idiomatica, cioè specificamente collegata a un individuo (firma), qualcosa di verificabile e palese, unico ma ripetibile, privato nell’esecuzione ma di pubblico dominio. «Quello scarabocchio [la firma] indica la continuità con l’origine (ero io, ero lì, firmavo)» (p. 357) 

 

Dal telefonino all’ontologia sociale, Ferraris ci spiega il mondo inspiegabile, ma da tutti emotivamente condiviso, dell’angoscia della caducità logorante, legge suprema dei nostri atomi e di tutto quel che costituiscono – cioè proprio tutto. La società è un immenso insieme d’iscrizioni che ci permettono di costruire un domani, e il telefonino soltanto uno dei tanti mezzi (dall’invidiabile performatività) – parente stretto, quindi, delle tavolette sumeriche – coi quali continuare a iscrivere e crear la realtà sociale. Poiché quella “naturale”, noi, sappiamo solo difenderla o distruggerla.