IL MARE INTORNO A NOI

Rachel Carson

IL MARE INTORNO A NOI

Orme Editori, Roma, 2011

 

di Edoardo D’Elia

 

Rendiamo omaggio a Rachel Carson, scomparsa nel 1964, e ancora oggi icona dei movimenti ambientalisti. Cinquant’anni fa, nel 1962 (non nel ’63, come invece si legge sul risvolto della quarta di copertina di questa edizione), Rachel Carson pubblicò il suo libro più famoso e influente, Silent Spring, nel quale si schierava contro l’uso, a quei tempi pervasivo, del DDT. Cogliamo dunque l’occasione per ricordare la grande divulgatrice di coscienza ecologica americana, iniziando con la recensione di un’opera precedente, Il mare intorno a noi, secondo libro della trilogia sul mare pubblicata tra il ’41 e il ’55, da cui è anche stato tratto un documentario che ha vinto il premio oscar nel 2010.

 

Ne Il mare intorno a noi la Carson tratta il tema a lei più caro. Biologa marina di formazione e talentuosa scrittrice di vocazione, riesce nell’impresa, ad alto rischio di noia, di raccontare il mare, le forme di vita che dentro vi nuotano e quelle che nel tempo ne sono uscite, con accuratezza scientifica e, allo stesso tempo, con pieno rispetto per il lettore non specializzato.

Ai tempi della Carson, il mare era l’ultima frontiera dell’uomo moderno che desiderava il controllo assoluto sulla natura. Scrive che «nel 1959 un gruppo di illustri scienziati , tra cui i membri della commissione oceanogrfica della National Academy of Sciences, dichiarò che “le conoscenze dell’uomo sugli oceani sono veramente scarse in confronto all’importanza che questi rivestono per lui”» (p.7). L’obiettivo era raddoppiare gli sforzi della ricerca negli anni Sessanta. 

 

Un esempio di quanto i raddoppiati sforzi abbiano avuto i loro frutti, al punto da diffondere al grande pubblico le scoperte più importanti, è l’immaginario tetro e affascinante della vita negli abissi. Negli anni ’40 e ’50 si pensavano le buie profondità come luoghi di pace perenne, cullati da lente correnti e completamente isolate dal mondo. Nel giro di pochi decenni, le rilevazioni dai fondali più profondi, rese possibili dalle nuove soluzioni tecnico-ingegneristiche,  hanno dimostrarto che la vita là sotto si muove, muta ed è ricca come nelle acque più in superficie; e questa consapevolezza ha infranto l’avido sogno di liberarsi degli scarti e delle scorie di una vita di sprechi affossandoli nei neri recessi del mare. 

 

Quando scriveva la Carson, la scienza e la tecnologia sufficientemente avanzate permettevano già all’uomo di domare la forza e la grandezza del mare quasi completamente. Non solo: come un tempo la potenza e l’imprevedibilità di esso minacciavano l’uomo  che si arrischiasse oltre i limiti della terraferma, suo habitat naturale, ora era l’uomo a minacciare il mare - l’ambizione di controllo assoluto di quell’uomo era cresciuta all’eccesso. In piedi sulla riva, prima impaurito e sognante a scrutar l’irraggiungibile orizzonte, poi sdegnoso e sprezzante a riversar il nero liquido inquinante.

 

Illustrazione di TPPP

 

Nella lunga storia della civiltà, il mare è stato il costante riferimento della fantasticheria e ha sedotto ogni poeta, resistendo fino a diventare un classico e perseverando fino a suonare un po’ banale. L’uomo lo ha sempre osservato con sguardo di sfida e di rispetto. C’era chi ne contemplava la furia da uno scoglio sicuro e descriveva la sublime emozione, e c’era chi, sopravvissutto a una tempesta di vento che imbizzarriva le onde e si schiantava spietata sulla vita dei naviganti, tentava con la tecnica di sfruttare quel vento a suo favore - a favore di vela. Rachel Carson lo ha studiato con occhio scientifico e affascinato, ha trasmesso ai suoi lettori le informazioni degli studi più aggiornati di biologia marina e tutto il suo amore per il mare; tra scienza e poesia. Come nella famiglia Stevenson: «Il primo uomo che misurò la forza delle onde oceaniche fu Thomas Stevenson, padre di Robert Louis» (p. 161) Il padre lo ha studiato, il figlio lo ha raccontato, Rachel Carson ha provato a fare entrambe le cose. Il mare intorno a noi è, non a caso, una formula tratta da una poesia di T.S. Eliot: “Il fiume è dentro di noi, il mare tutto intorno a noi”. 

 

La biologia marina poi è proseguita veloce. Ma se l’immaginario abissale, oggi, è definitivamente cambiato - basti pensare ai film d’animazione che si divertono a disegnare strambe creature con denti aguzzi e munite di piccole esche luminose che minacciano l’incolumità di qualche imprudente pesce pagliaccio -, quei sogni incoscienti e tossici, purtroppo, resistono; sono solo stati frenati per un attimo e reindirizzati verso nuovi luoghi, reali o immaginari, lontani dagli occhi e dalle telecamere, ma vicini alla terra e ai polmoni.  

 

Già la Carson sapeva che «il curriculum dell’uomo come amministratore di risorse naturali [è] scoraggiante» (p. 10), e che il mare è una una delle sue principali vittime, ma la consapevolezza di un probabile pericolo non sapeva ancora della barbarie con cui l’uomo si è emancipato dalla natura che lo ha creato, senza mai ricordarsi di ringraziare. Nella postfazione di Jeffrey S. Levinton, un biologo marino che insegna alla Stony Brook University di New York, la prima integrazione alla Carson è il conto dei danni degli ultimi cinquant’anni di dismisura intensiva: l’accelerazione sempre esponenziale dell’industria con conseguenti veleni gettati nei fiumi e nei mari, siringhe sulle spiagge, scorie nucleari sui fondali più profondi, combustibili fossili bruciati ossessivamente, petroliere che si incagliano senza un responsabile reperibile e foreste saccheggiate come se non ci fosse un domani - e infatti forse un domani non ci sarà. 

 

Sono cambiati gli individui, le generazioni, ma l’uomo è lo stesso; allo stesso modo sono cambiate le scoperte, le informazioni, ma la scienza ha lo stesso ruolo delicato. Il mare intorno a noi tende una corda per unire l’uomo alla scienza attraverso la divulgazione. Ai posteri tocca riannodarla di continuo per evitare che si spezzi.

 

Tra scienza dell’oceano e poesia del mare, raccontando apici asciutti di montagne sottomarine che si inabissano e poi riaffiorano, isole che scompaiono e ricompaiono, maree che rispondono ai richiami della luna, onde che sovrastano anche i fari più alti, ghiacciai che arretrano, correnti calde e fredde che dettano le vie delle migrazioni, creature gigantesche che si incastrano nei cavi adagiati sul fondale dell’Atlantico e leggende di terre inabissate, la Carson voleva farci innamorare del mare, così forse avremmo smesso di fargli del male. 

 

Non abbiamo smesso.  Le coste sono ormai spacciate, lo si sente dire da anni, l’inquinamento le erode, le snatura e le fa appassire. Se dalle coste l’occlusione passa anche ai mari profondi, agli oceani più grandi, come sta succedendo, il mare si riprenderà la vita che ci ha dato: «È curioso che il mare, dal quale ebbe origine la vita, si trovi ora ad essere minacciato dalle attività di quella vita. Ma il mare, pur essendo ormai cambiato in modo sinistro, continuerà a esistere: la minaccia è piuttosto per la vita stessa» (p. 13). 

Rimane davvero poco tempo per innamorarsi del mare, ma Rachel Carson è un’ottima musa.