LA CONDIZIONE POSTMODERNA

Jean-François Lyotard 

LA CONDIZIONE POSTMODERNA: 

RAPPORTO SUL SAPERE 

(1979, tr. it. 1981) Diciottesima edizione, 2007

 

di Stefano Scrima

 

  «“Postmoderna” [è] l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni» (p. 6) nelle quali la cultura occidentale si è contemplata fino alla metà del Novecento, al termine della “ricostruzione” europea. Allo scadere del XIX secolo il profumo della crisi minacciò gli aneliti monopolistici delle grandi narrazioni dominanti – Illuminismo, Idealismo e Marxismo –, smarriti e consunti nella ricerca d’un senso esclusivo della realtà. Le regole dei giochi di scienza, arte e letteratura vennero trasformate da nuove tecnologie influendo sulla natura stessa del sapere. È la fine della modernità, del suo amore per la filosofia della storia; ma è anche un’apertura alla differenza e alla tolleranza dell’incommensurabile. L’instabilità e pluralità del sapere, dei differenti linguaggi che lo caratterizzano, sono il segno distintivo della nostra era, quella che Lyotard battezzò con l’aggettivo – d’origine architettonica – postmoderna.

La Condition postmoderne (1979) è – come indicato dal sottotitolo – unrapporto sul sapere, sulla sua condizione attuale; una ricerca sociologica impegnata a ridefinire lo statuto del sapere dell’Occidente. «È ragionevole pensare che la moltiplicazione delle macchine per il trattamento delle informazioni investe ed investirà la circolazione delle conoscenze così com’è avvenuto con lo sviluppo dei mezzi di circolazione delle persone prima (trasporti), e di quelli dei suoni e delle immagini poi (media).» (p. 11) Il riferimento è qui alla rivoluzione informatica che già al tempo di Lyotard dimostrò le sue straordinarie potenzialità. L’“egemonia dell’informatica”, tecnologia impostasi come il mezzo più efficace per lo scambio dell’informazione, provoca una «radicale esteriorizzazione del sapere rispetto al “sapiente”». (ibid.) 

 

Sapere e formazione personale perdono il loro antico unisono all’insegna d’una graduale conformazione del primo al rapporto merce/produttore-consumatore: il sapere esteriorizzato, sempre disponibile, diventa una merce di scambio. Diventa così la principale “forza produttiva”, contesa dalle maggiori potenze mondiali, in grado di garantire il progresso economico-sociale. Ma chi legittima il sapere? Chi fornisce le condizioni che assicurano l’appartenenza d’un enunciato al discorso scientifico (dimensione dominante del sapere occidentale)? 

 

Lyotard denota come «la questione del sapere nell’era dell’informatica [sia] più che mai la questione del governo» (p. 20). È quest’ultimo – il potere – che decide cos’è il sapere e che sa cosa conviene decidere. L’accento è dunque posto da Lyotard su quei “giochi linguistici” (già analizzati da Wittgenstein) che stanno alla base del metodo scientifico e di tutta la realtà sociale – quei “giochi” che, manipolati, orientano la vita delle società. Definiamoli: 

  1. «le regole non contengono la loro legittimazione, ma [...] sono oggetto di un contratto più o meno esplicito fra i giocatori» (p. 23); 
  2.  «non esiste gioco senza regole» (ibid.); 
  3. «ogni enunciato dev’essere considerato come una “mossa” fatta nell’ambito di un gioco.» (ibid.) 

Se ne deduce che «parlare è combattere, nel senso di giocare, e gli atti linguistici dipendono da una agonistica generale.» (ibid.) Tutto il lavoro del sapere postmoderno si impernia sul “gioco linguistico”, anche il problema del legame sociale è un “gioco linguistico”: «per comprendere [...] i rapporti sociali [...] non basta una teoria della comunicazione, ci vuole una teoria dei giochi, che includa l’agonistica fra i suoi presupposti.» (p. 35) 

 

Un’istituzione (scuola, università ecc.) e una discussione tra amici differiscono tra loro per le diverse condizioni d’ammissibilità degli enunciati: la prima,rispetto alla seconda, ne selezionerà soltanto alcuni, mentre l’altra si farà, più plausibilmente, garante della «regola che autorizza ed incoraggia la più grande flessibilità degli enunciati.» (ibid.) La modernità ha alimentato la scissione, capitalizzata dal paradigma scientifico, tra sapere (tecnico-scientifico) e non-sapere (racconto, costume, tradizione). Invero il sapere comprende ben altre forme di conoscenza oltre a quelle connotate da enunciati denotativi (cioè dal significato esplicito e condiviso), quali saper fare, saper vivere, saper ascoltare, ecc.; competenze che eccedono la determinazione e l’applicazione del solo criterio di verità, e che si estendono a quelle dei criteri di efficienza, giustizia, felicità, bellezza. (p. 38) 

 

La forma narrativa – intesa come racconto – del “sapere tradizionale” «accoglie [in sé] una pluralità di giochi linguistici» (p. 40); il discorso scientifico, invece, 

  1. «esige l’isolamento di un gioco linguistico, il denotativo [...] e l’esclusione di tutti gli altri. Il criterio di accettabilità di un enunciato coincide col suo valore di verità» (p. 48). 
  2. I saperi che sopravvivono all’isolamento dell’enunciato denotativo concorreranno a formare il legame sociale; il denotativo, al contrario, «diviene una professione e dà origine alle istituzioni» (p. 49). 
  3. Il “gioco della ricerca” pretende la competenza esclusiva del destinatore (il competente), non del destinatario. 
  4. La confutazione degli enunciati è sempre possibile. 
  5. Memoria e progetto diventano i due cardini del sapere scientifico: l’accento è privilegiato rispetto al metro, la prestazione rispetto alla contingenza della narrazione.

 

I due saperi scissi non si escludono, non possono farlo. Il sapere scientifico trova legittimazione nel discorso narrativo che lo presuppone, la scienza nasce dal racconto: «il discorso platonico che inaugura la scienza, e malgrado il suo intento sia quello di legittimarla, non è scientifico. Il sapere scientifico non può sapere e far sapere che è il vero sapere senza ricorrere all’altro sapere, il racconto, che è per lui il non-sapere, in assenza del quale è costretto ad autopresupporsi incorrendo così in ciò che condanna, la petizione di principio, il pregiudizio.» (p. 55)

 

Nella nostra società postindustriale – ma già a partire dalla fine dell’Ottocento – il principio di legittimazione, il cui gioco linguistico è filosofico-speculativo, entra in crisi. La delegittimazione del sapere scientifico, che produce «l’emancipazione delle singole discipline scientifiche [...] spogliate dalla responsabilità della ricerca», è «il risultato [della] divisione della ragione in cognitiva e teoretica da una parte e pratica dall’altra» (p. 73), divisione che svela l’essenza di gioco linguistico del sapere scientifico; un gioco linguistico «dotato di proprie regole [...] ma privo di qualsiasi vocazione a regolamentare il gioco pratico. [...] In questo modo esso viene messo in condizioni di parità con gli altri giochi.» (ibid.) La scienza “gioca il suo gioco”, non può legittimare altri giochi linguistici – gli sfugge, uno su tutti, quello prescrittivo – e nemmeno, al contrario di quanto previsto dall’ipotesi speculativa, autolegittimarsi. La parcellizzazione del sapere lo rende indomabile da un punto di vista universale e unitario: «nessuno parla tutte queste lingue, esse non ammettono un metalinguaggio universale» (p. 74).

 

Lyotard, come detto sopra, analizza anche il legame intrecciato da scienza – che diviene così forza produttiva – e capitale-stato-impresa. Questo intreccio non segue più un gioco linguistico legittimato da narrazioni umanistiche o idealiste, cessa di perseguire la verità come fine e si concentra sulla performatività, cioè il miglior rapporto input/output. Nasce dunque il nesso ricchezza-efficienza-verità (revivaldell’utilitarismo benthamiamo).

 

L’unico gioco è quello della potenza: «non si assumono scienziati e tecnici, né si acquistano apparecchiature per sapere la verità, ma per accrescere la potenza.» (p. 84) La legittimazione passa ora attraverso la potenza, il che comporta anche la subordinazione dell’insegnamento superiore e dell’università al potere – con la conseguente penalizzazione degli studi umanistici. La mercificazione del sapere sposta la domanda da “è vero?” a “a che cosa serve?”, e cioè “si può vendere?”, “è efficace?”.

 

Ma la scienza postmoderna – ossia l’avvenire della scienza –, ci dice Lyotard, è la ricerca dell’instabilità: «la pragmatica del sapere scientifico postmoderno ha scarsa affinità con l’obiettivo della performatività. L’espansione della scienza non si produce grazie al positivismo dell’efficienza. Al contrario: lavorare alla prova, significa ricercare e “inventare” il contro-esempio, vale a dire ciò che è inintelligibile; lavorare all’argomentazione, significa ricercare il “paradosso” e legittimarlo attraverso nuove regole del gioco del ragionamento.» (p. 99)


In definitiva due sono i “passi” fondamentali per affrontare la nostra condizione postmoderna: 

  1. «il riconoscimento dell’eteromorfia dei giochi linguistici» (p. 120);
  2.  «se esiste consenso sulle regole che definiscono ciascun gioco e sulle “mosse” che vengono in esso effettuate, tale consenso deveessere locale, ottenuto cioè dagli interlocutori momento per momento, e soggetto a eventuale revisione.» (ibid.)