BENVENUTI IN TEMPI INTERESSANTI

Slavoj Žižek

BENVENUTI IN TEMPI INTERESSANTI

Ponte alle Grazie, Milano, 2012 

 

di Stefano Scrima

 

Quando Churchill pronunciò la sua celeberrima sentenza: «è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora», che consacrava l’anelito democratico a reale impegno per l’Occidente postbellico, a Lubiana, il piccolo Žižek cresceva all’ombra dell’acerrimo nemico orientale, il comunismo. Ed è l’Idea di comunismo il soggetto dell’analisi del mondo contemporaneo tentata dal filosofo sloveno; un’idea che non è soluzione, bensì il vero problema da risolvere: quello dello «spazio universale di umanità da cui nessuno dovrebbe essere escluso» (p. 128). 

 

Il compito dell’umanista postmoderno consisterebbe dunque nel giurare fedeltà allo spirito egualitario – vera “natura” umana – che da Spartaco a Müntzer non ha mai smesso d’infiammare le rivolte degli oppressi. L’ordine capitalista contemporaneo, certo d’aver prodotto il migliore dei mondi possibili grazie alla libertà democratica, ristagna per Žižek in un “cinismo spudorato” e ipocrita: i “sudditi” degli stati capitalisti immaginano di credere ai grandi ideali democratici, ma coi loro sedicentipaladini di giustizia (vedi WikiLeaks) non fanno che amplificar la vergogna – rendendola manifesta – della loro oppressione. Nemmeno gli intellettuali catastrofisti credono davvero di poter cambiare il sistema vigente, tanto da far dire a Žižek, con le parole di George Orwell, che oggi «ogni opinione rivoluzionaria attinge parte della sua forza alla segreta certezza che nulla può essere cambiato» (p. 11) 

 

Il vero spirito rivoluzionario è morto e sepolto sotto il peso – così reale – dei mercati. “L’ideologia egemonica” dell’economia, con la sua logica del mercato e della concorrenza, pervade ogni ambito della vita occidentale: dall’istruzione (ridotta al solo “sapere competente e utile”) all’esercito (formato da mercenari) fino all’esercizio stesso del potere (Berlusconi – “vile borghese” che usa lo Stato per perseguire interessi personali – lo ha reso più che lampante). Libertà, democrazia, tolleranza sono “nozioni di disorientamento” che si scontrano col paradigma liberale dell’inviolabilità dello spazio privato; il “narcisismo-soggettivista” delle nostre società ci impedisce di prefigurare un reale miglioramento delle condizioni di vita degli individui che ancor oggi soffrono di discriminazioni. 

 

Urge ridefinire il problema, che non è quello (ambiguo) presentatoci dal liberalismo democratico, ma quello che solo la lotta comunista, con la definizione d’una reale Terza Via, è in grado d’affrontare: «non un conflitto tra culture, ma un conflitto tra diverse visioni su come culture diverse possano e debbano coesistere, sulle regole e prassi che queste culture dovranno condividere. [...] [Dobbiamo] proporre e lottare per un progetto universale positivo condiviso da tutti i partecipanti. [...] Chi oggi lotta per l’emancipazione [deve] andare oltre il semplice rispetto per gli altri e in direzione di una positiva Leitkultur [cultura guida] emancipativa che sola può sostenere un’autentica coabitazione e mescolanza di culture diverse.» (pp. 29-30) 

 

Illustrazione di Irene Scarascia

 

Ridefinire il problema significa anche, e soprattutto: ridefinire il capitale, per valorizzare, oltre al capitale finanziario, quello naturale e umano (risorse, intelligenza, cultura); ridefinire le sovranità nazionali – nuove forme di cooperazione globale dovranno farsi avanti –; e ridefinire l’approccio nei confronti della natura, nostra “madre pallida”, inestimabile tesoro di risorse messo quotidianamente in pericolo dalla sconsideratezza industriale. Inoltre «l’umanità si deve preparare a vivere in modo più “plastico” e nomade: cambiamenti locali o globali nell’ambiente potrebbero imporre la necessità di trasformazioni sociali su una scala mai vista.» (p. 52) Tuttavia, anche ampliando il concetto di capitale, la subordinazione del reale alla realtà della circolazione finanziaria (del valore d’uso di prodotti e servizi alla riproduzione che genera profitto) rimarrà la piaga strutturale del sistema capitalistico. 

 

Il comunismo reinventato, secondo Žižek, ha dunque come obiettivo ultimo soppiantare definitivamente il capitale mediante un tentativo di riorganizzazione dell’intero processo produttivo; verso «un’autentica pianificazione organizzata “dal basso”, in un rapporto di trasparenza coi produttori» (p. 54), che renda auspicabile – come proposto da István Mészáros nel suo Beyond Capital –, in luogo d’uno scambio di prodotti, «un diretto scambio sociale di attività.» (ibid.)

L’attuale trama democratica non fa che nascondere con ghirlande di fiori– con la proclamazione della “società libera” – le ferree catene dei suoi cittadini-sostenitori (passivi), ignari del potere apolitico dell’economia che tesse i fili del reale – noi, ad esempio, non abbiamo alcun controllo sulle proprietà accumulate o sui rapporti di fabbrica. 

 

La “finzione democratica”, l’illusione di poter estendere il controllo popolare finanche alla sfera economica, si dimentica della “vera libertà”, quella del «sistema “apolitico” dei rapporti sociali, dal mercato alla famiglia.» (p. 81) Ed è quindi la soluzione “antidemocratica” del sistema cinese – questo strano comunismo “liberalizzato” – ad affascinare il filosofo sloveno: «la distanza del Partito [comunista] nei confronti dello Stato e la sua capacità di agire al di là della legge gli conferisce l’opportunità unica di agire non solo nell’interesse delle imprese, ma anche nell’interesse dei lavoratori, e di offrire loro una qualche protezione contro l’impatto cieco delle forze del mercato.» (p. 72) (Non che la Cina sia esente da serie problematiche: dalla dilagante corruzione all’interno del Partito ai frequenti suicidi sul lavoro, dovuti a condizioni precarie e a pressioni psicologiche legate al profitto).

 

Dunque un cambiamento non d’ordine politico, ma sociale e produttivo, cioè a dire: trasformiamo i rapporti sociali di produzione. E come? Con la lotta di classe rivoluzionaria, e non con elezioni o promesse di falso potere. Il nemico supremo – come dice Alain Badiou – non sono più il capitalismo o lo sfruttamento, ma la democrazia che li protegge; credere che soltanto l’avanzamento democratico possa produrre miglioramenti sociali ci impedisce di liberarci dalle maglie d’un sistema che non ha occhi che per il profitto. E perché il comunismo? Perché è l’unico che possa rompere con la lentezza della cornice istituzionale parlamentare-democratica, ostacolo che non permette l’intervento immediato – quella biasimata ingerenza dello Stato (in questo caso del Partito, che, diversamente dallo stato, agirà “al di là della legge”) nel privato, o, se vogliamo, nell’“apolitico” (mercati, fabbriche, produzioni) – imbonendoci con speranze (troppo) lontane.

 

Ma il problema del comunismo è soprattutto il problema della violenza, una violenza che, secondo Žižek, va demistificata (come la democrazia defecitizzata), rovesciando il motto liberale della violenza illegittima ma a volte necessaria; afferma: «per gli oppressi la violenza è sempre legittima (dal momento che il loro stesso status è il risultato della violenza cui sono esposti), ma mai necessaria (sarà sempre una questione di strategia se usare o meno la violenza contro il nemico.» (p. 83) La “sfiducia nello stato” del rinnovato comunismo, il suo voler distanziarsene e servirsene (ma dall’esterno), può dunque creare una nuova dittatura del proletariato impegnata a difendere e lottare per l’afflato egualitario che da sempre accompagna l’avventura umana. La verità, quando è vera, va fatta valere anche con la violenza. Ma la verità è necessariamente violenta perché è in mano alla “parte dei senza parte” della società: oppressi, esclusi, emarginati. Ed è una verità che, essendo dei “senza parte”, non può ch’esser vera; questi saranno forse in minoranza, ma «ciò che fonda una verità è l’esperienza di sofferenza e coraggio, a volte in solitudine, non il numero e la forza della maggioranza.» (p. 90) Il solo modo per affermarla è, «come vide correttamente Lenin, [...] causare una sollevazione rivoluzionaria nell’ordine gerarchico esistente.» (p. 86); contro il dispotismo, l’oppressione, la diseguaglianza, il capitalismo disumano. “Rischio” e “scommessa” fondano e legittimano questa verità, mentre l’intento decisivo sarà volto alla sua internazionalizzazione e universalizzazione per combattere ad armi pari l’universalismo del capitale internazionale. 

 

Per il filosofo sloveno la vera utopia non è il comunismo, ma «[l’]idea che si possa conservare lo Stato sociale all’interno di questo sistema [democratico]» (p. 104) 

La socialdemocrazia ha fallito e la sinistra contemporanea sa solo esprimere una fiacca e ipocrita opposizione al sistema imperturbabile. Ora, l’ottimista Žižek c’informa: è arrivato il tempo che l’“eterna idea comunista” torni a farci agire.