LA CITTA' DELLE NUVOLE

Carlo Vulpio

LA CITTA’ DELLE NUVOLE

Edizioni Ambiente, 2009                    

 

di Edoardo D’Elia    

 

Durante una delle sue vacanze tropicali, uno dei tanti figli di emigranti pugliesi, davanti all’ennesima delusione, giunse alla definitiva certezza che il mare più bello del mondo è il suo, quello del golfo di Taranto, la sua città d’origine. Chiamò i suoi genitori e chiese loro scusa. Glielo avevano sempre detto, ma li aveva sempre compatiti come nostalgici. Invece avevano ragione e lui non avrebbe mai più fatto una vacanza tropicale.

 

Intanto Carlo Vulpio scrive, nel suo libro-inchiesta La città delle nuvole,che a Davos il World Economic Forum del 2007 stilava la classifica dei maggiori inquinatori del mondo. Il podio dei “grandi inquinatori italiani” si componeva così: il gradino più basso per la centrale termoelettrica di Taranto con 9 milioni di tonnellate di biossido di carbonio; il secondo posto per l’Ilva, il centro siderurgico più grande d’Europa, con 10,5 milioni di tonnellate e 7 chili annui di polveri pro capite, anch’essa a Taranto; e l’amaro primato per la centrale Enel di Brindisi-Cerano con 15,8 milioni di tonnellate di CO2, a circa 70 km da Taranto. Taranto è il territorio più inquinato d’Europa, ma questo l’hanno sempre saputo quasi tutti. Il problema è che nei fumi di scarico dell’acciaieria non c’è solo biossido di carbonio.

 

Nel 1961 entra in produzione l’allora quarto centro siderurgico italiano: l’Italsider (oggi Ilva), un pezzo pregiato dell’industria di Stato. E’ accolto come una vera opportunità di svolta per Taranto, permettendo un importante salto ai vertici del benessere economico dell’Italia meridionale. I migliaia di posti di lavoro creati distraggono l’opinione pubblica da quanto possa essere ingombrante e invasiva una acciaieria in piena città. E’ costruita, senza cura per i piani regolatori e senza buon senso, a ridosso del quartiere Tamburi, una zona residenziale che è presa d’assalto dai forestieri in cerca di un lavoro fisso nella Taranto industrializzata: gli operai si intossicano lavorando di giorno e continuano ad intossicarsi dormendo di notte, come nel più classico immaginario del Dickens di Hard Times.

Il ricatto occupazionale induce e costringe tutti ad accettare la situazione, che col passare degli anni si farà sempre più tragica, perché tanto tutti sanno che a Taranto senza acciaio non c’è lavoro, e bisogna pur lavorare per vivere.

 

Illustrazione di Stefano Laureti

 

Vulpio nota, in apertura del libro, come questo ricatto indotto nella mente degli operai sia una circuizione paradossale: se per sopravvivere serve il lavoro, ma il lavoro toglie la salute e quindi la vita, allora per sopravvivere non bisogna lavorare, ma smettere di lavorare o almeno cambiare lavoro. E se un altro lavoro è difficile da trovare, la condizione necessaria per continuare a sperare è comunque essere vivi.

Negli ultimi cinquant’anni Taranto ha respirato male, senza sapere cosa c’era nella sua aria e guardandosi bene dal tentare di scoprirlo; cinquant’anni di “massicce emissioni e gigantesche omissioni”, come scrive Vulpio. Le omissioni hanno dovuto subire una brusca frenata, (purtroppo non un arresto) solo nel 2005, quando, grazie ai rilevamenti di pochi volontari, è stata accertata la presenza massiccia di diossina: a Taranto si produce circa il 92% della diossina italiana e l’8,8% di quella europea, sempre a Taranto negli ultimi dieci anni i tumori sono aumentati del 30% e negli ultimi quindici è diventata la prima città in Italia per numero di casi di tumore al polmone.

 

A Taranto convivono persone che continuano a disconoscere il problema, che si fanno trascinare dalla mollezza e dallo stolto fatalismo, con altre che si impegnano per fare chiarezza e per avere giustizia. Tra questi volontari instancabili c’è chi si offre per un prelievo andando incontro all’atroce verità di essere contaminato dalla diossina, c’è chi fa rilevamenti sul luogo per analizzare l’aria, sopperendo alle profonde falle dei sistemi di controllo, e ci sono medici come il prof. Patrizio Mazza, primario di ematologia all’ospedale Moscati di Taranto, che pur non essendo pugliese, lotta tutti i giorni per salvare vite. Vulpio lo interroga sullo stato di salute della città e quello che ci dice Mazza è agghiacciante: test genotossici dimostrano che la diossina è un “danneggiatore” del Dna e che le cellule danneggiate possono trasmettere il tumore in eredità. Questo comporta, in pratica, duo o tre casi di leucemia a settimana, casi sempre più vari e numerosi e l’età dei pazienti sempre più bassa.

Un altro dato importante riguarda la capacità dell’organismo di assorbire la diossina. Il 98% della diossina, infatti, si assorbe per via alimentare, soltanto il 2% per via respiratoria.

 

Tutti gli animali allevati nel territorio tarantino pascolano sulla terra contaminata dalla diossina e si intossicano esattamente come gli uomini, producendo, di conseguenza, latte e carne contaminati; latte e carne di cui adulti e bambini si nutrono. In questo caso, però, i controlli spesso funzionano, creando un’altra situazione paradossale: gli allevatori e contadini della zona vengono privati dei loro animali, che devono essere soppressi per legge perché contaminati, rimanendo così senza lavoro, con in mano un misero risarcimento pecuniario, nel cuore tanto rancore e in testa la consapevolezza di essere essi stessi avvelenati; mentre i provvedimenti e le sanzioni governative all’Ilva continuano a slittare.

Oltre all’aria e alla terra la diossina e le altre sostanze nocive invadono e inquinano il mare. Taranto è sempre stata conosciuta come la città dei due mari, il mar Piccolo e il mar Grande. Ha un porto in una posizione strategica nel Mediterraneo che allettava i Greci come alletta la Nato, e ha l’acqua più limpida che bagna il fondale più pulito. Durante la prima industrializzazione, la costruzione dell’Arsenale e della Marina Militare ha impedito l’accesso al mar Piccolo, in seguito la grande industrializzazione (Ilva e altre) ha sia impedito l’accesso al mar Grande che inquinato massicciamente entrambi. I tarantini sono stati privati di aria, terra e acqua.

 

Ciò che terrorizza di più è che tutto questo possa accadere in un paese avanzato come l’Italia a più di due secoli dalla prima rivoluzione industriale; perché il limite legale europeo di emissione della diossina è di 0,4 nanogrammi per metro cubo, mentre quello italiano è di 100 nanogrammi?

Il protocollo di Kyoto prevede una riduzione del 20% delle emissioni di CO2, pena una multa parecchio salata. Perché se i proprietari dell’Ilva argomentano che meno emissioni vuol dire meno produzione e quindi meno posti di lavoro il governo continua ad accettare il ricatto e a pagare la multa?

Perché molti italiani sanno tuttora più sul caso Chernobyl che sul caso Taranto? Solo perché un’ esplosione fa più rumore di un camino?

Perché una e-mail di un funzionario dell’Ilva alla redazione del Corriere della Sera ha il potere di fermare la pubblicazione di un articolo che dice la verità?

 

Vulpio racconta che chi, come lui, scova la verità, perché stanco di aspettare che i politici superino l’indolenza, l’ignavia e la malafede, riceve querele per procurato allarme. Non si potrà mai impedire a chi camuffa la realtà di tacciare gli altri di allarmismo, ma, per parità di trattamento, il parlamento potrebbe almeno proporre la punibilità di un nuovo reato: il procurato allarme tardivo.

 

Tornato a casa incassò il primo “te l’avevo detto” da sua madre senza provare eccessivo disappunto. Le promise che non avrebbe mai più speso soldi in viaggi esotici per poi trovarsi a rimpiangere il suo mare. Era entusiasta della sua nuova consapevolezza. Poi un giorno lesse La Città delle Nuvole e l’entusiasmo si attenuò. La situazione di Taranto era tragica. Lui avrebbe potuto fare ancora qualche bagno, ma poi i suoi figli avrebbero dovuto ricominciare a viaggiare invano?

Come si spiega ai bambini curiosi di tutto il mondo, l’acqua del mare è blu perché riflette il cielo. Il rischio ora è che qualche bambino di Taranto un giorno debba chiedere perché il mare è nero.