L'INVENZIONE DELL'ECONOMIA

Serge Latouche

L’INVENZIONE DELL’ECONOMIA

Bollati Boringhieri, Torino, 2010

 


di Edoardo D’Elia

 

L’invenzione dell’economiaè una raccolta di saggi pubblicata da Latouche nel 2005 e ripresa ora dalla casa editrice Bollati Boringhieri sull’onda della popolarità del Breve trattato sulla decrescita serena. I saggi, come scrive l’autore nella prefazione, sono contributi occasionali e parziali, alcuni scritti addirittura negli anni ottanta, al tentativo di una sintesi sistematica dell’insieme delle concomitanze storiche e scientifiche che hanno portato all’invenzione dell’economia.

 

Invenzione, appunto, non nascita. Per Latouche, la storia del pensiero economico è soprattutto “la storia dell’invenzione dell’economico come pratica e come pensiero”, ciò che è interessante analizzare oggi non è tanto la storia delle dottrine economiche o la storia intellettuale dell’economia politica, ma l’emergere e il consolidarsi dell’immaginario economico. Per fare questo la storia deve incontrare l’antropologia economica, la sociologia economica e la filosofia economica; l’approccio è trans-storico e viene affrontato da tre angolature interdipendenti e complementari: l’invenzione teorica dell’economia, l’invenzione storica e l’invenzione semantica.

Invenzione dell’economia” vuole anche essere una tesi provocatoria, perché mette subito in risalto che l’economia non esiste di per sé, naturalmente, ma che è una realizzazione dello spirito umano, una costruzione dell’immaginazione. Il tentativo, quindi, sarà di ripercorrere le tappe fondamentali che hanno promosso quest’invenzione e quelle che l’hanno accreditata e consolidata a tal punto da camuffarne perfettamente l’artificialità.

 

Il percorso d’analisi va dall’“antieconomico” del capitolo 8 del V libro dell’Etica nicomachea di Aristotele, alla cristallizzazione dei valori individualistici liberali portata a pieno compimento da Adam Smith.

Il testo “economico” di Aristotele è il più importante tra tutti quelli che ci restano dell’antichità e l’unico con una portata teorica di rilievo per molti secoli. E’ preso in considerazione da Latouche perché rappresenta una visione della “cosa economica” dall’angolatura dei valori sociali della cultura greca, dove la città (collettività) aveva il primato sull’individuo. Il fatto è che non è già un testo economico, ma un testo di riflessione sull’economia, in cui la formulazione di un primo schema di riproduzione sociale fondata sull’autonomia relativa del campo economico è controllata da una precisa e salda concezione del sociale: la società come entità di valori. Aristotele, insomma, non lascia spazio alcuno per una teoria che fonda l’ordine sociale naturale delle società umane esclusivamente sulla naturalità dei valori economici.

Da Aristotele in poi, l’economia, o meglio l’immaginario economico, comincia a disporre di numerosi inventori, riconducibili a due principali “movimenti” storici: la borghesia, che inventa il valore moderno del lavoro; e il cristianesimo, che contribuisce fortemente al fondamento del concetto moderno di individuo.

 

Tra il XVI e il XVII secolo, la borghesia attua una propaganda “lavorista” per screditare l’aristocrazia e affermarsi come classe dominante, sostenendo di meritare ricchezza e potere col grande impiego di tempo e di vita nel lavoro. I mezzi sono le capacità e l’efficienza e gli obiettivi, che l’individuo si può porre, prescindono sempre più dal bene comune. Nel XVI secolo alla borghesia si affianca la Riforma calvinista, la quale, con il fondamento nel dovere professionale assunto come dovere morale dell’etica protestante, farà assurgere definitivamente il riconoscimento del lavoro a valore universale.

L’accezione attuale del lavoro, insomma, è un’invenzione piuttosto recente e prettamente occidentale. Latouche ci avvisa, infatti, che è necessario evitare ogni assolutizzazione delle categorie con cui conviviamo e pensiamo il mondo. Le società primitive e la maggior parte delle società non occidentali non hanno la nostra nozione di economia, bisogna perciò evitare di cadere nell’etnocentrismo, in altre parole peccare di provincialismo.

 

Nel saggio “Agostinismo e utilitarismo” Latouche scrive che le basi immaginarie dell’economia politica e della vita economica, cioè la credenza nell’armonia naturale degli interessi e la concezione utilitaristica del soggetto economico, si può dire comincino con la teoria agostiniana dei due amori: la ricusazione totale dell’amor di sé che ha come obiettivo la salvezza dell’anima attraverso l’amore di Dio. Questa condanna dell’amor proprio, ad apparente scapito dell’individualismo, avrà, tra il XVI e il XIX secolo, innumerevoli interpreti e subirà gradualmente una sorta di rovesciamento: sarà in certo modo giustificato in conseguenza al rovesciamento generale del sistema dei valori, diventando il principale motore d’azione dell’homo oeconomicus. “E’ la torsione dovuta alla secolarizzazione dell’etica puritana – scrive Latouche – che genera lo spirito del capitalismo. L’abbandono del progetto religioso produce una laicizzazione […] dei valori della rinuncia al godimento e dell’ansia della salvezza a vantaggio del risparmio da investire e del lavoro produttivo.”

 

Secondo Adam Smith per il soddisfacimento dei bisogni materiali delle nazioni ci si può affidare all’amor proprio e il bene comune, l’obiettivo primario di Aristotele, può fare a meno della benevolenza reciproca dei cittadini.

Prima, però, di arrivare a trattare di come il pensiero di Adam Smith, nel XVIII, sia stato il compimento della costruzione semantica dell’economia, Latouche si sofferma a studiare un’altra idea fondamentale per l’istituzione dell’immaginario economico: l’idea della mano invisibile. La mano invisibile è la legge del mercato, la concorrenza, a metà strada tra provvidenza e forza naturale, che regola ogni cosa. Questa nozione nasce in Francia nel XVII e XVIII secolo come affermazione di una legge naturale più forte della legge del Principe e di quella del Papa, e i cui effetti regolano e regoleranno l’intera vita dell’uomo. La perfezione di questa invenzione sta proprio nella sua invisibilità, grazie alla quale, se si rimane chiusi nella gabbia dell’immaginario economico, un’eventuale crisi manca di un colpevole. Ecco descritta la situazione odierna.

Latouche ci racconta in che modo è stato possibile, nel corso dei secoli, che alcuni cambiamenti nel sistema dei valori avvenissero senza che ce ne accorgessimo. Come la cura di sé e la reciprocità si sono trasformate in individualismo ed egoismo, il lavoro e la vita si sono invertiti di ruolo, la possibilità di progresso e benessere è diventata consumismo. In sintesi, per usare un’espressione di Marx riportata nel libro, il libro spiega come l’accumulazione del piacere è diventata piacere dell’accumulazione.

 

Il capitalismo è autoreferenziale non solo per la dinamica del mercato (bisogno indotto/consumo), ma lo è anche sotto l’aspetto della costruzione dell’immaginario. La naturalità del mercato è un artificio culturale, ma se sia un artificio pienamente consapevole o meno è difficile dirlo, perché lo stordimento delle coscienze, anche di quelle dei fautori del sistema, è parte integrante dell’invenzione.

La mancanza di referente, del contatto con la realtà, è fondamentalmente un tentativo di suicidio del capitalismo, che percorre una via autonoma nella convinzione di poter essere seguito per sempre.

Il capitalismo è autoreferenziale, ma non è “autocombustibile”. Il combustibile è la terra e la terra si sta consumando, il totalitarismo dell’economia ha dunque vita breve, come ha vita breve l’umanità se non ne esce. Per usare le parole dell’autore: “L’assurdità di una vita di cui l’economia è insieme il mezzo e il fine si smaschera, e con ciò si smaschera il vuoto fondamentale della vita.”

 

Questo libro è propedeutico alla comprensione delle motivazioni della teoria della decrescita di Latouche, utile da leggere prima del Breve trattato sulla decrescita serena. Ed è anche un buon antidoto per chi non ha ancora accettato che l’eccesso di specializzazione, la mancanza di interdisciplinarietà, rischia, se non l’ha già fatto, di avere come pericoloso effetto la perdita di contatto con la realtà e di distrarci sempre più dal problema della salvaguardia dell’ambiente.

Siamo abbondantemente fuori tempo, ma pare che una crisi ci abbia scosso a sufficienza per svegliarci. Stiamo forse cominciando ad aprire gli occhi, ma la mente è ancora rintronata per il lungo sonno. Speriamo solo di non richiuderli prima che la vista torni nitida; la madre terra non ci concederà gli altri proverbiali cinque minuti. E chissà che lo stordimento collettivo meglio riuscito della storia non riesca a svanire senza che per punizione siamo costretti a svanire anche noi.