GUASTO È IL MONDO

Tony Judt

GUASTO È IL MONDO

Laterza, Roma-Bari, 2011

 

 

di Stefano Scrima


C’è la crisi. I giornali di tutto il mondo non fanno che ricordarcelo. Dal 2008 i nostri discorsi sfoggiano quel retrogusto di già sentito – come se conoscessimo il loro epilogo ancor prima di pronunciarli: “Domani cinema?” / “No, c’è la crisi” / “Già, è vero”.


C’è la crisi è diventato il nuovo luogo comune della cultura occidentale, la risposta preconfezionata adatta ad ogni situazione. Luogo comune o no qualcosa non va. Ad attanagliare il cosiddetto Occidente è un cortocircuito economico-finanziario che non può non alterare la qualità della vita fino a ridimensionare la nostra stessa quotidianità. Non c’è ambito umano che non abbia accusato il colpo dei recenti attriti della produzione, dei mercati e della circolazione del denaro (eletto ormai ad unico perno dell’impalcatura sociale). Esposti a fenomeni quali l’incremento della disoccupazione, delle iniquità e della disuguaglianza sociale – fino a non molto tempo fa ritenuti facilmente arginabili dai sogni d’opulenza del progresso – ci autodefiniamo portatori tristi di frustrazione, increduli nell’investire su un fosco futuro.

 

La diagnosi generale di Guasto è il mondo – ultimo, e definitivo, contributo di Tony Judt (1948 - 2010) – ha la capacità di destare l’attenzione di noi lettori italiani, in quanto analizza il ‘problema occidentale’ a partire dalla realtà a lui più nota: quella anglosassone (in particolare Gran Bretagna e Stai Uniti), in continuo confronto con le socialdemocrazie più avanzate dell’Europa continentale. 


Qualcuno potrebbe obbiettare alle argomentazioni di Judt un eccessivo sapore retorico (nella rivendicazione di pietre angolari della società moderna quali senso della collettività, fiducia reciproca, bene comune) infarcito di nostalgia per un passato dai toni più sereni, o per lo meno più equilibrati. Anche se fosse, come dargli torto? Ma tranquillizziamo il lettore: il discorso dello storico britannico è calibrato alla perfezione. Alla ricerca delle radici del tracollo degli stati contemporanei, di una democrazia profondamente mutata e dalle fondamenta così instabili, ci ritroviamo in ritardo di decine di anni a scavare in un passato chiarificatore. Nessuno si stupirà che questo possa illuminarci sui risvolti presenti, il paradosso è che ben pochi sono in grado di ricostruire la genealogia dei dibattiti pubblici attuali e, di conseguenza, proporre soluzioni già ‘testate’ in analoghe situazioni. L’uomo contemporaneo (quello giovane soprattutto) si sente catapultato in un mondo a lui estraneo, frutto di errori che non lo riguardano, o meglio, che pensa non lo riguardino. Ovviamente si sbaglia, perché se c’è qualcuno che può risollevare le sorti della democrazia – o se si preferisce della società civile – è proprio il cittadino comune (che pare aver perso ogni senso della socialità, inaridito da una politica sempre più becera). Judt ripercorre i tratti salienti dell’itinerario socio-politico globale dall’avvento dello Stato moderno a oggi, gettando luce sulla formazione del ‘modo occidentale’ di concepire società, economia e politica. L’intento è quello di rinnovare la fiducia alla capacità umana di risollevarsi dal fallimento. A tal fine sarà necessario un impegno comune che riesca a ripensaresocietà e priorità di un’esistenza macchiata da un egoismo smisurato.  


Sembra che la libertà, capostipite dei moderni diritti civili, sia preservata solo nell’accezione di libertà di accumulare, di guadagnare - già Condorcet, all’alba del capitalismo, prefigurava gli scenari di tal infima riduzione. Judt ci parla di una “disabilità discorsiva” di cui è affetto il nostro pensiero insterilito, immemore di un passato dai criteri sì differenti.

La politica pubblica non deve scadere in mero calcolo economico, e sebbene questo sia ormai unanimemente considerato un vecchio mito infecondo, la “scelta razionale” (di carattere economico-materiale) a cui è costantemente spronato il cittadino conserva in sé residui di un sogno di razionalizzazione del mondo e delle sue leggi (economiche, sociali o naturali che siano). Il feroce incremento della disuguaglianza sociale viene da qui: dallo strabordare delle tasche di alcuni a discapito di altri. E lo stato di disuguaglianza – l’aspetto più problematico e sintomatico su cui si concentra il monito di Judt – logora anche il ricco, discriminato dalla ‘massa’ per la sua ‘fortuna’ e in costante timore di subire il malcontento di qualche facinoroso, magari ricco di risentimenti.          

Ma è importante sottolineare come non tanto il capitalismo, ‘male necessario’ del nostro tempo, sia il responsabile dell’iniqua distribuzione delle produzioni-risorse, quanto i suoi eccessi, la sua mancata regolamentazione da parte dello Stato, l’unico in grado di garantire il cosiddetto bene comune.

 

Ora, ci dice Judt, tocca demolire definitivamente quella polverosa convinzione (riverberata soprattutto dagli Stai Uniti) che vede contrapposti capitalismo da un lato e socialismo dall’altro. Prima di tutto perché il capitalismo non è un tipo di governo politico ma un modello economico, e in secondo luogo perché non è detto che l’uno escluda l’altro – si veda a proposito la contemplazione di entrambi all’interno del sistema cinese (non per questo desiderabile). Gli Stati Uniti, accaniti anti-socialisti e liberisti, pretendono che in un’amministrazione socialista non possa vigere il libero mercato, ma questo semplicemente non è vero: è un pregiudizio alimentato dal ricordo di socialismi novecenteschi legati a dittature politiche. Il terrore dell’ingerenza dello Stato nelle vite private dei cittadini statunitensi non è giustificabile. La migliore risposta europea – a detta di Judt – a questa presunta divaricazione fu la socialdemocrazia: il tentativo di un «compromesso che implicava l’accettazione del capitalismo (e della democrazia parlamentare) come il contesto entro cui curare gli interessi, fino ad allora ignorati, di larghe fette della popolazione.» La socialdemocrazia insegnò una politica intesa come lo spazio comune dei cittadini appartenenti ad una comunità, in cui non venga soffocato l’individuo a favore dell’organismo, ma dove ognuno contribuisca al benessere di tutti. Questo dovrebbe essere il vero senso della democrazia, ai giorni nostri pericolante tra estrema burocratizzazione e massificazione. Le nostre democrazie rappresentative, uniche dimensioni democratiche atte ad amministrare un così gran numero di persone, sono comunque le migliori forme di governo possibili poiché garanti di un’esistenza dignitosa estesa alla maggior parte dei sudditi (e non solo a un’élite) – ma questa non è certo una novità. Il problema è che le nostre democrazie non funzionano come dovrebbero e il “deficit democratico” riscontrabile oggi in Occidente deve allarmarci: la disuguaglianza sociale generata da una sfrenata rincorsa al denaro non arginata dallo Stato, se non in minima parte; la “pusillanimità politica” delle classi dirigenti incapaci di imporsi saggiamente alle proteste del ‘popolo’ (su tassazioni e pensioni) solo per non perdere consensi e mantenere il potere; e la graduale privatizzazione dei servizi dovuta a carenze del sistema statale stanno gradualmente corrodendo il tessuto della stessa collettività rappresentata da uno Stato ormai inefficiente.

 

La disuguaglianza provoca tensioni, e in seguito conflitti, dalle risposte spesso antidemocratiche; l’“epoca di pigmei” che caratterizza i nostri governi vanifica ogni tipo di credibilità della politica stessa promovendo nei cittadini – e ancora una volta soprattutto nei giovani – sentimenti di disprezzo per un sistema corrotto e apparentemente immodificabile, e quindi un loro allontanamento; e infine la privatizzazione, che privilegia l’efficienza – ovvero la possibilità di guadagno – alla qualità dei servizi, non può che spegnere anche l’ultimo barlume di fiducia rimastoci.

 

Eppure i servizi pubblici sono fondamentali, di più: sono la vera rivoluzione della moderna società civile, il sol modo di garantire un’uguaglianza reale. Ed è per questo che pagare le tasse non dev’essere inteso come un dare senza ricevere, ma come la garanzia del nostro equilibrio, di un vivere civile in cui ognuno abbia riconosciuto pari diritto d’usufruire di un determinato servizio, e ciò proprio in forza della contribuzione d’ognuno al suo mantenimento. La nausea delle tasse – soprattutto del loro aumento – è un paradosso, giacché tutti beneficiamo dei servizi pubblici e, spesso senza nemmeno domandarci della loro capacità di sopravvivenza, ci lamentiamo di dover rinunciare a una parte dei nostri guadagni. Non posso pretendere che i pompieri vengano a salvarmi dalle fiamme se non contribuisco con la privazione di una parte del mio stipendio a mantenere efficiente il servizio coordinato dallo Stato, come, per lo stesso identico motivo, non posso augurarmi che il mio treno arrivi puntuale. Si può e si deve discutere sull’entità dei contributi, instaurando così un dialogo prolifico tra cittadini e istituzioni, ma sempre privilegiando il fine collettivo e non quello privato (fonte delle degenerazioni sociali).

 

Attraverso le parole di Pericle – alludendo agli antichi fasti del sistema democratico greco – lo storico britannico osserva come l’uomo disinteressato alla politica (dunque alla vita sociale) non possa esser ritenuto dalla comunità elemento tranquillo, bensì superfluo. Ciò significa che, oltre a un attivo desiderio di partecipare costruttivamente al dibattito pubblico (per non far degenerale la politica in discorsi autoreferenziali e giochi di dominio), il cittadino ha l’obbligo di maturare la consapevolezza del senso della comunità e la responsabilità annessa.

Il linguaggio con cui si attua tale sensibilizzazione, il ripensamento dei propri diritti – i quali comportano i suddetti obblighi del vivere comune –, è essenziale: senza un linguaggio adeguato – quello che manca alla politica contemporanea – possiamo scordarci una coscienza civica adeguata. «Se non parleremo in modo diverso, non riusciremo a pensare in modo diverso.» Rifondare il dibattito pubblico, avere il coraggio del dissenso – radice del discorso democratico – e soprattutto saperlo esprimere adeguatamente: soltanto così le cose cambieranno; e ci si augura per il meglio.

 

Judt chiama in causa tutti, nessuno escluso: l’impegno dev’esserecomune. Tuttavia non può esimersi dal rivolgere un appello speciale ai giovani: sono loro, con l’entusiasmo e l’energia, a dover immaginare il cambiamento per riconquistarsi un degno avvenire. Il clima, ammette lo storico, non è dei migliori: «l’ultima volta che una giovane generazione espresse una frustrazione analoga per la vacuità della propria esistenza e per la scoraggiante assenza di uno scopo nel proprio mondo fu negli anni Venti», ma egli ci ricorda, nello stesso tempo, come in passato furono le giovani generazioni a trovar la misura per ricostruire i brandelli di uno scenario sconvolto da totalitarismi e follie. La resistenzafu sorretta dalle giovani spalle di uomini e donne stremati e disgustati dai risvolti politici mondiali – allora motivi per indignarsi ce n’erano fin troppi, ma anche oggi non mancano.

 

Il nuovo inizio, allo scadere della Seconda Guerra mondiale, fu promosso attraverso un rinnovato senso politico, un fresco fervore civico e morale rivolto all’edificazione di una società il più ‘vivibile’ ed egualitaria possibile. In Europa il dialogo socio-politico si sviluppò così in seno alla sinistra tra le sfumature di socialdemocrazia e socialismo, riscontrando negli equilibri apportati dalla prima soluzione (nell’Europa occidentale) i presupposti per un fertile sviluppo sociale ed economico. Tuttavia, l’ostinato individualismo rincorso dagli eredi di questo benessere, permise, dalla fine degli anni Sessanta a oggi, un lento disfacimento della coesione sociale, condizione preziosa per una crescita ‘misurata’, controllata.

Il passato non manca di esempi, di percorsi già tracciati e ripercorribili; sta alla coscienza delle nuove generazioni scegliere che fare del proprio passato e, soprattutto, del proprio futuro. E di certo sono necessari personaggi come Judt per mantenere sana la memoria e ferma la capacità d’indignarsi e reagire.

 

Il mondo è guasto, ed è guasto anche l’uomo che ci si nasconde dentro. Aggiustare il mondo presuppone la nostra guarigione; e questa dipende solo dal nostro impegno intimo e collettivo.    

Judt, sulla scorta di grandi economisti come Keynes (sua stella polare), ci invita al colloquio (come direbbe un pensatore di casa nostra – uno di quei giovani che fecero la resistenza – per molti aspetti affine a Judt) ricordandoci di tenere salda la memoria e sempre pronta l’indignazione, trampolino del cambiamento.