COME SI ESCE DALLA SOCIETA' DEI CONSUMI

Serge Latouche

COME SI ESCE DALLA SOCIETÀ DEI CONSUMI

BollatiBoringhieri, Torino, 2011

 


di Edoardo D’Elia

 

Il nuovo libro di Latouche, filosofo francese in ascesa di popolarità, è una raccolta di contributi successivi alla pubblicazione del Breve trattato sulla decrescita serena che l’autore, nella prefazione, definisce un quadro impressionista. Scrive che la disposizione dei saggi, procedendo per piccoli tocchi, riesce a creare una composizione d’insieme, una tonalità comune, un ethos. Quasi. 

 

I temi sono tutti quelli principali del pensiero della decrescita, tutti già illustrati nelle pubblicazioni precedenti, e, quindi, nelle rispettive recensioni su questo sito: presa di coscienza dell’incombente catastrofe causata dall’ipertrofica dismisura che infetta l’uomo accecandone la ragionevolezza e lo porta a credere di poter crescere all’infinito su un pianeta finito, con conseguente tentativo di redenzione degli incoscienti. Il contenuto comune ai diversi saggi è quindi il costante riferimento al movimento della decrescita, preso a modello o come punto di confronto.

 

L’esposizione si muove alternando argomentazioni prettamente divulgative a giustapposizioni di citazioni dai maestri della tradizione “libertaria” quali Ivan Illich, André Gorz e Cornelius Castoriadis; non manca qualche tentativo esegetico di individuare tra essi l’antesignano più prossimo al movimento della decrescita. Ma l’obiettivo principale di questa raccolta è indicato già nel titolo, che promette di andare oltre la diagnosi e focalizzarsi sulla cura, specificando meglio i precetti che l’uomo, non solo occidentale, deve rispettare per fermare il circolo vizioso dello sviluppo autoreferenziale e uscire dal vicolo cieco della società dei consumi.

 

La via d’uscita è la via della decrescita che, specifica spesso Latouche, non è l’unica alternativa, ma una matrice di alternative. Il pensiero della decrescita si fonda sul postulato che dice che la vita è un dono meraviglioso e che l’uomo, il quale si distingue dagli altri animali per la sua capacità unica di fare del male gratuito ai suoi simili e alla sua terra, non abbia mai lasciato inespressa questa sua capacità. Ora, però, pare che l’uomo abbia definitivamente esagerato. Infatti, mentre i lamenti dei suoi simili uccisi dalla guerra riecheggiano nella memoria e nell’eternità, i lamenti della terra risuonano, tuonano, scuotono, soffiano, allagano, eruttano, sciolgono, soffocano e franano nel presente della vita reale.

 

Allora bisogna rinsavire presto e fare il possibile per evitare, o almeno limitare, le catastrofi incombenti attraverso una profonda rivoluzione culturale che decolonizzi l’immaginario dell’uomo anestetizzato dal capitalismo. Perché ormai più di una generazione è nata dopo che le erbacce infestanti del capitalismo hanno coperto completamente il giardino della vita e stenta quindi a credere che esso possa essere diverso da come lo vede e lo ha sempre visto; si tratta di spiegare loro che con un buon lavoro di disinfestazione delle coscienze può essere bonificato e, con l’aiuto del sole e del vento, rimesso a coltura.

 

La realizzazione pratica della decrescita segue un programma che si articola in dieci punti, ovvero le otto R, indicate già nel Breve trattato sulla decrescita serena, con due aggiunte: il punto 9. Riorientare la ricerca tecnico-scientifica; e il punto 10. Riappropriarsi del denaro, che ha acquistato priorità dopo la grande crisi finanziaria dell’estate del 2007.

Proprio la crisi nata dall’esplosione della bolla finanziaria americana dei mutui subprimes, che ha scatenato una conseguente crisi mondiale, è oggetto d’analisi dell’ottavo capitolo. Latouche specifica che «la decrescita scelta non è la stessa cosa della decrescita subita. Il progetto di una società della decrescita è radicalmente diverso dalla crescita negativa che conosciamo oggi». Motivo per cui l’autore si è sempre preoccupato di precisare che il termine “decrescita” è uno slogan provocatorio, il termine tecnico corretto sarebbe “a-crescita”, con la a di ateismo. La società della decrescita è un’utopia concreta che vuole una società conviviale in cui sia rimodellato il rapporto tra uomo e natura e riconsiderata completamente la nozione di economia, al fine di emanciparsi dalla fede cieca nella crescita; non un impossibile ritorno all’indietro, né un compromesso col capitalismo (vedi sviluppo sostenibile, economia della felicità), ma un “superamento” della modernità senza eccessivi traumi. Paradossalmente, però, proprio la crisi, che è una crisi di civiltà, può essere una buona notizia se considerata come una sveglia che hanno sentito tutti e che ha decretato universalmente e ufficialmente il fallimento della società dei consumi. Ha insomma le potenzialità per provocare un fermento rivoluzionario, ed essere così una tappa verso la società conviviale della decrescita serena.

 

Se il futuro spaventa chi ha il coraggio di guardarlo, bisogna sfruttare la forza della paura per tentare di cambiarlo. Questo vale per la crisi finanziaria, ma anche per l’educazione dei nuovi cittadini che in quel futuro vivranno. Latouche, nel saggio La sfida dell’educazione alla decrescita, propone le modifiche necessarie all’impostazione del sistema educativo affinché sia garantita la formazione di cittadini consapevoli e scettici, se non laici, della religione del capitalismo. La scuola è accusata di contribuire al disegno di disinformazione perché ha accettato, più o meno tacitamente, che fosse meglio «fare dell’allievo un futuro produttore-consumatore alienato invece che un futuro disoccupato intelligente e rivoluzionario». La sfida dell’educazione della decrescita consiste nel «fare in modo che l’allievo si adatti a minima alla società, utilizzando e sviluppando al tempo stesso le sue competenze e i suoi saperi per superare e sovvertire l’attuale ordine economico e sociale, quanto meno nei suoi aspetti più deleteri».

 

La battaglia alla dismisura è quindi, nella sostanza, culturale, ma è anche coadiuvata da una parallela politica riformista che invita a riconsiderare la politica stessa e rimodellarla una volta emancipata dal puro interesse economico. Dunque, poiché non è pensabile usare la forza per costringere le coscienze a cambiare, si tratta di dare una scossa che faccia partire un lungo processo di autotrasformazione dell’homo oeconomicus.

 

Rimane da capire se è davvero possibile il processo di decolonizzazione dell’immaginario nel breve tempo che ci separa dalla catastrofe ambientale, considerando che la colonizzazione dell’immaginario è avvenuta in tempi lunghissimi. E anche da valutare se davvero la crisi ha fatto aprire gli occhi a così tante persone, dal momento che pare che si stia cercando di salvare l’economia invece che il mondo.

 

Questi sono i dubbi che sorgevano dopo la lettura dei precedenti libri di Latouche e che questo nuovo volume non risolve. Questa leggera insoddisfazione, effetto della promessa del titolo non mantenuta, rinforzata da qualche ripetizione interna al libro stesso (concetti già illustrati in un saggio precedente riproposti come nuovi), non aiuta a evitare la sensazione di avere tra le mani un collage commerciale più che un “quadro impressionista”. Rendendolo un ottimo libro per chi ancora non conosce Latouche, e un buon modo per rinfrescare la conoscenza del suo pensiero per chi preferisce comprare un volume nuovo invece che rileggerne uno che ha già. Quest’ultima cosa però, direbbe (o dovrebbe dire) Latouche, è già sintomo acuto di dismisura.