COME CAMBIERA' TUTTO

John Brockman (a cura di)

COME CAMBIERÀ TUTTO

Il Saggiatore, Milano, 2010

 


di Edoardo D’Elia

 

Cosa succede se si prova a contattare le 100 menti più brillanti del mondo per radunarle in una stanza, chiuderle dentro e costringerle a porsi tra loro quelle domande che rivolgono a se stesse, nel tentativo di produrre una sintesi di tutto lo scibile? In 70 sbattono giù il telefono. O almeno così è successo a James Lee Byars, artista ormai scomparso, che nel 1971 ideò questo ambizioso progetto d’arte concettuale chiamato World Question Center.

 

Nel 1997, quando internet e la posta elettronica hanno superato quel primitivo e avvilente suono della linea telefonica caduta, John Brockman ha realizzato il progetto dell’amico James Lee Byars creando il sito Edge (www.edge.org): una stanza (virtuale) dove radunare le menti più brillanti del globo e porre loro ogni anno una domanda che li tiene svegli la notte. La forza potente di internet che non fa spostare centinaia di persone per raggiungere una stanza, ma porta la stanza a centinaia di persone.

 

L’idea di Brockman è che esista una terza cultura «animata da scienziati e altre persone che riflettono sul mondo empirico e che, grazie al loro lavoro e ai loro scritti esplicativi, si stanno sostituendo agli intellettuali tradizionali nel rendere visibili i significati più profondi della vita, nel ridefinire chi e che cosa siamo». Le idee presentate su Edge rappresentano l’avanguardia nell’ambito della biologia evolutiva, della genetica, delle scienze informatiche, della neurofisiologia, della psicologia e della fisica. Tutte quelle nuove tecniche e tecnologie che rendono malferma ogni definizione di vita e di essere umano, e perciò richiedono un’incessante riflessione sul pensiero per afferrarne il potenziale e tentare di comprenderle. Perché, a differenza di altri sistemi politicamente controllabili, nessuno può decidere le nuove tappe (spesso casuali) del progresso scientifico, si può solo rincorrerle e provare a gestirle con l’aiuto del maggior numero possibile di persone pensanti.

 

La domanda del 2009 era semplice: cosa cambierà tutto? Quale idea capace di stravolgere le regole del gioco ti aspetti di vedere nel corso della tua vita?

«Nel corso della tua vita» è forse la frase più importante. Infatti non si tratta di una fantascientifica futurologia o di un tentativo di predizione veggente, ma della divulgazione di riflessioni d’autore saldamente ancorate ai più recenti studi scientifici. Tra gli oltre 160 interpellati: J. Craig Venter, Richard Dawkins, Steven Pinker, Brian Eno (il musicista, nessuna omonimia) e Freeman Dyson. I temi toccati sono, come ovvio, tantissimi. I più accreditati a cambiare qualcosa nei prossimi decenni sono: la fisica quantistica, teoria dall’enorme potenziale (computer quantistici, teoria del multiverso, ecc.); l’approfondimento della conoscenza del cervello umano, allo scopo principale di aumentarne le capacità; lo studio parallelo sull’intelligenza artificiale; l’esplorazione e la colonizzazione dell’universo; l’aumento dell’aspettativa di vita dell’uomo.

 

La lunga serie di brevi contributi (gli interventi occupano in media due pagine) tende a stordire come tutte le compilation, e si presta meglio alla consultazione che alla lettura. Ma l’idea originale alla base del progetto è feconda perché giustappone pensieri indipendenti mostrando come abbiano a che fare, in ultima istanza, con problemi molto simili; che siano problemi eterni o problemi d’attualità.

 

Esempio di problema d’attualità è la constatazione di Rupert Sheldrake [La crisi del credito del materialismo, p.62] che «nonostante tutte le conquiste della scienza e della tecnologia, i materialisti stanno affrontando una crisi di credito senza precedenti». Ovvero il tramonto della convinzione secondo cui la materia è l’unica cosa reale e perciò lo sviluppo, la conoscenza e la mente possono essere interamente spiegate con la fisica e la chimica. In realtà sono problemi ancora aperti che non si lasciano ridurre alla materia così facilmente. Scrive ancora Sheldrake: «appena la scienza si libererà di questa ideologia del XIX secolo si apriranno nuove prospettive e possibilità, non solo per la scienza, ma anche per altre aree della nostra cultura che sono dominate dal materialismo. E rinunciando a far finta che le risposte finali siano già conosciute, le scienze saranno più libere. E più divertenti.»

 

Una costante lotta alla dismisura anche nell’ambito della scienza più alta non nuoce, e ricordarsi di «non sapere», come diceva un filosofo, insegna a modulare gli entusiasmi; non in vista di un nichilismo scientifico, ma di una saggia ricognizione del terreno da battere. Scrive Nassim Nicholas Taleb, epistemologo della causalità e studioso di statistica applicata [L’idea della scienza negativa e iatrogena, p.72]: «alla scienza, soprattutto nella sua versione accademica, non sono mai piaciuti i risultati negativi […] Ottieni rispetto solo se fai del funambolismo o se pratichi uno sport che attira il pubblico, se sei sulla strada per diventare un “Einstein dell’economia” o il “prossimo Darwin”, e non se dai alla società qualcosa di reale, se sfati i miti o mostri i confini della nostra conoscenza. In alcuni casi accettiamo un limite alla conoscenza, proclamando ai quattro venti, per esempio, la “scoperta” dei teoremi di incompletezza di Gödel, perché ha una certa eleganza nella formulazione e dimostra abilità matematica, anche se poi l’importanza di questi limiti è sminuita dalla nostra incapacità pratica nel prevedere i cambiamenti climatici, le crisi, i tumulti sociali o il destino dei fondi disponibili a finanziare la ricerca di questa eleganza futura».

 

O: «Secondo te la fisica quantistica ha la risposta? Scusa ma a che cosa mi può servire che tempo e spazio siano esattamente la stessa cosa? Chiedo a uno che ora è e lui mi risponde 6km?! Ma che roba è?» [Woody Allen, Anything Else].