BREVE TRATTATO SULLA DECRESCITA SERENA

Serge Latouche

BREVE TRATTATO SULLA DECRESCITA SERENA

Bollati Boringhieri, Torino, 2009

 

di Edoardo D’Elia

 

Come diceva Seneca, il problema non è tanto il possesso dei beni quanto il sentimento di attaccamento ad essi. Analogamente, secondo Latouche, per risolvere la situazione ecologico-economica del mondo non serve liberarsi completamente delle strutture che l’economia ha fatto sue, del sistema finanziario, di tutti i capitalisti e delle borse; ma si tratta di “decolonizzare l’immaginario”, ovvero di pensare una società in cui la fede non sia più la Crescita con la C maiuscola. 

 

La decrescita che bisogna perseguire non è infatti una crescita negativa, come si legge già sulla quarta di copertina, ma piuttosto un a-crescita, con la a privativa di ateismo: insomma più che smettere di crescere bisogna smettere di voler crescere. L’esempio della funzione della moneta nella società moderna, portato in un passo del libro, è esplicativo: non si contesta l’estrema utilità della moneta come mezzo impersonale di scambio, ma va eliminata la sua funzione quale strumento di accumulazione di ricchezze individuali. Allo stesso modo superare il capitalismo (a-crescita) non significa eliminare tutti gli “istituti” di cui l’economia si serve ( il lavoro salariato, la proprietà privata dei mezzi di produzione, la moneta), ma abolire l’immaginario capitalistico, quella tossicodipendenza dal consumo indotta dalla pubblicità che ha conquistato la totalità del tempo vissuto dall’uomo. Lo stesso tempo libero ha perso il suo significato e la sua funzione originali.

 

Così non si tratta più solo di ristrutturare l’organizzazione sociale, di riscrivere le regole del capitalismo per anestetizzarci un po’ dalla paura che la fine di questo circolo vizioso è più vicina di quanto siamo realmente disposti a credere; ma si tratta di “decolonizzare l’immaginario” dell’uomo cresciuto e vissuto nella religione capitalistica. L’uomo, ormai da troppo tempo, non solo lavora, ma vive e pensa secondo i precetti del consumismo ed è questo che bisogna superare. Ma la colpa non è solo della sempre crescente passività dell’uomo nell’assorbire gli stimoli esterni, ma è anche di quegli attacchi proditori che la società dei consumi porta con una costanza e una continuità tali da venir considerati da Latouche vere e proprie istigazioni a delinquere: “la pubblicità, che crea il desiderio, il credito che fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità”. Un processo che ha creato un livello di prostrazione dell’uomo senza precedenti. Non per niente il cerchio si chiude con quelle che nel libro sono chiamate industrie dei “beni di consolazione”, le quali forniscono all’uomo tossicodipendente dell’iperconumismo e perennemente insoddisfatto, una soluzione alla sua prostrazione, ma capace di alimentare a sua volta il sistema: produzione, imballaggio, pubblicità e trasporto di psicofarmaci. In definitiva pare che Latouche ci dica che la vecchia saggezza popolare del lavorare per vivere invece del vivere per lavorare è tanto banale quanto attuale.

 

Il problema più visibile, la catastrofe più imminente, non è però quella etica (che nessuno ha mai ritenuto sufficiente per tentare una svolta), ma ovviamente quella ecologica. Come ricorda Latouche è dagli anni settanta che l’allarme ecologico suona e che gli studiosi sono consapevoli dell’impossibilità di concepire un sistema di crescita infinita su di un pianeta finito, per la precisione dai tempi della bioeconomia di Georgescu-Roegen. Non c’è nulla di nuovo, ma sembra impossibile che qualcuno passi ai fatti,e la principale differenza tra gli anni settanta e adesso è che sono passati più di trent’anni.

 

Lo stato di degenerazione ecologica del pianeta è descritto attraverso il teorema dell’alga verde: aiutata dai concimi chimici presenti nella terra circostante al lago, l’alga comincia a crescere in modo esponenziale, raddoppiandosi ogni anno. Il punto è che essendo piccola la sua crescita non viene notata fino a quando è troppo tardi, poiché impiega moltissimi anni per arrivare a coprire metà della superficie del lago, ma le servirà solo un anno per occluderlo completamente. Noi ci troviamo esattamente nel momento in cui l’alga ha coperto metà del lago e non possiamo sperare che ci siano concessi altri trent’anni. Dobbiamo arrenderci all’idea che non è salutare crescere senza limiti, né fisicamente (CO2), né spiritualmente (psicofarmaci).

 

Al teorema dell’alga verde segue immediatamente la lezione che l’uomo dovrebbe prendere dalla saggezza della lumaca, presa da Ivan Illich: la lumaca (chiocciola) costruisce la sua casa sovrapponendo delle spire che aumentano geometricamente di dimensione, ma ad un certo punto si ferma e ritorna verso la spira più piccola consolidandole. La lumaca avrebbe potuto avere una “casa” molto più grande se avesse continuato, ma poi non avrebbe saputo come trasportarla e ne sarebbe rimasta schiacciata. La tecnologia, la crescita e il progresso sono mezzi per raggiungere uno stato di benessere, per migliorare la condizione, quando diventano un sistema autoreferenziale si entra in una spirale autodistruttiva nella quale l’unica accelerazione esponenziale è verso l’annullamento di sé e la distruzione dell’ambiente. La lumaca ci spiega ancora meglio la differenza tra decrescita e a-crescita: a-crescita non significa precipitare la società nel caos primitivo, ma rivalutare la direzione della nostra vita superando definitivamente il capitalismo. Latouche definisce la teoria della decrescita come una “utopia concreta” poichè è una fonte di speranza per il futuro prossimo e anche un progetto che mira alla costruzione di “società conviviali ed econome senza con questo essere un programma nel senso elettorale del termine: non rientra nel quadro della politica politicante ma vuole ridare alla politica tutta la sua dignità.” L’approccio al risvolto politico della teoria della decrescita è in sintonia con il punto di vista sull’intero sistema economico: non vi è il desiderio di un partito della decrescita ma un bisogno di ridare alla politica la sua dignità, di rivalutare anche la politica insomma. Il rischio che Latouche intravede nel cristallizzare il movimento in un partito determinato è quello di perdere il contatto con le realtà sociali, perciò scrive che l’ambizione e il compito degli “obiettori della crescita” sta nell’influenzare le parti politiche e muovere i primi passi verso una nuova società.

 

La grande trasformazione necessaria si articola di otto cambiamenti interdipendenti, quelli che sono chiamati le otto R: Rivalutare la direzione della nostra vita, riconsiderando i valori dell’altruismo, della convivialità, della collaborazione, del tempo libero che oggi vengono completamente ignorati; Riconcettualizzare parole come ricchezza e povertà o rarità e abbondanza e la stessa felicità, che sulla base dei nuovi valori acquistano un senso diverso; Ristrutturare l’apparato produttivo e i rapporti sociali per adeguarli ai nuovi valori, Ridistribuire le ricchezze limitando lo stimolo al consumo e determinare i diritti di possesso in base all’impronta ecologica; Rilocalizzare il sistema economico e politico in modo da ridurre al minimo l’impatto ambientale del trasporto e in modo che la cultura e lo stesso senso della vita ritrovino un ancoraggio territoriale, Ridurre l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produzione, il turismo di massa, considerato un bisogno artificiale indotto dalla pubblicità del modello occidentale e uno dei principali nemici della biosfera, e infine ridurre il tempo di lavoro per ritrovare il tempo libero perduto e insieme combattere la disoccupazione; Riutilizzare e Riciclare sia nella produzione dei prodotti e dell’energia, sia nella vita quotidiana tornando ad avere coscienza e consapevolezza di ciò che realmente serve.

 

Notiamo subito che almeno cinque R su otto hanno un fondamento più culturale che economico. Il trattato ha questo di interessante, parte dalle fondamenta del problema, che sono filosofiche, o sociologiche, ma che comunque, come abbiamo detto prima, si riferiscono all’approccio alla vita, ai valori di base che muovono il mondo prima che alle regole del sistema economico-finanziario. Il gioco consiste nel decolonizzare l’immaginario, nel liberarsi di quei concetti che con perseveranza ci sono stati inculcati perché di fronte all’obiezione libertaria: “Va bene, ma se qualcuno vuole dieci piscine dovrebbe poterle avere. Non dovreste tentare di impedirglielo. Ognuno è libero”, bisogna porre l’accento sul “vuole dieci piscine”, da cosa nasce questa voglia e questo desiderio. In breve gli stimoli a cambiare o ritrovare i valori “nuovi” sono la molla principale del meccanismo virtuoso di decrescita serena. «Ma questi stimoli – scrive Latouche - sono abbastanza facili da concepire. E’ la volontà politica di crearli che fa difetto.»

 

Ancora una volta non è importante se il petrolio sta realmente finendo o se il riscaldamento globale è dovuto al CO2 o all’era geologica particolare, prima di questo ci dovrebbe essere un’intuitiva percezione dell’infelicità diffusa e della falsa corrispondenza tra progresso e benessere. La fede nel progresso ha distorto completamente la nostra visione del mondo e della vita, al punto tale da evitare lo sguardo del nostro stesso malessere. Invece di continuare a fare lavori che non ci piacciono per comprare ‘cose’ che non ci servono, possiamo provare a fare uno sforzo per diventare un po’ più saggi, non troppo, ma almeno quanto una lumaca.