PER UN'ABBONDANZA FRUGALE

Serge Latouche

PER UN’ABBONDANZA FRUGALE

BollatiBoringhieri, Torino, 2012

di Edoardo D’Elia

 

Quando la disillusione punisce, la filosofia torna di moda; e i filosofi di moda, tradizionalmente, sono francesi. Ecco forse perché, negli ultimi anni di smarrimento culturale, i libri rossi (aggettivo cromatico più che politico) di Latouche hanno un successo, e un prezzo di copertina, così consistenti.

La moda può comportare scetticismo: Che questo libro non sia un’operazione commerciale? Un’altra raccolta di saggi e interventi senza nulla di originale? Ma, almeno, tutti questi volumi saranno stampati su carta riciclata? A queste domande, che sorgono durante la fila alla cassa della libreria, si aggiunge il timore, più interessato, che nemmeno questo libro risolverà i dubbi che i precedenti hanno lasciato senza soluzione. La diffidenza è forte, ma, dopo tante esitazioni, si dà fiducia al promettente sottotitolo: malintesi e controversie della decrescita.

 

Fiducia ripagata dalle prime pagine consolanti. Latouche dichiara di voler elencare le ragioni migliori che ha per rispondere ai malintesi e alle controversie che la teoria della decrescita, di cui è il più popolare rappresentate, ha sollevato negli ultimi anni. Proverà a fornire una serie selezionata di argomenti per dialogare con chi dissente, confortare chi è affascinato e soddisfare chi è perplesso. La consolazione sta nel non sentirsi più soli: Latouche lamenta l’importunità dei giornalisti disinformati che lo intervistano e le discussioni improbabili che gli arrivano per posta elettronica. Il luccichio della novità ha attirato tanti lettori, e tanti lettori mettono a dura prova la tenuta di una teoria; non è più facile cavarsela spiegando che la decrescita è una «finzione performativa», oppure una «utopia concreta». Inoltre, scrive nella prefazione, «la decrescita solleva interrogativi che non hanno risposte preconfezionate. Non ci sono ancora (e spero non ci saranno mai) dogmi […] ci sono controversie anche all’interno del movimento della decrescita». Figuriamoci all’esterno.

 

Gli argomenti da chiarire riguardano quegli aspetti della decrescita che rischiano di essere confusi con i programmi di altri movimenti o politiche ecologiche. I più interessanti sono: il rapporto tra crescita negativa e progetto della decrescita; il rapporto tra decrescita e scienza e tra decrescita e democrazia; lo schieramento politico della decrescita; come la decrescita risolve il problema della sovrappopolazione del pianeta; come la decrescita può risolvere i problemi del Sud e dei paesi emergenti; e chi realizzerà il progetto di questa civiltà alternativa.

 

L’obiettivo principale della decrescita è la decolonizzazione dell’immaginario. La catastrofe ambientale è conseguenza della nostra coscienza stordita che vive secondo i precetti consumistici. Il nostro immaginario - la nostra visione del mondo - è completamente colonizzato dalla logica del consumo che, distraendoci con la prospettiva del lusso, ci ha sottratto il benessere e la felicità. La decrescita mira alla decolonizzazione e a una nuova ricerca della felicità. La storia, però, ci informa (vedi: Latouche, L’invenzione dell’economia) che la colonizzazione dell'immaginario è avvenuta in tempi lunghissimi. Ora che l'imminente catastrofe ecologica non ci lascia la stessa quantità di tempo, è realmente possibile il processo di decolonizzazione dell'immaginario?

 

Dal momento che la decrescita non è la crescita negativa - cioè non è imposta, ma scelta - bisogna che qualcuno la scelga, che scelga attivamente di smettere di crescere. Il risultato, rassicura Latouche, non sarebbe un repentino balzo all’età della pietra, né all’uso della candela, ma sicuramente comporterebbe una ridefinizione radicale del mondo tecno-dipendente che ci circonda. Ecco perché la rinuncia ha bisogno di una convinzione profonda. Tuttavia non è concepibile disintossicarsi dall’oppio della fede al capitalismo assumendo una qualsivoglia altra droga ascetica, si ricadrebbe nell’incoscienza. La conversione di massa auspicata dalla decrescita vuole sedurre intelligenze e non convertite coscienze stordite.

 

Ma le intelligenze che circolano negli ultimi secoli sono, per lo più, amatori, se non fautori, della scienza positiva. Perciò, «sedurre intelligenze» significa rispondere alla domanda delle domande, quella che sembra possa risolvere ogni difficile decisione: è scientificamente dimostrato? La decrescita ha un fondamento scientifico?

Ora, il pericolo maggiore che la decrescita denuncia è ecologico: il riscaldamento globale. Secondo la teoria della decrescita non è possibile una crescita infinita su di un pianeta finito, e la dismisura nello sfruttamento delle risorse dell’ambiente, con l’irreversibile intossicazione dell’atmosfera, comporterebbe che il pianeta, appunto, finisse. Però, «la seconda legge della termodinamica, la legge dell’entropia, vale, se interpretata rigorosamente, soltanto in un sistema chiuso, mentre l’ecosistema terrestre è un sistema aperto: in particolare, riceve flussi di energia solare che sono praticamente illimitati.» Allora non c’è fondamento scientifico?

 

Latouche risponde che il rigore in questo caso non aiuta. Se superiamo il mito della razionalità e torniamo ragionevoli, impariamo che tra la velocità dello sfruttamento delle risorse e la velocità con la quale esse (nel sistema chiuso) si rigenerano c’è uno scompenso troppo grande. È vero che la terra riceve una quantità praticamente illimitata di energia dal sole, ma la captazione di questa energia da parte degli strumenti, che la tecnologia ad oggi ci fornisce, ha un conto energetico che ne limita il rendimento. Dunque, si può a tutti gli effetti considerare la terra un sistema chiuso.

 

Quindi la decrescita si trova in questo vuoto persuasivo: da una parte non vuole essere una religione; dall’altra non è strettamente scientifica. È, soprattutto, un movimento culturale. La «decolonizzazione dell’immaginario», l’«utopia concreta», l’«abbondanza frugale», sono tutte espressioni che giocano con alcune certezze condivise per prospettare un mondo diverso, ma incontrano le difficoltà della navigazione senza boe né fari che si deve affrontare quando si ha a che fare con il «bene per l’uomo». La storia è piena di talentuosi pensatori che si sono impegnati per convincere l’uomo ad emanciparsi dal suo stato di barbarie interiore, ma i barbari hanno sempre resistito. Resisteranno ancora. Salvo che qualcuno non decida per loro, ovvero: costringere i barbari ad agire da virtuosi in nome di un fine più grande - salvare il pianeta!

 

Ma abbiamo detto che la decrescita non è una religione e non vuole essere un’ideologia; un sistema dittatoriale autoritario non si può prendere in considerazione. Eppure il dubbio che la decrescita sia incompatibile con la democrazia è comprensibile: o eliminiamo i barbari con una sorta di ecoterrorismo, oppure ogni barbaro agirà nel suo interesse individualistico condannando il pianeta. Latouche argomenta che la dittatura la viviamo obbedendo alle leggi del mercato, mentre la decrescita è una matrice di alternative del tutto democratiche, che non ha fini ideologici, ma valori umani di partenza. Non vuole solo salvare il sistema politico democratico, ma la biodiversità umana in generale che, con la sua ingegnosità e varietà, può fornire inimmaginabili vie di cambiamento.

 

Allora la politica non ha bisogno di un partito della decrescita che disperda la sua energia innovativa in stanchi giochi di potere. Anche le socialdemocrazie, il cui modello nordeuropeo è osannato da tanti, sono un ennesimo compromesso. Secondo Latouche, i partiti che si sono ridotti a proporre il programma socialdemocratico hanno lo stesso problema interno degli altri movimenti che tentano una transizione fluida ma solo parziale col capitalismo. Essi non sono realmente in grado di mettere in discussione la gabbia neoliberista che hanno loro stessi contribuito a costruire negli ultimi decenni. La decrescita deve rimanere fuori dalle lotte partitiche perché vuole ridefinire il concetto stesso di politica. Quindi: niente campagna elettorale.

 

E dove la democrazia non c’è ancora, o è in fase di sperimentazione? Per i paesi emergenti Latouche si affida al buon esempio che daremmo loro noi occidentali e al buon senso dei loro dirigenti nel seguirlo. Dove invece l’occidentalizzazione ha fallito, il processo sarà evidentemente più facile, poiché non c’è nulla da «superare».

 

La definizione della decrescita sembra un procedimento per esclusione: non è una religione, non cerchiamo un profeta a cui giurar fede; non è un’ideologia, non cerchiamo un’elite di esperti a cui delegare il pensiero; non è un partito, non ci sono schede da sottoscrivere. Allora chi è il soggetto che sarà il portatore e realizzatore del progetto?

 

Latouche risponde in chiusura del libro: «il soggetto portatore del progetto della decrescita, al di là delle differenze e delle infinite divisioni dell’umanità globalizzata, sono tutti gli individui in quanto persone singole e concrete.» Questo significa impegno e speranza, le due facce dell’«utopia concreta». La definizione si barrica ancora dietro alle figure retoriche, e “utopia” fa più rumore di “concreta”. “In ogni caso – scrive Latouche - il fatto stesso di enunciare questo programma contribuisce al necessario mutamento dell’immaginario e a un inizio di azione concreta [e] comunque sia, l’idea degli obiettori di coscienza non è certo quella di fare la felicità dei popoli loro malgrado.”

 

Ecco. Abbiamo gli elementi per una definizione.

Nella guerra mondiale della redenzione delle coscienze, la decrescita è un’arma di seduzione di massa, difficile da usare, che richiede una manutenzione continua. La catastrofe ecologica è prossima, quindi, chiunque avesse intenzione di impugnarla, sappia che il rischio di morire redentore in una società di barbari è molto alto.