FINANZCAPITALISMO

Luciano Gallino

FINANZCAPITALISMO La civiltà del denaro in crisi

Einaudi, Torino, 2011

 

 

di Edoardo D’Elia

 

«Il finanzcapitalismo è una mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani [usati come componenti o servo-unità], sia dagli ecosistemi». Ha raggiunto un grado di complessità strutturale, estensione geografica e penetrazione in tutti i sotto-sistemi sociali e in tutti gli strati della società, della natura e della persona, senza precedenti nella storia, tale da asservire completamente la civiltà-mondo e da lasciare davvero poca speranza che possa essere in qualche modo incivilito.

 

Le crisi del 2007 e del 2010 sono state solo le ultime in ordine di tempo, ma che la mega-macchina non fosse infallibile è una consapevolezza ormai vecchia di cento anni. Che cosa è successo? Chi non ha ascoltato chi? Quando, e come, il capitalismo industriale è diventato finanziario? Come opera il finanzcapitalismo? Quanto, nel dettaglio, è complessa la mega-macchina? Quanto la mano è invisibile e quanto è politica? Sulla via della razionalità scientifica, la finanza ha deviato ed è diventata un mito? È per questo che quei termini tecnici economici martellano la quotidianità con ritmo mistico? Esiste ancora il denaro? E che cos’è? Non si può più incivilire il finanzcapitalismo, vero?

No, forse no – ci dice Gallino -, ma conoscere le risposte, corredate di dati attendibili, alle altre domande è l’unica forza con cui si può tentare di fermare l’affievolirsi della speranza.

 

Il capitalismo industriale è diventato finanzcapitalismo a causa di una progressiva sofisticazione della scienza economica e di una politica interessata che, negli anni ’80 e primi ’90 (Reagan e Thatcher), con riforme volte alla deregolamentazione del mercato, ha permesso che la sofisticazione diventasse speculazione.

 

La finanza ha asservito l’economia in due modi: avvolgendola in una ferrea rete di debito che condiziona profondamente la suddetta realtà e creando in qualche decennio nuove forme di denaro per un valore di qualche volta il Pil del mondo. La forma nuova di denaro più pericolosa, e ultimamente più famigerata, sono i derivati. Originariamente un derivato non è altro che «un contratto tra due controparti che si impegnano l’una a vendere, l’altra ad acquistare, a una certa data o entro un periodo definito, una data quantità di merce ad un determinato prezzo». Ma negli anni, gli anabolizzanti finanziari ne hanno esaltato la funzione speculativa a scapito di quella assicurativa e, oggi, i derivati (per le loro caratteristiche specifiche spiegate chiaramente nel cap. VII) sono un vero e proprio sistema monetario. La conseguenza pericolosa della creazione di denaro è che il sistema diventa incontrollabile perchè la quantità di valore promesso a livello planetario è incalcolabile; così la mano diventa invisibile e la condizione finanziaria quotidiana diventa destino ineluttabile.

 

Secondo Gallino studiare la natura del denaro e le sue forme inedite è fondamentale per capire cosa sta succedendo alle nostre merci e alle nostre vecchie convinzioni.

«Il denaro è una promessa di valore garantita dallo stato, sebbene con limiti quantitativi e temporali non sempre prevedibili». Questa definizione, con tutte le sue implicazioni, è la pietra su cui poggia tutta l’architettura della mega-macchina. I supporti (banconote, monete, conti correnti, titoli al portatore, bit di un computer, ecc.) hanno un valore infimo rispetto alla promessa e non c’è più l’obbligo, per le banche, di garantire la promessa in valore materiale (caveau pieno di tanto oro quanto è il denaro versato dai risparmiatori). Quindi chiunque possiede la facoltà di                                                             Illustrazione di Irene Scarascia

 

creare denaro dal nulla, purché sia disposto a prendersi l’impegno di far fronte al contenuto e ai tempi della promessa. Al presente, la quota di gran lunga maggiore del denaro in circolazione è creato dalle banche commerciali, e in minor misura dalle banche centrali (BCE, FED, ecc.). «Il denaro comincia a esistere solo nel momento in cui viene iscritto da una banca su un conto dal quale il soggetto, persona o ente che sia, potrà prelevare denaro fino a un ammontare predeterminato». Iscritto, non versato.

 

Si suppone che una banca riceva dai risparmiatori una data quantità di denaro, e su tale base possa concedere prestiti; in realtà avviene l’inverso.

Spiega incisivamente Gallino: «da quando esistono le banche, la creazione di denaro si fonda su un’esperienza di lunga durata: essa mostra come sia poco probabile che i clienti di una banca corrano tutti insieme, lo stesso giorno, a riscuotere il denaro che hanno in deposito. Su questa constatazione si fonda la possibilità che una banca presti denaro, ossia lo eroghi a credito, per un ammontare parecchie volte superiore ai depositi che ha in bilancio. In tal modo essa permette a un maggior numero di famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni di compiere investimenti che altrimenti non sarebbero in grado di effettuare». Ma se il corrispettivo materiale viene completamente estromesso, la finanza diventa un gioco illusionistico per cui la realtà dipende solo da uno scambio ultraveloce di bit di informazione tra computer sempre più potenti. E quando l’illusione svanisce, come sta avvenendo, l’economia reale, stremata dall’insostenibilità sociale ed ecologica, ricompare sgonfiata e vendicativa.

 

L’invenzione e la diffusione su larghissima scala di prodotti finanziari di estrema complessità (come i derivati) è stata possibile grazie all’utilizzo di modelli, teorie e metodi forniti dalle scienze matematiche e fisiche. L’aspetto di fato inevitabile che il finanzcapitlismo ha assunto agli occhi dell’uomo è in buona parte dovuto alla pretesa obiettività matematica a cui rimanda. Il sillogismo popolare dice: la natura parla il linguaggio della matematica / la finanza parla il linguaggio della matematica / quindi la finanza è naturale, ovvero i rapporti economici tra gli uomini sono gli unici possibili perché i soli veri. Ma non è così semplice. I modelli dovrebbero assicurare un rapporto adeguato della rappresentazione della realtà, ma, di fatto, hanno perso da tempo quasi ogni contatto con essa (nel cap. IV, i limiti di tali modelli sono spiegati nel dettaglio). Lo si intende considerando i tre livelli di performatività delle teorie economiche: a un livello di base, «si parla di performatività quando un modello o una teoria economica […] vengono utilizzati consapevolmente da un attore sociale allo scopo di regolare un processo economico»; si dice performatività effettiva se il modello finisce per modificare la struttura stessa dell’elemento; il terzo livello si ha quando «un modello crea esso stesso il processo che idealmente è supposto rappresentare». La sola esistenza del terzo livello impone di rivalutare la naturalità inevitabile degli scambi economico-finanziari.

 

Se poi aggiungiamo che l’opacità e la complessità dei più sofisticati prodotti finanziari (Cdo, Cds e affini) hanno obbligato le banche a ricorrere a modelli matematici di previsione del rischio su basi statistiche altrettanto sofisticati, i quali stimavano che un evento critico potesse capitare una volta ogni 13 miliardi di anni e che invece, nel 2007, di eventi critici se ne sono verificati ogni giorni per settimane di fila, intuiamo che il circolo è davvero vizioso. «Simili opacità spiegano come mai, ad esempio, un anno dopo il crollo di Lehman Brothers, una delle maggiori società nel settore della revisione contabile abbia fatto sapere che per districare l’intreccio di debiti e crediti della sola filiale europea della banca fallita avrebbe impiegato tre anni; e almeno dieci per curarsi di tutti i soggetti che si ritengono danneggiati dal fallimento».

 

L’analisi approfondita nel libro non si riduce certo ai punti che abbiamo toccato qui. Gallino, con attenzione e dati freschissimi, disvela con disincanto (perché proprio un altro disincanto è, da tempo, necessario) gli ingranaggi più determinanti della mega-macchina e, davanti a una così immensa artificiosità, non può che essere cauto nel valutare le possibilità di un futuro più civile e ammettere che «è arduo attendersi che dal seno di una popolazione così capillarmente governata emergano forme estese, e non effimere, di dissenso o di opposizione».

 

E, ormai l’abbiamo imparato, non basta che qualcuno vada a riscuotere il denaro che è in deposito, bisogna che lo facciano tutti; e tutti lo stesso giorno.