AUTORITRATTO DELL'IMMONDIZIA

Lorenzo Pinna

AUTORITRATTO DELL'IMMONDIZIA

Come la civiltà è stata condizionata dai riufiuti

BollatiBoringhieri, Torino, 2011

 

di Edoardo D'Elia

 

Del passato si parla con nostalgica ammirazione per tutti quei capolavori strutturali e culturali che si vedono nei musei, si leggono sui libri e si visitano nei siti archeologici. Della modernità si parla con vigile scetticismo per le direzioni rischiose che sta prendendo, per la sua indifferenza nei confronti dell’uomo che rischia di decretarne il fallimento; e sorge il rammarico di aver dimenticato il valore della vita distratti dal miraggio della ricchezza materiale che il capitalismo prometteva. In tempi di crisi si gioca a invertire i piani convincendosi di essere disposti a barattare quel ‘poco’ che rimane (mero progresso tecnico-scientifico) con ciò che si sta perdendo (serenità, reciprocità, agio). Il passo successivo del ragionamento è il luogo comune: ‘si stava meglio’ (molta: umanità, reciprocità, generosità), ‘quando si stava peggio’ (poca: salute, comunicazione, istruzione). Lorenzo Pinna interrompe il gioco e ci riporta alla realtà (storica), per mostrare come la modernità sia una soluzione e come i problemi spesso nascano dal tradirla. Pinna si concentra su un fattore della vita quotidiana tanto presente e fondamentale, quanto dato per scontato quasi al punto di dimenticarlo: i rifiuti. Ci racconta come, e quanto profondamente, la civiltà è stata condizionata dai rifiuti attraverso un’indagine storica che tocca le principali tappe del percorso di quella che chiama ‘la città pestilenziale’.

 

“La città pestilenziale – scrive - è la condizione di ogni agglomerato urbano, dal suo primo apparire, fino agli ultimi decenni del XIX secolo”, per cui ogni genere di rifiuto (umano o scarto di lavorazione) imputridiva sotto il naso degli uomini che lo producevano; prima accanto alle capanne, poi nelle strade dei centri abitati. Una condizione causata da due fattori principali: I. la totale ignoranza del mondo invisibile di batteri, protozoi e virus (micropredatori); II. un’attenzione molto scarsa, e spesso inesistente, a dove finissero i rifiuti e i liquami prodotti da concentrazioni urbane sempre più affollate. La conseguenza più importante di questi due fattori fu una mortalità molto alta, con un saldo demografico spesso negativo. Ecco che, tenendo conto anche solo di questo aspetto, si intuisce che il progresso tecnico scientifico e il sistema economico che lo ha permesso possano essere criticati, ma non del tutto condannati. Nella gerarchia delle necessità umane, è più umana la generosità o l’igiene? La salute per tutti o la sofisticata cultura dell’elite? Domande controverse. Il libro fornisce una particolare angolazione dello sguardo storico che vede nel passato un mondo dove si spolveravano i soprammobili della sala per accogliere gli ospiti, ignari del pestilenziale sporco della camera da letto e della cucina.

 

L’indagine di Pinna raggiunge quindi due risultati: nello specifico dell’argomento, illustra nel dettaglio come arrivano (o tornano) nelle strade i rifiuti; nel significato più ampio, ricorda di filtrare i giudizi sul presente e di tarare le nostalgie di un ritorno alle origini; origini scomode e maleodoranti senza fognature.

 

La realtà è che, lungo tutta la storia della città pestilenziale, un ristretto gruppo di persone facoltose ha finanziato la cultura e le imponenti opere che hanno caratterizzato le grandi civiltà e illuminato la storia, mentre nell’ombra dei vicoli sporchi e impiastricciati il reddito della parte povera della popolazione non aumentava.

La svolta, igienica ed economica, è arrivata con la rivoluzione industriale, che ha reso la capacità di conoscere e innovare un’attività sistematica. Ed ha, così, esteso la possibilità di accedere al lavoro, e quindi alle ricchezze, a un numero progressivamente maggiore di persone, fornendo i mezzi tecnici per migliorare velocemente la qualità della vita pratica.

 

In Inghilterra, al divampare della rivoluzione, le città erano ancora pestilenziali e la rapida e massiccia urbanizzazione fece precipitare la situazione igienica e sanitaria. Se nel 1816 furono pescati gli ultimi salmoni nel Tamigi, il che indica che l’acqua del fiume fosse ancora in condizioni dignitose, col vertiginoso aumento della densità abitativa, il fiume e il sistema fognario primitivo di Londra non avrebbero potuto reggere la moltiplicazione dei rifiuti. Le difficoltà non tardarono: nel 1817, dal Gange, partì il virus del colera a bordo di una nave inglese; nel 1832 a Londra e a Parigi, scoppiò la prima epidemia di colera d’Europa: la concentrazione di uomini nelle grandi città offrì il bacino infettivo perfetto.

A quei tempi dominava la teoria dei miasmi secondo la quale i cattivi odori sono strettamente connessi alle malattie e, perciò, se eliminati i cattivi odori si pensava eliminata la malattia. La teoria era tanto radicata che i primi studi al microscopio delle acque che rivelarono la presenza dei virus (o animaluncoli, come erano identificati allora) vennero accolti con diffidenza, se non addirittura ostracismo. La credenza comune era che perfino quegli animaluncoli fossero solo una conseguenza del fetore. Così solo nel 1854, e con difficoltà, John Snow, un medico inglese, scoprì che la causa del colera era nell’acqua contaminata degli scarichi. Ma a convincere tutti che bisognasse rimediare al problema seguendo questa strada fu solo una concomitanza fortuita esterna: la grande siccità del 1858.

 

Nell’estate di quell’anno il Tamigi, quasi del tutto prosciugato, sprigionava un frastuono olfattivo insopportabile al punto da costringere i deputati a fuggire dalle aule del Parlamento a Westminster. Secondo la teoria dei miasmi, la conseguenza di una puzza simile sarebbe dovuta essere un’altra potente epidemia, ma non accadde nulla. Un po’ persuasi dalle ricerche di Snow e dal fallimento della profezia dettata dalla teoria dei miasmi, e un po’ spaventati, i deputati approvarono in pochi giorni il piano di ristrutturazione e bonifica della città presentato da Joseph Bazalgette, ingegnere-capo del Metropolitan Board of Work di Londra. Il progetto funzionò benissimo: l’opera fu grandiosa e all’avanguardia, eseguita con estremo rigore e precisione, grazie alle quali ancora oggi la spina dorsale della rete fognaria di Londra è il lavoro di Balzagette.

La prima inaugurazione avvenne nel 1865 e l’epidemia di colera del 1866 colpì solo le zone di Londra non ancora allacciate. La teoria dei miasmi ricevette il colpo di grazia.

 

Negli stessi anni a Parigi avvenne una trasformazione analoga. Nel 1853 Napoleone III incaricò George Eugène Haussmann, nominandolo prefetto della Senna, di realizzare il suo sogno di una Parigi arieggiata, unificata e più bella. L’obiettivo era eliminare la puzza dalla strade, migliorare, aumentare e ingrandire le vie di comunicazione, rimadiare al degrado e bonificare il verde della città. I lavori durarono quasi vent’anni e fu costruito un sistema di fognature che percorreva tutta la rete viaria della capitale. Come a Londra, il successo fu completo; più che a Londra, l’opera colpì l’immaginazione e la curiosità dei cittadini al punto che furono organizzate delle visite guidate del sottosuolo.

La guerra alla città pestilenziale era vinta, i grandi condottieri Balzagette e Haussmann erano gli eroi di questa Storia sotterranea.

 

Il tramonto definitivo della città pestilenziale si ebbe negli anni successivi con i rapidi progressi della scienze biologica e microbiologica, che permise sia una minore vulnerabilità dell’uomo alle malattie, sia l’igiene di massa per mezzo della diffusione di prodotti come il sapone e i detersivi.

 

Nell’elenco dei partecipanti a questo trionfo l’Italia è stata trovata mancante. Perché in quegli anni, in Italia, le condizioni erano diverse e il processo di ristrutturazione avvenne in ritardo rispetto a Francia e Gran Bretagna. Il paragone, però, nota Pinna, è improponibile. Bisogna considerare che in quest’epoca l’Italia era impegnata nel faticoso processo di unificazione nazionale e non aveva nemmeno una capitale da ristrutturare, perciò il confronto con le capitali di due grandi Stati nazionali ampiamente consolidati da secoli non sarebbe equo. Inoltre, a differenza della grande industrializzazione del nord Europa, l’Italia di metà ’800 era un paese quasi completamente agricolo.

 

L’inizio dei lavori in ritardo porta la data 1884. Fu in quell’anno che l’epidemia di colera che colpì Napoli, la città italiana allora più popolosa, fece scattare la volontà politica di intervenire. Se c’è un vantaggio nell’arrivare dopo, questo vantaggio è la possibilità di avere un modello di riferimento, ma, nonostante il sentiero fosse già battuto e ben illuminato, Napoli riuscì a sbagliare strada; sia per la mancanza di una guida all’altezza di Bazalgette e Haussmann, sia per un individualismo politico nato con l’Italia stessa.

Napoli era una delle città più pestilenziali d’Europa, con un grado di affollamento e degrado difficilmente immaginabili; il piano di risanamento sarebbe dovuto essere forse ancora più solido e consistente di quello di Londra e Parigi. Il progetto che fu approvato prevedeva la bonifica della città bassa e l’apertura di una strada larga e arieggiata (oggi corso Umberto I) sulla quale si innestassero ad angolo retto 16 vie perpendicolari.

Dopo undici anni dall’inizio dall’inaugurazione, solo il 60% del progetto era stato portato a termine e la città bassa non era stata bonificata. La qualità dei lavori era scarsa e l’organizzazione, il controllo e il futuro del progetto molto confusi. “Gli interessi personali dei politici – scrive Pinna – tradirono con disinvoltura la modernità e ciò costituì un micidialeimprinting sulla burocrazia e sull’intera macchina dello Stato. Unimprinting che non sarebbe scomparso facilmente, ma avrebbe costituito una ‘cultura’ capace di trasmettersi da una generazione all’altra”. Le foto del recente stato della gestione dei rifiuti nel territorio campano le hanno viste tutti, anche a Londra e a Parigi.

 

In quelle città, abbiamo visto, la costruzione di un impianto di smaltimento rifiuti adeguato servì per combattere e sconfiggere i micropredatori (microbi, virus, ecc) ancora quasi invisibili e poco conosciuti alla scienza del tempo. A Napoli, invece, l’assenza di una struttura adeguata e di un sistema efficiente non lascia via libera solo ai micropredatori, ma anche a quelli che Pinna chiama i macropredatori, mutuando il termine da studi economici.

I macropredatori sono quei ristretti gruppi di persone che nelle società arcaiche e tradizionali detenevano il potere e potevano godere del frutto del lavoro della stragrande maggioranza di uomini e donne, il cui livello di vita non superava la soglia di sopravvivenza. Ma sono anche i componenti della criminalità organizzata che ha fatto fortuna col traffico illecito di rifiuti.

La macropredazione funziona in modo analogo ai casi di micropredazione definiti di parassitismo: l’agente patogeno non uccide la vittima, ma ci convive indebolendola, perché trae nutrimento dal suo corpo.

I micropredatori sono sopravvissuti fino a quando le prede, gli uomini, hanno scoperto le armi per eliminarli, senza scrupolo perché ritenuti evidentemente dannosi. I macropredatori, anch’essi evidentemente dannosi, sopravvivono nonostante siano già state scoperte le armi per eliminarli, solo perché qualcuno ha lo scrupolo, ipocrita, ad usarle. Pinna ci invita a eliminare lo scrupolo e a difendere il buono che la modernità ha portato.

 

Come il WC, invenzione con una storia millenaria di tentativi, che fu riscoperto, dopo quasi mille anni di oblio, nel 1596 da un certo Sir John Harington, che ne costruì uno per sé e l’altro per la nonna, la regina Elisabetta I, la quale però si rifiutò di usarlo, perché faceva troppo rumore. Di nuovo oblio.

L’uomo vuole sempre il suo bene, ma non sempre lo vede; qualche libro gli indica dove guardare, foss’anche sottoterra.