LA VIA. PER L'AVVENIRE DELL'UMANITA'.

Edgar Morin

LA VIA. PER L'AVVENIRE DELL'UMANITA'.

Raffaello Cortina Editore, 2012

 

 

di Stefano Scrima

 

«Ci sono quelli che vorrebbero migliorare gli uomini, e ci sono quelli che pensano che ciò sia possibile solo migliorando prima le loro condizioni di vita. Ma sembra che l’una cosa non vada senza l’altra, e non si sa da dove cominciare.» Dei tredici eserghi che Edgar Morin (Parigi, 1921) elegge a propaganda spirituale della sua Via per l’avvenire dell’umanità è questa frase di André Gide ad esemplificar meglio la personalità del sociologo francese: Morin ha impegnato la sua lunga vita solcando da esperto navigatore le onde della barbarie, per meglio studiarle e per meglio persuaderne la fauna – l’homo sapiens/demens – al vantaggio d’una sobria civilizzazione venata di poesia.

 

Sì perché c’è anche un problema di poesia, di carestia poetica. L’ipertrofica iperprosa del Terzo millennio, avanguardia e trionfo delle rivoluzioni industriali, soffoca il bisogno umano di spontaneità. Morin sa che per migliorar l’uomo deve prima migliorar le sue condizioni di vita, e sa bene – e qui il motto gidiano perde d’effetto – anche da dove cominciare: è necessaria una metamorfosi totale dell’umanità, che da crisalide possa librarsi in un cielo meno inquinato, nell’augurio che possa vivere più d’un giorno. Una riforma globale che interessi ogni ambito dell’esistenza, dalla politica all’ecologia, dall’educazione al lavoro, tasselli ormai tra loro incomunicabili, che soltanto un’insensibile iperspecializzazione fu in grado di disperdere.

 

L’invito ai lettori, sul quale Morin poggia il suo tentativo riformatore, è quello di tornare a capire (se mai lo si è riuscito a fare) la complessità della vita minata da una settorializzazione disciplinare immemore delle “relazioni circolari” dal globale al locale e dal locale al globale; abbiamo perso la capacità d’uno sguardo d’insieme sul divenire e questa nostra ignoranza logora il tessuto vitale quanto più lo specialista dell’era globalizzata-globalizzante, pago del suo trapianto facciale, ignora d’ignorare. «Il pensiero dovrebbe fondarsi su una concezione trinitaria dell’umano (inseparabilmente individuo- società-specie), e su una concezione complessa dell’individuo (sapiens/demensfaber/mitologicus,economicus/ludens)» (p. 31). La modernità, foriera dell’individualismo egoistico che tuttora permea i nostri rapporti interpersonali, intraprese, a partire dall’approdo d’un baldanzoso genovese su terre inesplorate (che peraltro credeva d’esser da tutt’altra parte), quel processo chiamato mondializzazione, avvicinando quelle che fino a poco tempo prima sembravano distanze lunari; e la globalizzazione, il cui avvento può esser fatto risalire alla caduta del muro che riuscì a dimidiare il mondo, è lo stato attuale di tale processo. Le politiche neoliberali, crocevia delle linee emancipative della modernità, e tuttavia conniventi coi lati oscuri dello sviluppo capitalistico, hanno generato un tipo di uomo malato e un “insuccesso morale”. Morin rileva come la società atomizzata distrugga le “antiche solidarietà” che oggi ritroviamo, in forma surrogata, nelle fredde burocrazie gerarchizzate dello stato-assistenziale. Ma la vera solidarietà parte dal basso, non dall’alto: manca una comunità di destino indispensabile a una concezione dell’era planetaria, per la piena realizzazione di un’omogeneizzazione che non sia solo l’unificazione tecno-economica del pianeta (comunque incompleta), portatrice di sempre maggiori diseguaglianze tra ricchi e poveri negli stati industrializzati e di una netta separazione tra Nord del mondo – ricco e sviluppato – e Sud – povero e sottosviluppato; ma che favorisca la salvaguardia e l’inserimento del locale, senza pericolo di livellamentia immagine e somiglianza arbitrariamente attuati da chi può permetterselo, nel globale. La globalizzazione ha creato le infratessiture per il dialogo tra culture, per una loro unificazione – la creazione d’una società/mondo – impegnata a custodire e rivendicare le diversità, ma ad impedirne la realizzazione sono sorti parallelamente attriti etnici, nazionali, religiosi, reagenti all’epidemia della standardizzazione nordamericana o “occidentale”.

 

 

  (ill. di Irene Scarascia)

 

«Si deve [dunque] generare una coscienzadi Terra-Patria» (p. 21) senza cui nulla di buono può prospettarsi per il futuro d’una convivenza pacifica tra uomini che fugga il malessere del mondo del profitto per il profitto; occorre limitare i danni dell’occidentalizzazione che opprime le culture locali incapaci di risollevarsi da sole; e infine ripensare lo sviluppo, perché fondamentalmente «l’idea di sviluppo è un’idea sottosviluppata!» (p. 13): cieca rispetto ai degradi ecologici e ai contesti umani e culturali. Viene applicata «indistintamente a società e culture molto diverse, senza tener conto delle loro singolarità, dei loro saperi e dei loro saper-fare, delle loro arti di vivere» (p. 13) macchiandosi d’un vero e proprio etnocidio per le piccole comunità. Per non parlare di quel monito – che ormai dovrebbe esser di dominio pubblico – per cui, stando al secondo principio della termodinamica, non sarebbe possibile propagare infinitamente le smanie di sviluppo dell’economia primomondista; peccato che televisioni e giornali parlino ancora di crescita come panacea di tutti i mali d’una crisi finanziaria prodotta da non si sa chi.

 

Dunque, globalizzazione (o mondializzazione), occidentalizzazione e sviluppo – «lo sfrenato processo a tre facce» (p. 69) – sono il prodotto d’una mentalità razionalizzante figlia della modernità industriale. Dominare la natura per emancipare l’uomo dal bisogno, ma ritrovarlo poi schiavo del suo stesso movimento emancipativo, schiavo di nuovi bisogni: questo il paradosso dell’homo economicus e l’alveo dell’attuale crisi di sistema e dell’umanità intera. Per risalir l’abisso occorre cambiar via: Morin auspica un processo di mondializzazione stemperato da un contromovimento di demondializzazione, come detto sopra: «sviluppare, nello stesso tempo, il globale e il locale senza che l’uno degradi l’altro» (p. 22), e quindi rinnovar l’alimentazione di prossimità e l’artigianato, e così ritrovar la vitalità di un’economia regionale che possa garantire l’autonomia della sua comunità, senza per questo ritrovarsi isolata dal resto del mondo; ciò comporterebbe anche una deprivatizzazione garante d’un controllo statale il più democratico possibile. Lo stesso “antagonismo necessario” può esser fatto valere per gli altri benèfici opposti sviluppo/inviluppo, crescita/decrescita, trasformazione/conservazione: far crescere, ad esempio, i trasporti pubblici, l’energia pulita, per una città meno inquinata e caotica e decrescere i prodotti usa e getta e il consumismo sfrenato, sviluppare l’attitudine a comprender l’altro e inviluppare il primato dell’efficacia – da sempre in lotta con la «qualità poetica del vivere» (p. 23). Bisogna rispondere al bisogno d’autonomia dell’individuo e delle società gelose delle proprie identità culturali, il quale, tuttavia, non può far a meno dell’altrettanta vitale tendenza alla comunità (famigliare o internazionale); porre in salvo il binomio unità/diversità, scrigno del patrimonio culturale della nostra terra, verso il trionfo d’un “umanesimo planetario”.

 

L’appello di Morin è rivolto soprattutto a partiti, amministrazioni, media dalle favelle dispensatrici di belle parole ma dagli occhi sempre rivolti alla cima dorata della montagna; le iniziative che partono dal basso, dalle società civili, non mancano, quello che manca è l’apertura del potere al cambiamento. L’istituzione d’una “governance confederale” che disponga di «poteri effettivi per la prevenzione delle guerre [...], per l’applicazione di norme ecologiche vitali e di norme economiche di interesse planetario» (pp. 33-34) sembra l’unico modo per “costringere” l’uomo ad un’autoregolazione feconda per il miglioramento delle sue condizioni esistenziali.

 

«La società è un “complesso” nel senso del termine latino complexus, che significa “ciò che è tessuto insieme”» (p. 76), ma anche la natura e l’essere umano sono complessi a loro volta inscritti in quell’immenso complesso che è l’universo. Ripensare la complessità (vedi Introduzione al pensiero complesso, 1990), considerare sempre l’insieme in relazione alle parti, è la sfida più ambiziosa lanciata da Morin, la sola in grado di sostenere l’impalcatura della metamorfosi

dell’umanità, attraverso una riforma del pensiero, e quindi dell’educazione, che risponda alla crisi cognitiva (o culturale), madre d’ogni altra crisi planetaria. Morin reclama per la sua riforma un pensiero della “relianza” (reliance) capace di ricucire le smagliature tra discipline createsi in seguito al sogno razionalizzante d’una specializzazione estrema, persuasa che l’approfondimento del sapere in un campo possa far a meno, e debba fare a meno se desiderosa di successo, dei legami vitali col resto delle conoscenze. «Le nostre menti restano dominate da un modo mutilato e astratto di conoscere, dall’incapacità di cogliere le realtà nella loro complessità e nella loro globalità» (pp. 134-135); il problema più grave causato dal primato del quantificabile, del successo scientifico specialistico, dell’efficacia, dello sviluppo economico è l’occultamento delle “realtà affettive” degli esseri umani. Muoversi nel mondo per mezzo di quelle “idee chiare e distinte” di cartesiana memoria, con le quali la modernità ha preteso misurar l’esistenza, non ci permette uno sguardo attento sull’eterogeneità della vita, di «cogliere le relazioni, le interazioni e le implicazioni reciproche, i fenomeni multidimensionali, le realtà nello stesso tempo solidali e conflittuali [democrazia]» (p. 135). Ma le scienze avanzate quali l’ecologia e la cosmologia, saperi sistemici e transdisciplinari, rompono con questo paradigma cieco, con il «dogma riduzionista di spiegare partendo dall’elementare» (p. 135): ad esser qui preso in esame è il sistema complesso delle parti interagenti col tutto e la loro reciproca produzione e organizzazione. La razionalizzazione dell’età delle macchine non è realmente razionale, è forzatura, misconoscimento, irresponsabilità adolescenziale ignara delle sue intrinseche contraddizioni: lavoro alienante, bidonville, vita scandita da metrò-lavoro-casa, divertimenti e tempo libero standardizzati, inquinamento industriale e degradazione della biosfera, onnipotenza degli Stati egemoni in possesso di armi di distruzione di massa. Tutto ciò non è razionale, ma intimamente illogico. Serve una “rivoluzione epistemologica” coscia dell’unità degli opposti preparata dal pensiero filosofico di Eraclito, Pascal, Hegel, Marx, Bohr, e una nuova “deontologia scientifica”, già reclamata da Husserl, per una scienza e scienziati, eticamente e filosoficamente coinvolti, al servizio dell’umanità e non dell’inumano profitto.

 

La rivoluzione del pensiero, della mentalità, non può che nascere dalle scuole per cui è necessaria una profonda riforma dell’educazione (vediLa testa ben fatta, 1999; I sette saperi necessari all’educazione del futuro, 2000). Non sono affrontati i grandi problemi vitali per l’umanità, non sono coltivate le naturali curiosità dei giovani schiacciati dal peso d’uno studio compartimentato e sterile – il Ministro dell’Istruzione Profumo evidentemente non ha letto Morin. È necessario introdurre nell’insegnamento «la conoscenza della conoscenza, la conoscenza dell’umano, la conoscenza dell’era planetaria, la comprensione umana; la capacità di affrontare le incertezze; l’etica trinitaria individuo-società-specie» (p. 141); e così avviare fin da subito l’uomo alla conoscenza della complessità. Affinare l’autocritica, la coscienza del limite e dell’errore connaturato al conoscere; dar più respiro a filosofia e letteratura, uniche in grado di interrogare l’uomo sul senso del suo percorso – il romanzo è «mezzo di conoscenza della soggettività umana» (p. 145) –, alla dimensione estetica, ormai arenata sulle spiagge del lusso, che invece costituisce, e per questo va protetta e ripensata nella sua genuinità, la «dimensione essenziale per la realizzazione poetica di ciascuno» (p. 145) – «Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce» direbbe Pascal.

 

l motto della nuova “politica di civiltà” prospettata da Morin è meno, ma meglio (p. 219), controcorrente al dilagante consumismo capitalistico, per una rinnovata coscienza qualitativa, scrupolosa nei confronti del benessere (non solo materiale) degli uomini (di tutti gli uomini!); l’ex superfluo proclamato oggi indispensabile, bisogno primario, deve tornar al suo ruolo di superfluo tentatore.

 

I 4100 litri d’acqua consumati quotidianamente dal californiano devono subire una regolamentazione – e qui l’appello è di nuovo rivolto al potere e all’instaurazione d’una governance planetaria regolatrice – per una ridistribuzione dei beni comuni (che dovrebbero tornare tali) e di prima necessità.

 

«La saggezza ha bisogno di temperanza ma anche di eccessi» (p. 246), ciò che conta è che l’eccesso sia l’eccezione e non la regola (quella ad esempio dell’indefesso processo razionalizzante). La sobrietà quotidiana, il “rallentamento generalizzato”, i soli a render possibile la riscoperta del piacere estatico in quella sospensione momentanea che è la festa, il gioco, possono riequilibrare un’esistenza smarrita tra le frustranti rincorse senza meta e le sovrastimolazioni-vizio del presente.

La rivoluzione planetaria auspicata da Morin, per le sue innumerevoli implicazioni e il necessario unisono delle vie riformatrici dei diversi ambiti dell’esistenza, per cui un successo in uno potrebbe esser nullificato dall’attrito d’un altro, è estremamente difficile da innescare; ma prescrivere un antidoto, seppur costosissimo e quasi irreperibile, è meglio che contemplare impotenti lo stadio terminale della malattia? Di sicuro ognuno, nel suo piccolo, può mutar rotta di pensiero e iniziare a vagheggiar l’insurrezione (pacifica).